Il 1 Febbraio del 1896 andava in scena La Boheme di Giacomo Puccini. Considerata da sempre il suo primo vero capolavoro, nonostante fosse stata inizialmente osteggiata dalla critica, è una delle opere più rappresentate al mondo. Eppure, in fase di stesura del libretto, la lavorazione fu tutt'altro che facile. Confermando la fama di incontentabile acquisita durante la stesura del libretto di Manon Lescaut, a cui avevano lavorato non meno di otto persone, anche a Luigi Illica e Giuseppe Giacosa, i due collaboratori coinvolti in questa nuova creazione, Puccini dette parecchio filo da torcere. Luigi Illica era un drammaturgo di lungo corso che aveva al suo attivo già vari libretti d'opera che doveva prevalentemente occuparsi del taglio drammatico e teatrale dell'opera in corso mentre Giuseppe Giacosa, valente commediografo, doveva poi versificare quanto già approntato da Illica. Tutto questo, al comando del volubile ed incontentabile Puccini il quale, spesso e volentieri, si mostrava entusiasta di una scena e dopo appena un'ora, pretendeva che la stessa scena venisse rifatta di sana pianta, con comprensibile disappunto dei due. Sono infatti ben documentate dai carteggi pucciniani, alcune liti addirittura furibonde tra lui e i librettisti. Gli scontri maggiori furono quelli che coinvolgevano il compositore ed Illica, uomo dal carattere iracondo e sanguigno, nei quali Giacosa, molto più accomodante, sensibile e riflessivo, si trovava spesso a dover ricoprire l'ingrato ruolo di mediatore. Nonostante le forti tensioni a cui i tre furono sottoposti durante i quasi tre anni di gestazione dell'opera, il sodalizio tra Puccini e i due letterati diede vita a tre dei maggiori capolavori della storia del teatro lirico a cavallo tra ottocento e novecento. Dopo La Boheme infatti, la triade avrebbe dato vita anche a Tosca e Madama Butterfly.
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sabato 1 febbraio 2020
domenica 19 gennaio 2020
Puccini "taglia" i Maestri Cantori
Rappresentare
Wagner nell'Italia di fine '800 era sempre vista come una sfida
ciclopica. Infatti, a dispetto della musica sempre così travolgente,
la drammaturgia del Wagner maturo fu sempre recepita come un qualcosa
per la quale si poteva nutrire una certa ammirazione reverenziale ma
non certo un apprezzamento cosciente e sincero, a meno che ad
usufruirne fosse un addetto ai lavori. In tutto questo, non aiutavano
certo i tempi lunghi e dilatati che richiedevano tali capolavori. Fu
proprio a tale scopo che, dopo aver acquistato i diritti per l'Italia
delle opere di Wagner su suggerimento dello stesso Verdi,
l'onnipotente Giulio Ricordi decise di inviare a Bayreuth il giovane
Giacomo Puccini perché, durante l'esecuzione de “I maestri
cantori” nella stagione wagneriana del 1889, prendesse nota di
tutto ciò che si poteva epurare dalla partitura di questa
monumentale opera ed adattarla alle tempistiche medie di un'opera
italiana. Appena si sparse la notizia, come era lecito aspettarsi,
furono in molti a dissentire e a protestare: a cominciare da
Catalani, che riteneva un sacrilegio anche solo l'idea di operare dei
tagli su Wagner, e Toscanini che, nove anni dopo, avrebbe
orgogliosamente portato in scena la versione integrale. Ma in cosa
consistono, nei fatti, i tagli operati da Puccini? Affidiamoci ai
numeri: nel
primo atto risultano tagliate circa 50 pagine di spartito su 200; nel
secondo, circa 60 pagine su 180; nel terzo, circa 70 pagine su 260.
Il risultato fu una banale commedia della durata di poco più di due
ore incentrata principalmente sulla storia d'amore tra Walter ed Eva.
Insomma, Wagner se ne sarebbe certamente lagnato (a meno che non
avesse ricevuto lauti compensi in conseguenza di questa operazione).
