Questa volta va spezzata una lancia a favore di Richard Wagner.
La location è Roma, nel Novembre del 1876. Da pochissimi mesi è terminato il primo festival di Bayreuth con l'integrale, per la prima volta assoluta, dell'intero ciclo del "Ring", che ha ottenuto una grandissima eco in tutto il mondo occidentale ma che ha lasciato a Wagner un deficit economico enorme. Da questa grande delusione (l'ennesima) il compositore sassone cerca ristoro, come sempre in casi analoghi, in Italia.
L'ambiente musicale italiano (complici anche le prime rappresentazioni di opere wagneriane e il silenzio artistico di Verdi) sta vivendo un momento di grande fermento: il volontario ritiro dalle scene del "cigno di Busseto" scopre il vuoto pneumatico che si è creato intorno a lui. Vi sono Ponchielli, Marchetti e pochi altri a cercare di riempire questo vuoto, ma senza mai riuscisci completamente. Proprio per questo motivo, la musica sinfonica, concertistica e da camera, trova di nuovo l'occasione per tentare di inserirsi nel tessuto musicale dell'italia di allora. Sono di questi anni le prime società del quartetto che presentano programmi esclusivamente sinfonici e concertistici. Solo in questi anni le sinfonie di Beethoven riescono finalmente a penetrare quel muro di gomma che gli aveva impedito di avere esecuzioni complete in Italia, e questo grazie a giovani e talentuosi compositori-direttori che, forse non del tutto a torto, si sono un po' stancati del provincialismo musicale italiano e dell'egemonia musicale operistica di pochi eletti ( primo fra tutti proprio Verdi). Uno di questo è il giovane Giovanni Sgambati, Romano, allievo di Liszt, che ormai vive stabilmente a Roma, dove ha preso i voti e indossa sempre l'abito talare. Liszt considera addirittura Sgambati il suo migliore allievo e, quando viene a sapere che Wagner è in città, non esita a mandarglielo perchè gli faccia ascoltare due quintetti composti da Sgambati. Wagner lo riceve nell'Hotel dove alloggia e rimane entusiasta delle partiture. Nonostante la sua situazione economicamente preoccupante, nonostante sia rinomato per avere un carattere non facile e per essere spesso insofferente e lunatico con i visitatori, Wagner scrive subito al suo editore Schott per segnalargli lo Sgambati con un biglietto che vale la pena di riportare, tale è la generosità disinteressata e la stima autentica nei confronti di questo giovane che ne traspare.

Una comunicazione che può ricordare la bonaria accondiscendenza di Rossini, con cui tentava di dare una mano ai vari Bellini, Pacini, Bizet, Donizetti e Verdi. Quel Verdi che, benchè prodigo (anche se in maniera molto oculata) con chi avesse aveuto una vita poco felice, fu sempre molto avaro di slanci di generosità verso quasi tutti i suoi colleghi (ad eccezione del devoto Emanuele Muzio), quando non li osteggiò apertamente come fece con il povero Catalani.
Probabilmente, come accade a chi è abituato a cavalcare costantemente l'onda del successo, per lo strisciante timore di venir soppiantato.
Insomma, fu anche grazie ad un anonimo biglietto come questo se, anche in Italia, pur restando per ancora troppi anni "di nicchia" si poté assistere alla rinascita di un nuovo sinfonismo da affiancare al tradizionale melodramma ad opera di talenti come quelli di Sgambati (primo direttore d'orchestra in Italia a dirigere la III° di Beethoven), Martucci e altri.
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