Verdi and Wagner on line

lunedì 27 marzo 2017

Tra i due litiganti, il terzo...è Gobatti.







In quest'epoca in cui ogni fenomeno è effimero, a causa della voracità con cui i media lo elevano e poi lo distruggono, si ha sempre la percezione che c'ho che è avvenuto un secolo o due prima, sia nato per durare nel tempo. Probabilmente non è proprio così, oppure anche in tempi remoti c'è sempre stata l'eccezione che è servita per confermare la regola. Se davvero c'è stata un'eccezione nel panorama operistico del XIX° secolo, ebbene questa eccezione ha senz'altro avuto il nome, il cognome e la faccia di Stefano Gobatti. Uomo, a mio modesto avviso, avventato e sfortunato che ebbe la iattura di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato. 
Era il tardo autunno del 1873, forse il periodo più caldo e vigoroso dell'annosa lotta tra opera lirica e dramma musicale, tra musica della tradizione e musica dell'avvenire, tra musica italiana e musica tedesca; insomma l'eterna lotta tra Verdi e Wagner! Anzi, per dirla con maggior esattezza, la lotta tra i sostenitori di Verdi e i sostenitori di Wagner. Erano gli anni ruggenti in cui, a Milano era roboantemente caduto l'esperimento del Mefistofele boitiano, mentre Aida aveva avuto un en0orme successo; ed erano anche gli anni in cui, proprio nel 1871, Wagner metteva la sua prima bandiera in terra italiana con il Lohengrin, proprio a Bologna, città che, in contrapposizione con la tradizione melodrammatica milanese schiarata con Verdi, si era sempre mostrata molto più tendente alle novità Wagneriane e alla musica dell'avvenire. Il Lohengrin venne salutato dai bolognesi come la nuova "Musica del'avvenire", ignari del fatto che la produzione wagneriana avesse già fatto giganteschi passi avanti ( c'è già stato il Tristano e la tetralogia è ormai ben avanzata verso la fine) e che Lohengrin, fosse un'opera già superata anche per lo stesso Wagner. E' qui che si inserisce il 18enne Gobatti che riesce a far andare in scena, proprio a Bologna, la sua opera "I Goti", scritta quasi di getto come "esercizio di composizione" commissionatogli dai suoi insegnanti di musica. Ciò che accade quella sera in teatro rasenta l'assurdo: il trionfo che ottiene Gobatti non ha quasi eguali nella storia del melodramma: applausi interminabili al cui cospetto i fantozziani 90 minuti, impallidiscono! La città di Bologna gli offre la cittadinanza onoraria (che ha anche Verdi) e lo nomina socio d'onore della società filarmonica bolognese (che ha anche Wagner). Per poco non diviene anche membro dell'accademia della crusca! Giosuè Carducci, infoiatissimo, smania per scrivergli un libretto. E' invitato come ospite d'onore nei salotti più rinomati, mentre le donne gli si gettano letteralmente ai piedi!! Ora, non so voi, ma io sfido chiunque, al suo posto, a non montarsi la testa e a sentirsi, in tutta quell'ebbrezza, in una botta sola, l'erede sia di Wagner che di Verdi (il quale, dopo aver letto la partitura, giudica l'opera un aborto musicale e dice senza mezzi termini che, senahce Gobatti avesse le migliori idee del mondo, è troppo incompetente per trasformarle anche soltanto in lavori dignitosi).
Nel frattempo, i bolognesi, lo considerano ormai "il wagner nostrano" di Bologna. L'opera comincia a girare anche per altri teatri, ma qui ottiene successi molto più tiepidi. Preso dalla convinzione di essere ormai il compositore di punta dell'Italia, scrive "Luce", un'altra opera che però ottiene un successo tiepido. La "sbronza gobattiana" sta ormai sbollendo rapidamente e, nel frattempo, Verdi ha presentato il "Requiem" a Milano, mentre in Italia è anche arrivato il Wagner del Tristano e del "Ring" (roba troppo complessa per poterla anche solo accostare a quel novellino del Gobatti). La sua terza opera "Cordelia" va in scena nel 1881 contemporaneamente al meraviglioso rifacimento del Simon Boccanegra di Verdi e appena un anno prima del "Parsifal" di Wagner, nella più totale indifferenza. Il povero Gobatti, non se lo fila nessuno. Prevedibilmente, viene colto da una forte depressione emotiva e finisce i suoi giorni, in quasi totale povertà, al convento Francescano dell'Osservanza, sui colli di Bologna. Illuso dal facile entusiasmo scatenato dalle opposte fazioni pro-Verdi e pro-Wagner, allontanato ed escluso quasi improvvisamente dai ritrovi mondani della gente che conta a Bologna, quasi vergognosi di averlo glorificato e scusandosi per aver preso quella enorme cantonata, volontariamente escluso e discriminato dai maggiori editori musicali che preferiscono puntare sui loro cavalli di razza (Ricordi con Verdi e la casa Editrice Lucca con Wagner), Stefano Gobatti potrebbe oggi ricordare quegli ingenui ragazzi che escono dai talent show, vengono infilati nel tritacarne delle case discografiche per farne dei tormentoni per un'estate o due, e poi, una volta spremutili ben bene, li lasciano alla deriva. Ecco! Gobatti potrebbe essere benissimo l'antesignano del prodotto di un qualunque talent show nostrano.
Muore completamente dimenticato da tutti, in un anno emblematico: il 1913. L'anno in cui si festeggia il centenario della nascita dei due giganti che, involontariamente e inconsapevolmente, lo hanno schiacciato con il loro enorme peso artistico: Giuseppe Verdi e Richard Wagner.
Io che, dal punto di vista "tecnico" non ho competenze musicali e vado sempre ad orecchio ed a sensazione, ho voluto ascoltare il preludio (l'opera integrale non è mai stata incisa) de "I Goti".
Non mi esprimo: chi vuole ascoltarlo per farsi un'idea (Una curiosità: dirige il maestro Luigi.....Verdi), lo può ascoltare cliccando qui

