Verdi and Wagner on line

domenica 22 gennaio 2017

L'opera infinita: Nerone.


                 
                  
                  
Di opera incompiute è piena la storia della musica classica. Basti pensare a "Turandot" o al "Requiem" di Mozart, tanti per citare i due esempoi più famosi. Ma un conto è un'opera rimasta incompiuta, magari per la morte, se non improvvisa, repentina dell'autore. Un conto è un'opera "infinita". L'esempio è proprio il tanto leggendario "Nerone" di Arrigo Boito, la cui gestazione è durata ben 56 anni e che fu messa in scena soltanto nel 1924 completata da Toscanini e Samreglia (essendo l'autore morto nel 1918). Opera iniziata addirittura ai tempi del primo Mefistofele, è sempre stata destinata a soffrire delle insicurezze dell'autore, traumatizzato proprio dall'esperienza negativa del disastroso debutto della sua prima opera, e per questo vittima di mille ripensamenti. Suo, tra l'altro, anche il libretto, che iniziallmente prevedeva addirittura 5 atti anzichè quattro (l'ultimo fu sforbiciato su consiglio di Ricordi). Lo stesso Boito, senza saperlo peggiorò infatti la situazione cercando ossessivamente di documentarsi storicamente fin nei minimi particolari sui personaggi, sull'epoca e sull'ambiente (l'antica Roma) in cui questi dovevano muoversi. Ancora nel 1884, durante la collaborazione per l' Otello, scriveva a Verdi: " «Per mia disgrazia ho studiato troppo la mia epoca (cioè l’epoca del mio argomento) (...) terminerò il Nerone o non lo terminerò ma è certo che non lo abbandonerò mai per un altro lavoro e se non avrò la forza di finirlo non mi lagnerò per questo e passerò la mia vita, né triste né lieta, con quel sogno nel pensiero» Dal canto suo Verdi, cercò spesso di incoraggiarlo a proseguire, senza, però, ottenere grandi risultati.
Ma com'è questo Nerone? Al di la del suo stato di opera sofferta e sfortunata, l'unico difetto che potremmo avergli imputato all'epoca del suo debutto, sarebbe stato semplicemente di essere un'opera un po' fuori tempo. Nata e concepita nel periodo in cui confluivano in italia sia l'egemonia del Verdi maturo sia l'arrivo del terremoto Wagner, è un prodotto nato per essere coevo (e forse anche un passo avanti) ad Aida e Lohengrin e che, invece, a causa del tempo trascorso, si ritrovò a dover fare i conti con il Puccini di Turandot e con il Debussy di Pelleas et Melisende. Detto questo, la mia modesta opinione è che sia una delle opere più belle che mi sia mai capitato di sentire; un'opera di cui mi sono innamorato a priva vista (anzi, a primo udito). Vi è forse uno degli esempi più lampanti di fusione tra azione, poesia e musica e teatro. Azzardo? Forse un'opera che sarebbe piaciuta molto sia a Verdi che a Wagner. E, da un punto di vista musicale, può anche essere definita una "summa" di tutti i passaggi e le trasformazioni che ha attraversato la storia dell'opera lirica. Dentro ci si sentono Monteverdi e Palestrina,  ma anche Verdi e Wagner. I grandi polifonici e i grandi sinfonisti. E con questi ingredienti, Boito riesce a disegnare azioni, pensieri, aspetti psicologici e anche ambienti ed atmosfere, senza per questo scadere nella musica cosiddetta descrittiva. Bastino i primi 10 minuti del 1° atto, per guardarci intorno e ritrovarci davvero sulla via Appia poco prima dell'alba, quando arrivano in lontananza le voci dei pastori che cantano, o il momento dell'incendio dell'Oppidum, nel 4 atto, per ritrovarci avvolti dall'odore acre del fumo e dal rovinoso rumore del circo massimo che ci crolla addosso con il suo spaventoso ed incandescente fragore. E che dire del "Padre nostro" che recita il meraviglioso e fragile personaggio di Rubria mentre albeggia?
Insomma, per chi non la conoscesse, io ne consiglio caldamente l'ascolto e l'approfondimento. Se Mefistofele è ancora in repertorio, Nerone non avrebbe meritato di meno.

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