Va detto però che per il giovane Puccini, reduce dallo scarso
successo dell' Edgar,
avvicinarsi
a questo lavoro fu un'ottima esperienza formativa. In più, in
un'opera dal flusso musicale continuo come “I maestri cantori”,
il taglia e cuci di Puccini fu operato così bene che nessuno che non
conoscesse l'opera a fondo, avrebbe mai notato i rammendi della
partitura. Insomma, se qualche anno dopo il compositore non avesse
avuto il successo che ebbe con Manon Lescaut, avrebbe avuto comunque
un futuro come “censore” delle opere wagneriane da portare in
Italia.
Ad ognuno il suo Beckmesser.
Ad ognuno il suo Beckmesser.
lunedì 27 marzo 2017
Tra i due litiganti, il terzo...è Gobatti.
In quest'epoca in cui ogni fenomeno è effimero, a causa della voracità con cui i media lo elevano e poi lo distruggono, si ha sempre la percezione che c'ho che è avvenuto un secolo o due prima, sia nato per durare nel tempo. Probabilmente non è proprio così, oppure anche in tempi remoti c'è sempre stata l'eccezione che è servita per confermare la regola. Se davvero c'è stata un'eccezione nel panorama operistico del XIX° secolo, ebbene questa eccezione ha senz'altro avuto il nome, il cognome e la faccia di Stefano Gobatti. Uomo, a mio modesto avviso, avventato e sfortunato che ebbe la iattura di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato.
Era il tardo autunno del 1873, forse il periodo più caldo e vigoroso dell'annosa lotta tra opera lirica e dramma musicale, tra musica della tradizione e musica dell'avvenire, tra musica italiana e musica tedesca; insomma l'eterna lotta tra Verdi e Wagner! Anzi, per dirla con maggior esattezza, la lotta tra i sostenitori di Verdi e i sostenitori di Wagner. Erano gli anni ruggenti in cui, a Milano era roboantemente caduto l'esperimento del Mefistofele boitiano, mentre Aida aveva avuto un en0orme successo; ed erano anche gli anni in cui, proprio nel 1871, Wagner metteva la sua prima bandiera in terra italiana con il Lohengrin, proprio a Bologna, città che, in contrapposizione con la tradizione melodrammatica milanese schiarata con Verdi, si era sempre mostrata molto più tendente alle novità Wagneriane e alla musica dell'avvenire. Il Lohengrin venne salutato dai bolognesi come la nuova "Musica del'avvenire", ignari del fatto che la produzione wagneriana avesse già fatto giganteschi passi avanti ( c'è già stato il Tristano e la tetralogia è ormai ben avanzata verso la fine) e che Lohengrin, fosse un'opera già superata anche per lo stesso Wagner. E' qui che si inserisce il 18enne Gobatti che riesce a far andare in scena, proprio a Bologna, la sua opera "I Goti", scritta quasi di getto come "esercizio di composizione" commissionatogli dai suoi insegnanti di musica. Ciò che accade quella sera in teatro rasenta l'assurdo: il trionfo che ottiene Gobatti non ha quasi eguali nella storia del melodramma: applausi interminabili al cui cospetto i fantozziani 90 minuti, impallidiscono! La città di Bologna gli offre la cittadinanza onoraria (che ha anche Verdi) e lo nomina socio d'onore della società filarmonica bolognese (che ha anche Wagner). Per poco non diviene anche membro dell'accademia della crusca! Giosuè Carducci, infoiatissimo, smania per scrivergli un libretto. E' invitato come ospite d'onore nei salotti più rinomati, mentre le donne gli si gettano letteralmente ai piedi!! Ora, non so voi, ma io sfido chiunque, al suo posto, a non montarsi la testa e a sentirsi, in tutta quell'ebbrezza, in una botta sola, l'erede sia di Wagner che di Verdi (il quale, dopo aver letto la partitura, giudica l'opera un aborto musicale e dice senza mezzi termini che, senahce Gobatti avesse le migliori idee del mondo, è troppo incompetente per trasformarle anche soltanto in lavori dignitosi).