domenica 19 marzo 2017

Il nipote di Beethoven





Siamo onesti! Per quanta ammirazione si possa avere nei suoi confronti, chi mai riuscirebbe ad immaginarsi Beethoven nei panni di padre o anche soltanto di Baby Sitter? Nessuno, dai. Di Ludwig si può dire tutto il bene del mondo, tranne che sapesse relazionarsi con gli altri. A maggior ragione, poi, se "gli altri" potevano essere rappresentati da un ragazzetto nel periodo della frivolezza e della pubertà. Eppure, è proprio ciò che avvenne. Il Nostro caro Ludwig, per dimostrare ancora una volta ai posteri che non riusciva ad andare d'accordo nemmeno con i propri famigliari, attraverso una causa legale civile durata parecchi anni, riuscì a togliere il giovane nipote Karl Beethoven dalle grinfie di sua cognata (e madre legittima del bambino), dopo che era rimasta vedova, accusandola di condotta immorale e, quindi, inadatta a crescere questo ragazzo infondendogli dei sani principi. Ora, va detto che la cognata di Beethoven non fosse, almeno stando alle testimonianze, un tipo di madre esemplare eh. Il fatto è che Ludwig ce l'aveva un po' di vizio di mettere bocca negli affari dei fratelli e delle sorelle. Un'altra volta aveva tentato con tutti i mezzi di impedire le nozze di uno dei suoi fratelli solo perchè la sposa non gli piaceva. Ma torniamo a Karl, il nipote.
Dopo aver vinto la causa per l'affidamento, se lo prese in casa con l'intento di provvedere alla sua istruzione e al suo mantenimento, mandandolo perfino in un istituto in cui potesse studiare e farsi una buona cultura. Il problema è che in quel periodo (siamo già all'epoca degli abbozzi del IX sinfonia) Beethoven, economicamente, se la passava già male; era inoltre già completamente sordo e ormai completamente prigioniero della sua misantropia. Quando non poté più permettersi di pagare la retta dell'istituto, fece tornare il nipote a casa. E li iniziarono i guai seri. Karl non era completamente privo di talenti ma, come tutti i giovani "normali" e non geni della sua età, era frivolo e leggero, cosa che suo zio non poteva assolutamente sopportare. Gli aspri rimproveri dello zio erano all'ordine del giorno, i litigi continui e tutto diventava fonte di incomprensione. A discolpa di Ludwig, va riconosciuto che, pur volendo un gran bene al ragazzo, probabilmente non ebbe la più pallida idea di come si manifesti un amore paterno, soprattutto se si considera che razza di padre si era trovato a subire lui stesso. A Karl, quell'ambiente povero, quella casa sporca e trascurata e quello zio con cui era impossibile comunicare e per il quale, qualunque cosa facesse non andava bene, crearono quasi sicuramente uno stato di forte prostrazione in questo ragazzo che, nonostante tutto, era anche rimasto affezionato a sua madre, dalla quale non si era staccato volentieri. Si sfiorò la tragedia nel 1826 quando, ormai ventenne, l'esausto Karl si sparò un colpo di pistola alla tempia che, fortunatamente, lo ferì in modo non grave, anche se dovette fare una lunga convalescenza. Fu a quel punto che Ludwig si arrese e, amareggiato ed in preda ai rimorsi, acconsentì che il giovane venisse affidato alle cure di un conoscente, rinunciando così a quel nipote nel quale tanto aveva sperato e, forse anche per spirito di espiazione per il tentato suicidio, passando l'ultime periodo della sua vita in quasi completa solitudine.

mercoledì 15 marzo 2017

Tornano alla Scala "I Maestri Cantori"






Torna, dopo ben 27 anni di assenza, "I maestri cantori di Norimberga" al Teatro alla Scala di Milano. Composta tra il 1862 e il 1867, l'opera ebbe il suo debutto, sotto la bacchetta di Hans Von Bulow, il 21 Giugno 1868 al Teatro Nazionale di Monaco di Baviera. E' un'opera particolare nella già particolare produzione wagneriana, soprattutto se si tiene conto che la sua composizione, benchè da tempo progettata da Wagner, si materializza subito dopo la composizione del Tristano e durante la lunga interruzione che spezzò, di fatto, in due la composizione della tetralogia dei nibelunghi. Il fatto che Wagner ne abbia iniziato la composizione durante il periodo forse più disperato della sua vita (era talmente sommerso dai debiti al punto da meditare anche il suicidio) ne fa un'opera ancora più particolare. Perchè? Perchè prima di tutto è una commedia. E viene abbastanza spontaneo assumere un'aria interdetta pensando a Wagner che scrive una commedia: "chissà cheppalle una commedia scritta da quel presuntuoso serioso di Wagner!!"
E invece no! E' una commedia bella, radiosa, anche se, in alcuni punti eccessivamente verbosa
(dopotutto è sempre Wagner) e un po' tronfia. Solo che, per renderse bene conto e per apprezzarne le atmosfere limpide, gioiose e, anche se malinconicamente, solari, a mio avviso, va messa in relazione con l'opera che la precede: il Tristano. Infatti, tanto il "Tristano e Isotta" è cupa, enigmatica, decadente, profondamente notturna ed opprimente, tanto "I Maestri cantori di Norimberga" è chiara nelle sonorità, solare nei colori orchestrali, raggiante nelle armonie e con melodie chiare e nette (tutto il contrario dell'opera precedente). Vi è al centro una storia d'amore ( eh beh, sempre di opera stiamo parlando eh...) e una gara canora che dovrà incoronare "nuovo maestro cantore" colui che si dimostrerà in grado di saper comporre un canto, seguendo le rigidissime regole imposte dalla corporazione dei maestri cantori. Protagonista dell'opera è Hans Sachs (l'unico che sia esistito veramente), l'arguto e saggio ciabattino che contende il titolo di Maestro cantore a Beckmesser, il mediocre marcatore che ha il compito, durante la gara, di segnare con un gessetto su una lavagna, tutti gli errori che vengono fatti dai concorrenti in gara. Il premio per il vincitore è allettante: prendere in sposa la bella Eva. Il problema nasce quando arriva Walter Von Stolzing, uno straniero che si innamora di Eva a prima vista e che decide di partecipare alla gara per averla in sposa, pur essendo totalmente ignorante delle regole dei maestri cantori. A questo scopo lo aiuterà proprio Sachs, troppo saggio e realista per poter aspirare all'amore di una ragazza molto più giovane di lui. Walter vince la gara pur non rispettando queste regole, perchè la sua canzone è talmente bella che riesce ad ammaliare tutto l'uditorio, diventando maestro cantore e sposando la bella Eva.
E tutti vissero felici e contenti.
Ovviamente questa è la trama in due parole. Se l'opera dura 5 ore e passa, magari c'è qualcosa di più.
Come in ogni sua opera, Wagner, ha bisogno di calarsi ed immedesimarsi in uno o anche più personaggi dell'opera che sta scrivendo. Naturale che, a questo giro, il suo campione sia Walter Von Stolzing, l'avventato aspirante maestro cantore che viene prima guardato con sospetto dai conservatori, poi apertamente osteggiato da Beckmesser ( che in origine doveva chiamarsi Hans Lick con riferimento al giornalista musicale Edward Hanslick, sempre prodigo di critiche al vetriolo nei confronti del compositore sassone e aperto sostenitore di Verdi e Brahms), il mediocre musicista nel quale Wagner identificava probabilmente tutta quella schiera di compositori (spesso ebrei) più fortunati ma meno validi di lui, come Mayrbeer. Alla fine, c'è quel meraviglioso personaggio che è Hans Sachs, che nel III° Atto, accenna proprio al dramma di Tristano paragonandosi al Re Marke (con tanto di citazione del tema musicale del Tristano) e sacrificando il suo amore per la bella Eva in favore del giovane Walter. Ognuno dei tre (come anche tutti gli altri personaggi) ha una sua caratterizzazione netta e precisa: il canto sgraziato e un po' ridicolo di Beckmesser fa da contraltare all'impeto giovanile (e tenorile) del giovane Walter, che si lancia sempre in melodie piene di trasporto e di vigore. A calibrare questo contrasto, ll canto sempre riflessivo, disincantato e saggio di Hans Sachs. Nonostante la verbosità e prolissità del testo wagneriano, l'opera, per quanto lunga, scorre inaspettatamente bene, trascinata da quella musica solare e limpida come l'aria di primavera che non può che coinvolgere l'ascoltatore arrivando perfino a divertirlo; come nella scena del secondo atto in cui beckmesser improvvisa una ridicola serenata a quella che crede essere Eva, disturbato continuamente da Sachs che martella sulla suola di una scarpa ad ogni suo errore di canto. E soprattutto quel capolavoro che è la successiva scena della rissa in strada in cui il disordine di una baruffa viene rappresentato mirabilmente da una fuga, che è quanto di più ordinato possa esistere in musica. E poi ancora la magnifica danza degli apprendisti che anticipa la gara fino alla vittoria di Walter e il bellissimo coro che chiude l'opera. Come accaduto per altri (anche se per vie diverse) questa opera dimostra quanto il genio di wagner fosse capace di uscire indenne dalla disgregazione armonica e dal dolente sfinimento del Tristano con un'opera chei, arrivando a citare musicalmente Bach ed Hendel (nella scena del primo atto in cui Pogner spiega le regole dei maestri cantori), se non è la negazione del Tristano, ha quasi l'aspetto di esserne l'antidoto. Wagner torna un passo indietro per prendere lo slancio e fare tre passi avanti. Torniamo all'antico e sarà un progresso (se Wagner viene a sapere che ho citato verdi, viene qui e mi stacca la connessione).
Oddio!!! Che post lungo e prolisso!! Non ci si puo' far niente. Quando si parla di Wagner, la cosa va sempre per le lunghe.
Chiudo con una mia considerazione personalissima e perciò, assolutamente opinabile: dal punto di vista meramente musicale, prescindendo da sinossi, testo, messa in scena e simbologie varie, la musica in assoluto più bella che sia mai stata scritta per un'opera è proprio quella de "I maestri cantori di Norimberga.
Forse a pari merito con quella del "Così fan tutte" di Mozart.
Forse...

venerdì 10 marzo 2017

Arte e...depressione,




Che il genio o comunque l'artista, abbia una natura più sensibile delle persone cosiddette "ordinarie" è una teoria che ormai non ha più nemmeno bisogno di esser dimostrata. Tale sensibilità, però, porta molto spesso anche ad un disagio interno che può avere conseguenze nefaste e sfociare in veri e propri periodi - più o meno lunghi - di profonda depressione. Il mondo musicale non fa eccezione, e gli esempi non mancano.

Il capostipite di questa mandria di depressi è senz'altro Robert Schuman. Uomo di straordinaria sensibilità, fu anche affetto da forte bipolarismo (aveva ben due amici immaginari con i quali conversava quotidianamente), soffriva di incubi da cui si svegliava agitatissimo e, profeticamente, era terrorizzato all'idea di diventare pazzo. Da giovane aveva anche tentato il suicidio buttandosi dalla finestra, ragione questa per la quale, successivamente, scelse sempre appartamenti al piano terra. Di contro a queste manie, aveva costantemente la testa piena di musica: una volta disse che se solo avesse messo su carta tutta la musica che aveva nella testa, avrebbe scritto oltre cento sinfonie in pochi anni. Totalmente privo di senso pratico, fu la moglie Clara (ottima compositrice anche lei, seppur molto più equilibrata del marito) ad organizzare i sui concerti e le sue serate. Il già delicato equilibrio mentale di Schuman, ebbe un rapido declino dopo i 40 anni, fino al fatale epilogo: un giorno uscì di casa in vestaglia e andò a buttarsi nel reno. Fu salvato appena in tempo da un gruppo di pescatori ma, per preservarlo da se stesso, fu rinchiuso in una clinica psichiatrica dove morì due anni dopo.

Non sempre la depressione ha origini cliniche. Talvolta è semplicemente la reazione ad un momento o un periodo di forte stress. E' il caso anche del granitico Giuseppe Verdi. Se si guarda bene ai primi anni del suo successo, gli ingredienti per un crollo nervoso ci sono tutti: una malattia che gli stermina moglie e figli in poco tempo, un'opera scritta proprio in quel periodo che viene inappellabilmente fischiata, la successiva apatia per tutto ciò che lo circonda, un'opera successiva scritta quasi controvoglia che invece ottiene uno dei più grandi trionfi della storia della musica e, da quel momento, quelli che lui definisce "gli anni di galera", ossia un periodo abbastanza lungo in cui le richieste dei tanti impresari per avere sue opere nuove erano così pressanti da non lasciargli nemmeno il tempo di uscire a prendere una boccata d'aria. Da questo turbine di emozioni (e si sa dal suo allievo Emanuele Muzio), Verdi soffrì spesso di attacchi di angina, disturbi intestinali, repentini cambi di umore, momenti di euforia a cui si alternavano, subito dopo, momenti di cupa disperazione, scatti d'ira e crisi di pianto. Fortunatamente la sua personalità fu abbastanza forte da superare questi sconquassi emotivi e da non fargli fare la fine di quei tanti artisti che, schiacciati dal peso della loro genialità finiro pazzi o morti suicidi.

Altro depresso "per stress" fu sicuramente il rivale di Verdi, Wagner. Uomo dall'ego sconfinato, dalle aspirazioni immensamente più forti di lui, di grande genio ma di quasi totale mancanza di senso pratico e della realtà. Sognava il lusso e il benessere, e questo lo portò a far debiti enormi, a fuggire da qualunque luogo intendesse  eleggere a sua dimora perchè sempre inseguito dalla miseria e dai creditori. Mai completamente compreso dai suoi contemporanei (come darl loro torto??), pensava che il fatto che molti compositori meno bravi di lui ottenessero maggior successo, fosse un tragico e crudele gioco del fato. In queste circostanze diventava rabbioso, arrogante e sprezzante con chiunque. Il livore, la frustrazione e la costante preoccupazione di non riuscire a trovare mezzi di sostentamento, uniti ai debiti sempre più alti che accumulava, gli provocavano tremende emicranie, periodi di vero e proprio sconforti, disturbi gastrici e, soprattutto, un fastidiosissimo sfogo cutaneo facciale che lo sfigurava di continuo. Anche lui finì per meditare seriamente propositi suicidi, ma fu proprio allora che il Re di Baviera, prendendolo sotto la sua ala protettrice, gli salvò inconsapevolmente la vita.

La rassegna sarebbe ancora lunga ma termino con un nome che, almeno apparentemente, dovrebbe essere l'antitesi stessa della depressione: Gioacchino Rossini. Ebbene si, proprio lui! L'emblema stesso della genialità, della simpatia e della "bella vita" Per i primi trent'anni della sua vita, ebbe un'esistenza costellata dal successo, dalla ricchezza, dalle tante donne alle quali, solo a sentire il nome Rossini, andavano in palla gli ormoni. Poi, dopo i trent'anni, qualcosa si ruppe: l'avvento del romanticismo che non gli piaceva, il matrimonio infelice con la Colbran, la crescente apatia, il Guglielmo Tell che gli era costato un immane sforzo creativo. Fatto sta che per lungo tempo, Rossini divenne un uomo ipocondriaco, triste, pieno di acciacchi (quelli che non aveva se li inventava), invecchiato prematuramente e senza più voglia di vivere. Tutto questo per periodi lunghissimi. Come gli altri, anche lui pensava spesso al suicidio. "Non sono più buono a comporre. Sono buono solo a decompormi" disse una volta a Wagner. Non fu un re a salvarlo; fu Olimpie Pellissier, una ex mantenuta francese che, dimostrandogli un'amore ed un'abnegazione senza pari (e senza pretendere niente in cambio se non l'amore di Rossini) si prese cura del compositore pesarese, garantendogli comunque una vecchiaia tutto sommato serena e piacevole.

Insomma, essere un genio, non deve esser cosa facile e forse c'è di che esser grati a questi signori se, deliziandoci con le loro opere musicali, hanno impiegto anche un bel po' del loro malessere emotivo.

mercoledì 1 marzo 2017

La generosità di Wagner in terra italiana...




Questa volta va spezzata una lancia a favore di Richard Wagner.
La location è Roma, nel Novembre del 1876. Da pochissimi mesi è terminato il primo festival di Bayreuth con l'integrale, per la prima volta assoluta, dell'intero ciclo del "Ring", che ha ottenuto una grandissima eco in tutto il mondo occidentale ma che ha lasciato a Wagner un deficit economico enorme. Da questa grande delusione (l'ennesima) il compositore sassone cerca ristoro, come sempre in casi analoghi, in Italia.
L'ambiente musicale italiano (complici anche le prime rappresentazioni di opere wagneriane e il silenzio artistico di Verdi) sta vivendo un momento di grande fermento: il volontario ritiro dalle scene del "cigno di Busseto" scopre il vuoto pneumatico che si è creato intorno a lui. Vi sono Ponchielli, Marchetti e pochi altri a cercare di riempire questo vuoto, ma senza mai riuscisci completamente. Proprio per questo motivo, la musica sinfonica, concertistica e da camera, trova di nuovo l'occasione per tentare di inserirsi nel tessuto musicale dell'italia di allora. Sono di questi anni le prime società del quartetto che presentano programmi esclusivamente sinfonici e concertistici. Solo in questi anni le sinfonie di Beethoven riescono finalmente a penetrare quel muro di gomma che gli aveva impedito di avere esecuzioni complete in Italia, e questo grazie a giovani e talentuosi compositori-direttori che, forse non del tutto a torto, si sono un po' stancati del provincialismo musicale italiano e dell'egemonia musicale operistica di pochi eletti ( primo fra tutti proprio Verdi). Uno di questo è il giovane Giovanni Sgambati, Romano, allievo di Liszt, che ormai vive stabilmente a Roma, dove ha preso i voti e indossa sempre l'abito talare. Liszt considera addirittura Sgambati il suo migliore allievo e, quando viene a sapere che Wagner è in città, non esita a mandarglielo perchè gli faccia ascoltare due quintetti composti da Sgambati. Wagner lo riceve nell'Hotel dove alloggia e rimane entusiasta delle partiture. Nonostante la sua situazione economicamente preoccupante, nonostante sia rinomato per avere un carattere non facile e per essere spesso insofferente e lunatico con i visitatori, Wagner scrive subito al suo editore Schott per segnalargli lo Sgambati con un biglietto che vale la pena di riportare, tale è la generosità disinteressata e la stima autentica nei confronti di questo giovane che ne traspare.

Una comunicazione che può ricordare la bonaria accondiscendenza di Rossini, con cui tentava di dare una mano ai vari Bellini, Pacini, Bizet, Donizetti e Verdi. Quel Verdi che, benchè prodigo (anche se in maniera molto oculata) con chi avesse aveuto una vita poco felice, fu sempre molto avaro di slanci di generosità verso quasi tutti i suoi colleghi (ad eccezione del devoto Emanuele Muzio), quando non li osteggiò apertamente come fece con il povero Catalani.
Probabilmente, come accade a chi è abituato a cavalcare costantemente l'onda del successo, per lo strisciante timore di venir soppiantato.
Insomma, fu anche grazie ad un anonimo biglietto come questo se, anche in Italia, pur restando per ancora troppi anni "di nicchia" si poté assistere alla rinascita di un nuovo sinfonismo da affiancare al tradizionale melodramma ad opera di talenti come quelli di Sgambati (primo direttore d'orchestra in Italia a dirigere la III° di Beethoven), Martucci e altri.


lunedì 27 febbraio 2017

Il carnevale romano di Rossini, Paganini e...bellicapelli...

 

Roma. Febbraio del 1821. Va in scena la Matilde di Shabran di Gioacchino Rossini, non una delle sue opere maggiori, tanto che, per quasi due secoli, a causa anche dei numerosi auto-imprestiti tipici delle opere d'occasione di Rossini, è caduta nel dimenticatoio. Ma a quest'opera sono legati due episodi curiosi che vale la pena di ricordare. Prima di tutto, l'opera al debutto, ebbe l'onore di avere come primo violino e maestro concertatore ( i direttori d'orchestra ancora non esistevano) niente meno che Niccolò Paganini, che aveva sostituito all'ultimo momento il primo volino di ruolo che aveva avuto un malore. L'opera non ebbe successo, ma la cosa non toccò minimamente Rossini che decise di andare a festeggiare il carnevale in Via del Corso coinvolgendo anche l'amico violinista. Di questa serata memorabile, ce ne riferisce nelle sue memorie Massimo D'Azeglio, che così ha tramandato ai posteri quella amena mascherata carnevalesca:

 " Erano a Roma Paganini e Rossini, cantava la Lipparini al Tor di nona. S'avvicinava il carnevale e si disse una sera: "Combiniamo una mascherata!!" Cosa si fa? cosa non si fa? Si decide alla fine di mascherarsi da ciechi e cantare, come usano per domandare l'elemosina. Si misero insieme quattro versacci che dicevano: "Siamo ciechi, siamo nati per campar di cortesia, in giornata d'allegria non si nega carità" Rossini li mette subito in musica, ce li fa provare e riprovare, e finalmente si fissa d'andare in scena il Giovedì grasso. Fu deciso che il vestiario al di sotto fosse di tutta eleganza e di sopra coperto da poveri panni rappezzati. Insomma una miseria apparente e pulita. Rossini e Paganini dovevano figurare in orchestra strimpellando due chitarre e pensarono di vestirsi da donna. Rossini ampliò con molto gusto le sue già abbondanti forme con viluppi di stoffa, ed era una cosa inumana. Paganini poi, secco come un uscio e con quel viso che pareva un manico di violino, vestito da donna compariva ancora più secco e sgroppato il doppio.
Non fo per dire ma si fece furore: prima in due o tre case dove s'andò a cantare, e poi al Corso, poi la notte al festino".

Quanto pagheremmo per esserci stati anche noi????
Buon martedì grasso.

venerdì 24 febbraio 2017

Esperimenti di comicità.


Una delle tante curiose coincidenze che accomunano Giuseppe Verdi e Richard Wagner, fu l'occasione, per entrambi, di cimentarsi con la commedia al loro secondo lavoro operistico.

Wagner, dopo aver scritto "Die feen", che non era riuscito a far rappresentare, decise di musicare (sempre su libretto proprio) l'opera " Il divieto di amare" tratto dalla commedia shakespeariana "Misura per misura".  L'opera, a mio modesto avviso, è più che godibile. In molti punti si respirano echi del Rossini comico e del Bellini (che Wagner adorava) più appassionato. Ovviamente, tutto questo è portato all'eccesso, come era nel costume wagneriano. Ovvio che, alla luce di ciò che è diventato Wagner negli anni a seguire, quest'opera non poteva che finire nel dimenticatoio, non tanto per colpa di uno scarso valore che in realtà non c'è (anzi!), ma perchè l'evoluzione artistica del musicista di Lipsia prese una stada talmente distante dallo stile di quest'opera che ancora oggi sembra quasi impensabile considerarla come un'opera sua. E difatti, Wagner la rinnegò e ne parlò sempre con disrpezzo. «Ho errato un tempo e ora vorrei espiare; / come liberarmi del peccato di gioventù? / La sua opera depongo umilmente ai tuoi piedi, / perché la tua grazia la redima» aveva scritto di suo pugno in calce alla partitura donandola a Ludwig di Baviera, Inoltre, il ricordo di questo lavoro non doveva suscitare dei bei ricordi al compositore sassone: la sera del debutto, nel 1836, fu disastrosa, non tanto perchè l'opera sia stata fischiata, ma semplicemente perchè in platea c'erano leteralmente tre gatti. Approfittando della quasi totale assenza di pubblico, il marito della prima donna, che sospettava che la moglie avesse una tresca con uno dei cantanti, scatenò un'autentica rissa dietro le quinte ( e forse sta proprio qui il vero lato comico del "Divieto di amare").

"Un giorno di regno" fu invece la prima opera comica di Verdi. La storia è abbastanza nota: dopo il buon successo di "Oberto conte di San Bonifacio", l'impresario merelli decise di affidargli un vecchio libretto di Felice Romani dal titolo " Un giorno di regno, ossia il finto stanistlao". In quel periodo, Giuseppe Verdi stava attraversando forse il periodo più buio di tutta la sua vita: in poco tempo gli erano morti i due figli piccoli e l'amata moglie Margherita, non c'è da stupirsi, quindi, che non fosse certamente nell'animo adatto per comporre qualcosa di comico. Il libretto, certo, non era di aiuto: era un vecchissimo libretto di Felice Romani, scritto nel 1818 e, quindi, ormai fuori tempo e fuori moda. L'opera cadde rovinosamente alla prima rappresentazione alla Scala facendo un fiasco memorabile. Ma sarebbe ingiusto o semplicemente riduttivo attribuirne l'insuccesso solo alla mancata disposizione di Verdi al genere comico per via dei lutti famigliari: l'opera cadde anche e soprattutto perchè era nata vecchia e Verdi aveva dovuto adeguarsi, senza fare tante storie, ad un libretto che, al limite, sarebbe potuto andar bene per l'epoca di Rossini o Pacini. L'opera di per se non è certo un capolavoro, ma non è nemmeno così indigeribile. Ci sono qua e la anticipazioni di quel che sarà Verdi nel futuro ma, soprattutto, ci sono riferimenti proprio ai modelli di onizetti, Rossini e Bellini. Forse non originali, ma stilisticamente ineccepibili. Verdi non riuscì mai a perdonare al pubblico quei fischi così crudeli e, come Wagner, portò sempre profondo rancore a questa opera giovanile. Passarono cinquant'anni in cui meditò la rivalsa di un'opera comica che potesse sbaragliare il pubblico e, quando Rossini, in una lettera a Ricordi, fece notare in perfetta buona fede che, secondo lui, Verdi non era adatto alle commedie, se ne ebbe molto a male.
Fatto sta che dopo questi due giovanili esperimenti (più riusciti di quanto il destino abbia voluto farci intendere) entrambi avrebbero avuto la loro bella rivincita anche sul genere "commedia lirica": Verdi con quella meravigliosa perla che è il "Falstaff" e Wagner con quello stupendo e struggente affresco di colori e buon umore che è "I maestri cantori di Norimberga"

Mi pare quasi di sentirli mentre ci dicono ancora, in coro: "Una risata vi seppellirà"

mercoledì 22 febbraio 2017

Mozart e quel calcio nel sedere...

Ad un genio come Wolfgang Amadeus Mozart, l'ambiente ristretto e tutto sommato provinciale di Salisburgo (la sua città natale) non poteva che andargli stretto, soprattutto se si tiene conto che questo ragazzotto di circa venti anni, grazie al suo status di bambino prodigio, aveva già visto quasi tutte le corti d'Europa nei suoi viaggi nelle quali si era esibito, accompagnato dal padre Leopold. Adesso, a 20 anni, passata l'epoca gloriosa da "enfant prodige", il padre aveva preteso che occupoasse un posto sicuro e stabile alla corte arcivescovile di Salisburgo (nella quale anche lui era impiegato) come maestro di cappella al servizio del principe arcivescovo della città. E finchè si trattò di servire l'Arcivescovo Sigmund III Von Schrattenbach, uomo tutto sommato illuminato e ben disposto verso i suoi dipendenti, benchè lo stipendio fosse solo di 150 fiorini annui, non se la passò così male. Quando, alla morte di Schrattenbach, si insediò Hieronymus Von Colloredo, le cose cambiarono in peggio: uomo dispotico e altezzoso, aperto si alle arti ma totalmente insofferente alle aspirazioni artistiche di Mozart (che considerava poco più che un capriccioso servitore), ebbe con quest'ultimo rapporti sempre burrascosi. Le licenze per permettere ai Mozart di assentarsi dal luogo di lavoro allo scopo di intraprendere le serie di concerti che li avevano portati in giro per l'europa calarono drasticamente. Mozart venica obbligato ad indossare la livrea dei servitori e a pranzare con loro in cucina. Le sue composizioni sacre dovevano seguire linee stilistiche ben precise senza che nessun margine venisse lasciato all'estro (e che estro!!) del compositore. Nessuna composizione che non fosse liturgica, gli veniva commissionata mentre lui, dopo Idomeneo, moriva dalla voglia di comporre altre opere. Insomma, di ragioni per essere scontento ne aveva una moltitudine e più di una volta si trovò a scontrarsi con l'arcivescovo. E, come se non bastasse, anche il padre Leopold, lo invitava sempre ad abbassare la testa e a conservarsi il posto.
La pazienza dell'arcivescovo fu comunque messa a dura prova a causa del carattere indolente ed insolente di Wolfgang. La rottura definitiva avvenne quando, dopo l'ennesimo litigio con l'arcivescovo, Mozart presentò le sue dimissioni che vennero respinte. Alle proteste di quest'ultimo, l'Arcivescovo ordinò che fosse messo alla porta senza tanti complimenti da uno dei suoi servitori che, preso un po' troppo alla lettera l'ordine del prelato, cacciò fuori Wolfgang dal palazzo assestandogli un sonoro calcio nel sedere. Così ne scrisse all'inorridito Leopold in una lettera:

« Questo dunque è il conte che (stando alla sua ultima lettera) mi ha tanto sinceramente a cuore, questa è dunque la corte dove dovrei servire, una corte in cui uno che intende presentare una supplica per iscritto, invece di essere agevolato nell'inoltrarla, viene trattato in questo modo? [...] Ora non ho più bisogno di mandare nessuna supplica, essendo la cosa ormai chiusa. Su tutta questa faccenda non voglio più scrivere nulla ed anche se ora l'arcivescovo mi pagasse 1.200 fiorini, dopo un trattamento simile proprio non andrei da lui. Quanto sarebbe stato facile convincermi! Ma con le buone maniere, senza arroganza e senza villania. Al conte Arco ho fatto sapere che non ho più nulla da dirgli, dopo quella prima volta in cui mi ha aggredito in quel modo, trattandomi come un farabutto, cosa che non ha alcun diritto di fare. [...] Che gliene importa se voglio avere il mio congedo? E se è davvero tanto ben intenzionato nei miei confronti, cerchi allora di convincermi con dei motivi fondati, oppure lasci che le cose seguano il loro corso. Ma non si azzardi a chiamarmi zotico e furfante e non mi metta alla porta con un calcio nel culo; ma dimenticavo che forse l'ha fatto per ordine di Sua grazia. »

         

venerdì 10 febbraio 2017

Schubert e Beethoven: un incontro disastroso.




                     
E' sempre emozionante pensare all'incontro, fortuito o meno, di due grandi musicisti: basti pensare agli incontri che ha avuto Rossini con Wagner o con Beethoven, oppure all'incontro e all'amicizia tra Mozart e Haydn. Ebbene, nella Vienna di inizio '800, una delle emozioni più forti che poteva provare un musicista o aspirante tale, era quella di poter incontrare, appunto, Ludwig Van Beethoven. Non molto lontano dalla dimora di quest'ultimo, abitava un musicista che avrebbe fatto molto parlare di se le future generazioni: tale Franz Schubert. Persona timida, schiva ed estremamente insicura, ancora poco conosciuta in città e fuori, stravedeva per il titanico Beethoven. E' rimasto famoso l'episodio secondo cui, dopo aver scorso la partitura dell'ouverture dell' Egmont, preso dall'esaltazione, avrebbe composto quasi di getto la sua ouverture in fa magg.  Abitando entrambi nella stessa Vienna, per Schubert non doveva nemmeno esser troppo difficile incontrare Beethoven, se non fosse stato per la sua eccessiva timidezza. Varie volte si era recato davanti all'abitazione di quest'ultimo ma, all'ultimo momento, aveva sempre rinunciato a bussare alla sua porta. L'accasione propizia si verificò quando Schubert decise di dedicare espressamente a Beethoven le sue "variazioni a 4 mani per pianoforte op. 10". Incoraggiato da un amico, si avviò verso la dimora del "titano" ma, arrivato alla meta, fu di nuovo preso dagli scrupoli. Fu l'amico a bussare alla porta del compositore, e l'incontro ebbe luogo. Incontro molto deludente, purtroppo. Il sordo Beethoven poteva comunicare solo attraverso i suoi famosi quaderni di conversazione e quando toccò a Schubert esprimersi attraverso quei fogli di carta, la sua mano cominciò a tremare dall'emozione fino a bloccarsi. Insomma, un dialogo tra un muto e un sordo! Come se non bastasse, a distruggere la già compromessa autoconsiderazione del giovane compositore, Beethoven, dopo aver scorso la partitura che Schubert gli aveva dedicato, gli fece (pare molto gentilmente, tra l'altro) un appunto su un'inesattezza armonica, specificando però che si trattava soltanto di un peccatuccio veniale. Tanto bastò al povero Schuibert, una volta congedatosi dall'abitazione del titano, a scoppiare in un pianto dirotto e a ripetere che non era degno di comparire altre volte al cospetto del gigante. Mantenne la parola: Schubert e Beethoven non si rividero più. E di questo incontro, resta l'eco di quel pianto dirotto. Lo stesso pianto dirotto che, qualche anno dopo, videro alcuni testimoni segnare il suo viso quando, con una candela in mano, seguii il corteo funebre di Ludwig Van Beethoven

lunedì 6 febbraio 2017

Vincenzo Bellini: il tombeur de femmes...


        


Biondo, dal volto quasi angelico, bello in maniera quasi criminale, affascinante e passionale; ma allo stesso tempo cinico, spietato, arrivista, crudele, ipocrita ed opportunista! Va detto: Vincenzo Bellini, con le donne, fu anche questo. Incarnò, forse quasi quanto Wagner, la doppia personalità di chi, da una parte era costantemente attratto dalla sensualità femminile e facile all'innamoramento e alla sbandata amorosa, e dall'altra parte un uomo freddo e scostante che fu capace di spezzare tantissimi cuori. Tutti tratti del suo carattere che, ascoltando le sue partiture, emergono benissimo. La prima forte cotta di cui si ha notizia fu per Maddalena Fumaroli, una bella ragazza napoletana alla quale impartiva lezioni di canto. Lui diciottenne e lei sedicienne. A quanto pare fu amore a prima vista! I due cominciarono a frequentarsi, ma il padre di lei, incurante del fatto che il giovane musicista aveva già esordito a teatro con "Adelson e Salvini" ricevendo ottimi giudizi dalla critica e perfino da quel Donizetti che sarebbe stato tanto inviso proprio allo stesso Bellini, lo mise alla porta dicendogli chiaro che sua figlia non avrebbe mai sposato un "suonatore di cembalo". Due anni dopo, Bellini otterrà il suo primo grande successo a Milano con "Il Pirata", facendo tornare il padre di Maddalena sui suoi passi. Maddalena gli scriverà allora che adesso, con il permesso del padre possono sposarsi, ma è troppo tardi. A quelle lettere, Bellini risponderà freddamente ( e dopo molti mesi) con una lettera poco più che telegrafica: "Mia cara. A Milano ho preso una decisione molto importante per la mia vita. L'unica mia sposa sarà la musica." 

Nel frattempo, Bellini aveva cominciato a frequentare Giuditta Turina (coetanea di Maddalena) fidanzata ufficialmente con un facoltoso commerciante, incurante, preso com'era dai suoi affari, drella evidente e quasi sfacciata relazione della sua compagna col focoso musicista. Ma più che per amore, oltre all'attrazione erotica, c'era un'altra ragione per cui il "Cigno di Catania" si era legato sentimentalmente a questa donna: "Questo amore mi salverà da qualche matrimonio non felice..." scriveva in una lettera. Insomma, meglio avere una relazione con una donna già impegnata (e oltretutto economicamente benestante) che con una donna libera che altro non aspetta la proposta di matrimonio. Sembra quasi di sentir parlare Alberto Sordi quando, alla domanda sul perchè non si fosse mai sposato rispondeva invariabilmente: "E che so' matto? Che me metto in casa un'estranea??"

Durante la relazione con Giuditta Turina, Bellini incontrò un'altra Giuditta: la Grisi. Di quattro anni più giovane di lui, fu la cantante per la quale scrisse il ruolo di Romeo ne "I capuleti e i Montecchi". La loro frequentazione divente molto assidua e, quando la Turina venne a sapere della tresca, piantò a Bellini delle vere e proprie scenate alle quali lui reagì da vittima e negando tutto: colpa dei soliti invidiosi con le loro malelingue.

Fu la stessa cosa con la terza Giuditta: Giuditta Pasta. Fu la sua prima Amina ne "La sonnambula" e la sua prima "Norma", la sera del leggendario debutto in cui l'opera venne tremendamente fischiata. Se, da un punto di vista artistico, in Giuditta Pasta, Bellini aveva trovato la cantante ideale per le sue opere, dall'altra trovò anche una piacevola compagna "di alcova". Ovviamente, di matrimonio, manco a parlarne. " Io sono così:"-scriveva ad un amico- "Amo solo la donna che non progetto di sposare". Anche Giuditta Pasta sarebbe stata presto rimpiazzata, ma questa volta sarebbe stato proprio lui a piangere lacrime amare per amore.
Ma questa è un'altra storia che vi racconterò un'altra volta.

domenica 5 febbraio 2017

Il papà della SIAE? Giuseppe Verdi




L'annosa questione del diritto d'autore, ha le sue origini lontanissime nel tempo. Addirittura nell'antica grecia.  Ma prima che questa venisse regolamentata, sono passati secoli ed addirittura millenni. Un passo importante fu quando Gutemberg, nel 1455, inventò la stampa a caratteri mobili, che in un sol colpo velocizzava la riproduzione di un qualunque manoscritto aumentando esponenzialmente il numero delle stampe e mandando in pensione i copisti "a mano"; in quel frangente, per la prima volta, si pose il problema del diritto d'autore in senso moderno. Per arrivare, però, ad una forma riconosciuta ed "istituzionalizzata" di questo importante riconoscimento (che poi si sarebbe chiamato SIAE), si dovette aspettare il 1882, quando, insieme ad altri artisti, musicisti e letterati ( da Lumbroso a Carducci, da Boito a Verga), un certo Giuseppe Verdi ( e chi altri?) formò la Società Italiana Autori Editori. Fu tale associazione che, trasformandosi ed evolvendosi nel tempo ( e non sempre in meglio) è sempre stata la corce e delizia per ogni autore. Si è calcolato che, grazie alla creazione di questa società di tutela, uno come Mozart, nell'era dei cd, della televisione e dei download di musica on line e con le suonerie dei telefonini, solo con i proventi della "Piccola serenata notturna in sol magg." potrebbe guadagnare tranquillamente e senza far nulla ben 600 euro ogni ora.
Se solo ci avessero pensato prima!

venerdì 27 gennaio 2017

Don Giovanni: l'overture "per un pelo"..



Oggi, oltre ad essere l'anniversario della morte di Giuseppe Verdi, è anche il compleanno di Wolfgang Amadeus Mozart. Mi sembra giusto, quindi, per festeggiare anche questa lieta ricorrenza, ricordare un aneddoto famosissimo e leggendario: quello dell'overture del Don Giovanni composta di getto poche ore prima del debutto dell'opera a Praga.
Buon compleanno Wolfgang

domenica 22 gennaio 2017

L'opera infinita: Nerone.


                 
                  
                  
Di opera incompiute è piena la storia della musica classica. Basti pensare a "Turandot" o al "Requiem" di Mozart, tanti per citare i due esempoi più famosi. Ma un conto è un'opera rimasta incompiuta, magari per la morte, se non improvvisa, repentina dell'autore. Un conto è un'opera "infinita". L'esempio è proprio il tanto leggendario "Nerone" di Arrigo Boito, la cui gestazione è durata ben 56 anni e che fu messa in scena soltanto nel 1924 completata da Toscanini e Samreglia (essendo l'autore morto nel 1918). Opera iniziata addirittura ai tempi del primo Mefistofele, è sempre stata destinata a soffrire delle insicurezze dell'autore, traumatizzato proprio dall'esperienza negativa del disastroso debutto della sua prima opera, e per questo vittima di mille ripensamenti. Suo, tra l'altro, anche il libretto, che iniziallmente prevedeva addirittura 5 atti anzichè quattro (l'ultimo fu sforbiciato su consiglio di Ricordi). Lo stesso Boito, senza saperlo peggiorò infatti la situazione cercando ossessivamente di documentarsi storicamente fin nei minimi particolari sui personaggi, sull'epoca e sull'ambiente (l'antica Roma) in cui questi dovevano muoversi. Ancora nel 1884, durante la collaborazione per l' Otello, scriveva a Verdi: " «Per mia disgrazia ho studiato troppo la mia epoca (cioè l’epoca del mio argomento) (...) terminerò il Nerone o non lo terminerò ma è certo che non lo abbandonerò mai per un altro lavoro e se non avrò la forza di finirlo non mi lagnerò per questo e passerò la mia vita, né triste né lieta, con quel sogno nel pensiero» Dal canto suo Verdi, cercò spesso di incoraggiarlo a proseguire, senza, però, ottenere grandi risultati.
Ma com'è questo Nerone? Al di la del suo stato di opera sofferta e sfortunata, l'unico difetto che potremmo avergli imputato all'epoca del suo debutto, sarebbe stato semplicemente di essere un'opera un po' fuori tempo. Nata e concepita nel periodo in cui confluivano in italia sia l'egemonia del Verdi maturo sia l'arrivo del terremoto Wagner, è un prodotto nato per essere coevo (e forse anche un passo avanti) ad Aida e Lohengrin e che, invece, a causa del tempo trascorso, si ritrovò a dover fare i conti con il Puccini di Turandot e con il Debussy di Pelleas et Melisende. Detto questo, la mia modesta opinione è che sia una delle opere più belle che mi sia mai capitato di sentire; un'opera di cui mi sono innamorato a priva vista (anzi, a primo udito). Vi è forse uno degli esempi più lampanti di fusione tra azione, poesia e musica e teatro. Azzardo? Forse un'opera che sarebbe piaciuta molto sia a Verdi che a Wagner. E, da un punto di vista musicale, può anche essere definita una "summa" di tutti i passaggi e le trasformazioni che ha attraversato la storia dell'opera lirica. Dentro ci si sentono Monteverdi e Palestrina,  ma anche Verdi e Wagner. I grandi polifonici e i grandi sinfonisti. E con questi ingredienti, Boito riesce a disegnare azioni, pensieri, aspetti psicologici e anche ambienti ed atmosfere, senza per questo scadere nella musica cosiddetta descrittiva. Bastino i primi 10 minuti del 1° atto, per guardarci intorno e ritrovarci davvero sulla via Appia poco prima dell'alba, quando arrivano in lontananza le voci dei pastori che cantano, o il momento dell'incendio dell'Oppidum, nel 4 atto, per ritrovarci avvolti dall'odore acre del fumo e dal rovinoso rumore del circo massimo che ci crolla addosso con il suo spaventoso ed incandescente fragore. E che dire del "Padre nostro" che recita il meraviglioso e fragile personaggio di Rubria mentre albeggia?
Insomma, per chi non la conoscesse, io ne consiglio caldamente l'ascolto e l'approfondimento. Se Mefistofele è ancora in repertorio, Nerone non avrebbe meritato di meno.

sabato 21 gennaio 2017

L'opera funesta....

               

E' ormai un fatto arcinoto (e anche un luogo comune enormemente diffuso) che nell'ambiente del teatro, la superstizione regni sovrana. A cominciare dalla messa al bando del colore viola, ritenuto quasi sempre foriero di imprevisti e disastri sul palco, anche il teatro musicale ha le sue belle "pecore nere". "La forza del destino" è una di queste. E' diffusa credenza, infatti, che quest'opera abbia sempre esercitato influenze malefiche ogni volta che veniva anche solo pensata. Di certo, il titolo non promette bene eh.
Io che sono piuttosto scettico, non ho invece paura a parlarne ( se però magari tra 48 ore non mi avrete ancora riletto, chiamate il 118. Non si sa mai).
Quest'opera è il secondo vero e proprio giro di boa della produzione verdiana (il primo è quello della Luisa Miller); è l'opera che mischia sapientemente in un unico calderone quello che è il Verdi considerato più popolare ( i detrattori lo definirebbero volgare) e il Verdi più ricercato, più "alto".
La sinfonia, già dalle prime note, trasmette inquietitudine con quel senso di inesorabile dato dall'orchestra.  Inutile ripetere la trama, visto che quasi tutti la conoscono. Mi preme piuttosto soffermarmi, senza dilungarmi troppo, sul''inizio del secondo atto (che considero emblematico), al cospetto di quella enorme tavolata di pellegrini e straccioni dove si mangia e si beve in coro in cui vi è proprio il Verdi tanto villipeso della musica popolare. Musica da convitto, insomma.  Dopo pochi minuti, l'apparire di Frate Melitone ci da una buona anticipazione, anche se "in nuce", di quello che sarà il Verdi del Falstaff, molti anni dopo. Il classsico personaggio, se non proprio buffo, di colore per stemperare la tensione che si accumula lungo tutto il dramma. A lui, subito dopo, fanno da contrasto ( e qui si vede il grande talento del Verdi drammaturgo) l'aria "Madre pietosa vergine" cantata da Leonora, con la sua toccante umanità di donna prigioniera di tante sciagure, e il dialogo concitato con lo ieratico padre guardiano e la scena della vestizione, dove Verdi tocca vette inimmaginabili con "La vergine degli angeli" di cui diceva Pizzetti che sarebbero bastati questi pochi minuti a fare de "La forza del destino" un capolavoro.

L'opera fu scritta per il teatro Imperiale di San Pietroburgo e, fedele alla nomea che avrebbe acquisito in seguito, dette più di qualche grattacapo al maestro bussetano. La prima andò bene, ma ci furono alcune contestazioni anche se rivolte più a lui che non all'opera. Il finale, in cui Alvaro da dell'imbecille al frate, fu giudicato ai limiti del blasfemo e Verdi si trovò costretto a cambiare il finale.
Se l'opera sia davvero foriera di sventure non saprei dirlo, però va riconosciuto che alcune coincidenze ci sono: l'ictus che prese il povero piave mentre stava riscrivendo il finale e che lo bloccò incosciente in un letto per ben 8 anni, la morte sul palco del Metropolitan del baritono Leonard Warren mentre cantava "Urna fatal" e....insomma, per chi volesse approfondire, ci sono varie fonti che può consultare.
Magari, faccia prima gli scongiuri.
Non si sa mai.

giovedì 19 gennaio 2017

Il Trovatore: l'opera che ha come protagonista "il trauma psicologico!"

                  
                  

Il 19 Gennaio 1853, al teatro Argentina di Roma, andava in scena per la prima volta, "Il trovatore" di Giuseppe Verdi. E' un' opera strana, non tanto per il suo contenuto quanto per il posto che occupa nella cronologia delle opere verdiane. Dopo aver fatto un enorme balzo in avanti con Rigoletto, in cui tenta per la prima volta, riuscendoci meravigliosamente, di creare un' unione senza soluzione di continuità tra i vari pezzi chiusi del dramma, Verdi, con il Trovatore, compie invece un sostanzioso passo indietro tornando a forme del tutto tradizionali (senza contare che durante le prove di quest'opera, compone La Traviata, che è quanto di piu' distante si possa immaginare da Il Trovatore).
E allora perchè Il Trovatore è un capolavoro? Semplicemente perchè le note, l'orchestrazione, la melodia e il colore, si attaccano ad ogni azione, ogni parola, ogni personaggio e ad ogni risvolto psicologico. La trama, già di per se, sarebbe degna di uno dei primi film horror di Pupi Avati, tra morti per veleno, streghe ( o presunte tali) torturate, bambini arrostiti e teste mozzate. E per ognuna di queste situazioni e dei personaggi che la vivono, non c'è aria, cabaletta o concertato che non faccia rabbrividire per la sua totale attinenza al dramma. "Zumpappà" alla Verdi? Si, certo! Ma è uno zumpappà raccapricciante nel descrivere situazioni raccapriccianti. E perfino dove la musica verrebbe quasi osteggiata dai mediocrissimi versi del Bardare (subentrato dopo la morte di Cammarano), c'è la musica a donargli verità e verosimiglianza.
Soffermiamoci sul personaggio megio riuscito: Azucena! Come ogni protagonista che si rispetti, entra solo nel secondo atto, ma "Stride la vampa" ne da già un ritratto psichico completo. Ossessionata dal trauma di aver visto la madre orribilmente torturata e bruciata sul rogo (il perchè lo sappiamo da Ferrando all'inizio dell'opera, altro capolavoro di atmosfera "dark"), non fa che ripetere, sussurrando a se stessa come un mantra l'invocazione che le lanciò la madre prima di morire, "mi vendica", anche quando la musica in quel momento parla d'altro, estraniandosi come fa chiunque si trovi a combattere in ogni momento con i fantasmi del passato. Un trauma, né più né meno. Lo stesso trauma che, aggiunto alla sua sete di vendetta, le ha fatto compiere un gesto aberrante: rapisce il figlio del conte che aveva mandato a morire sua madre, per bruciarlo vivo a sua volta. Il racconto parte, è vero, con il consueto Zumpappà alla Verdi, che però assume da subito contorni sinistri, come a preludere a qualcosa di indicibilmente terribile, e viene abbandonato proprio quando, da narrazione, la vicenda si fa ricordo vivo nella mente ossessionata di Azucena e si trasforma in un vero e proprio attacco isterico quando la zingara rivela che, preda del delirio di vendetta, aveva buttato nel fuoco non il figlio del conte, ma il suo!! E' musica, è orchestra che hanno letteralmente la bava alla bocca e la bile in gola. Ed è proprio Manrico, che assiste al racconto, ad essere inconsapevolmente quel figlio del conte che doveva essere ucciso dalla Zingara e che invece, proprio lei, ha poi tirato su come se fosse figlio suo. E infatti, quando Azucena riprende il suo controllo mentale e rientra nel ruolo di madre (se pur adottiva e, sicuramente, non scevra da sensi di colpa), la musica e il canto ce la rivelano dolce, affettuosa e premurosa.
Su quest'opera ci sarebbero altre mille cose da dire ma preferisco concludere riallacciandomi al discorso fatto in apertura: la sua collocazione cronologica dopo il Rigoletto e prima de La Traviata.
Sono tre opere che vengono composte tra il 1851 e il 1853 (tre opere in due anni!!). Rigoletto viene composto in un periodo difficile per Verdi e la Strepponi. E' il periodo in cui abitano a Busseto, malvisti e criticati dalla gente di questo piccolo paese per la loro unione non regolare. E' un periodo di forte tensione emotiva, repressa, mal celata. La stessa, forse, che ha il povero gobbo quando deve fare il buffone controvoglia ma è disperasto, o quando dopo la sua esplosione di rabbia contro quei cortigiani vil razza dannata che gli hanno rapito la figlia, è costretto quasi a raccomandarsi tra le lacrime come un mendicante. Ecco. Dopo questa rabbia trattenuta, imbozzolata, la bigotta società che li considera come concubini, ha bisogno di una grande lezione lezione di stile e di signorilità: La Traviata. Ma per far questo ci vuole animo sgombro e sereno. La tensione accumulata va prima convogliata e scaricata. Ecco il perchè de Il Trovatore e della sua collocazione. Il Trovatore è quel fiume in piena di energie negative che Verdi ha accumulato e di cui si deve liberare!
Fatto questo, Il Trovatore è l'opera liberatoria prima di affrontare nel modo gusto e pacato la grande tragedia umana di Violetta e Alfredo.

mercoledì 18 gennaio 2017

Come Mozart fregò il papa....







Fino al 1870, in Vaticano, era prassi che il giorno del Mercoledì delle ceneri (che coincideva e ancora coincide con l'inizio della quaresima) venisse eseguito il famoso "Miserere" di Gregorio Allegri, composto per coro a cappella intorno al 1630. Di questa composizione il Vaticano vantava una specie di esclusiva. Erano infatti proibite nella maniera più assoluta sia l'esecuzionee  sia l'uscita della partitura dal confine dello stato pontificio, allo scopo di evitarne a qualunque costo la trascrizione. Chi contravveniva a queste regole, veniva punito con la scomunica immediata da parte del papa. Wolfgang Amadeus Mozart e il padre Leopold, ebbero l'occasione di assistere a questa esecuzione nel 1770. La composizione piacque talmente tanto al giovane compositore (aveva allora 14 anni) che, non avendo la possibilità di copiarla, la trascrisse tranquillamente a memoria dopo averla ascoltata quella sola volta. L'impresa restò famosa e consentì ai Mozart di ritornare in patria con in mano la trascrizione precisa di questa composizione, e senza nessuna conseguenza, visto che trascrivendola a memoria, non era stato, di fatto, commesso nessun reato contro il divieto voluto dalla santa sede. L'impresa divenne così leggendaria che il racconto di questo prodigio (testimoniato dalle lettere di Leopold alla moglie) si è propagato per tutto il 1800 fino ai giorni nostri. Felix Mendelssohn, in particolare, rimase molto colpito quando venne a conoscenza di questa vicenda e decise di emularla. Anche lui, trovandosi a Roma, andò ad ascoltare questo miserere e lo trascrisse perfettamente a memoria dopo un solo ascolto.

Adesso, con la tecnologia dei nostri giorni, basta accendere un pc o inserire un cd per poterlo ascoltare, ma immaginatevi all'epoca, quando, per ascoltare musica, o la si suonava in casa oppure la si andava a sentire ai concerti e all'opera. E chi non la sapeva leggere, ovviamente non la poteva nemmeno suonare. E allora immaginiamoci per un attimo di vivere in quell'epoca. Anzi, nella prima metà del 1800, di aver sentito parlare della sua bellezza ma di non aver avuto l'occasione di ascoltarla. Chi mai avrebbe potuto almeno tentare di descrivercela? Ci pensò il solito "romanissimo de Roma" Vincenzo Gioacchino Belli, alla cui esecuzione assistette più volte, e che in proposito ci ha lasciato un gustosissimo sonetto:

   Tutti l'ingresi de Piazza de Spaggna
Nun hanno antro che ddì ssi cche ppiascere
È de sentì a Ssan Pietro er miserere
Che ggnisun istrumento l'accompaggna.


    Defatti, cazzo!, in ne la gran Bertaggna
E in nell'antre cappelle furistiere
Chi ssa ddì ccom'a Rroma in ste tre ssere
Miserere mei Deo sicunnum maggna?


    Oggi sur maggna sce sò stati un'ora;
E ccantata accusì, ssangue dell'ua!,
Quer maggna è una parola che innamora.


    Prima l'ha ddetta un musico, poi dua,
Poi tre, ppoi quattro; e ttutt'er coro allora
J'ha ddato ggiù: mmisericordiam tua.

lunedì 16 gennaio 2017

Verdi vs Wagner in chat (parte seconda)



                 
                 
                 
                 
               
                 

Le biografie "online" dei compositori...