Nel frattempo, i bolognesi, lo considerano ormai "il wagner nostrano" di Bologna. L'opera comincia a girare anche per altri teatri, ma qui ottiene successi molto più tiepidi. Preso dalla convinzione di essere ormai il compositore di punta dell'Italia, scrive "Luce", un'altra opera che però ottiene un successo tiepido. La "sbronza gobattiana" sta ormai sbollendo rapidamente e, nel frattempo, Verdi ha presentato il "Requiem" a Milano, mentre in Italia è anche arrivato il Wagner del Tristano e del "Ring" (roba troppo complessa per poterla anche solo accostare a quel novellino del Gobatti). La sua terza opera "Cordelia" va in scena nel 1881 contemporaneamente al meraviglioso rifacimento del Simon Boccanegra di Verdi e appena un anno prima del "Parsifal" di Wagner, nella più totale indifferenza. Il povero Gobatti, non se lo fila nessuno. Prevedibilmente, viene colto da una forte depressione emotiva e finisce i suoi giorni, in quasi totale povertà, al convento Francescano dell'Osservanza, sui colli di Bologna. Illuso dal facile entusiasmo scatenato dalle opposte fazioni pro-Verdi e pro-Wagner, allontanato ed escluso quasi improvvisamente dai ritrovi mondani della gente che conta a Bologna, quasi vergognosi di averlo glorificato e scusandosi per aver preso quella enorme cantonata, volontariamente escluso e discriminato dai maggiori editori musicali che preferiscono puntare sui loro cavalli di razza (Ricordi con Verdi e la casa Editrice Lucca con Wagner), Stefano Gobatti potrebbe oggi ricordare quegli ingenui ragazzi che escono dai talent show, vengono infilati nel tritacarne delle case discografiche per farne dei tormentoni per un'estate o due, e poi, una volta spremutili ben bene, li lasciano alla deriva. Ecco! Gobatti potrebbe essere benissimo l'antesignano del prodotto di un qualunque talent show nostrano.Muore completamente dimenticato da tutti, in un anno emblematico: il 1913. L'anno in cui si festeggia il centenario della nascita dei due giganti che, involontariamente e inconsapevolmente, lo hanno schiacciato con il loro enorme peso artistico: Giuseppe Verdi e Richard Wagner.
Io che, dal punto di vista "tecnico" non ho competenze musicali e vado sempre ad orecchio ed a sensazione, ho voluto ascoltare il preludio (l'opera integrale non è mai stata incisa) de "I Goti".
Non mi esprimo: chi vuole ascoltarlo per farsi un'idea (Una curiosità: dirige il maestro Luigi.....Verdi), lo può ascoltare cliccando qui
domenica 19 marzo 2017
Il nipote di Beethoven
Siamo onesti! Per quanta ammirazione si possa avere nei suoi confronti, chi mai riuscirebbe ad immaginarsi Beethoven nei panni di padre o anche soltanto di Baby Sitter? Nessuno, dai. Di Ludwig si può dire tutto il bene del mondo, tranne che sapesse relazionarsi con gli altri. A maggior ragione, poi, se "gli altri" potevano essere rappresentati da un ragazzetto nel periodo della frivolezza e della pubertà. Eppure, è proprio ciò che avvenne. Il Nostro caro Ludwig, per dimostrare ancora una volta ai posteri che non riusciva ad andare d'accordo nemmeno con i propri famigliari, attraverso una causa legale civile durata parecchi anni, riuscì a togliere il giovane nipote Karl Beethoven dalle grinfie di sua cognata (e madre legittima del bambino), dopo che era rimasta vedova, accusandola di condotta immorale e, quindi, inadatta a crescere questo ragazzo infondendogli dei sani principi. Ora, va detto che la cognata di Beethoven non fosse, almeno stando alle testimonianze, un tipo di madre esemplare eh. Il fatto è che Ludwig ce l'aveva un po' di vizio di mettere bocca negli affari dei fratelli e delle sorelle. Un'altra volta aveva tentato con tutti i mezzi di impedire le nozze di uno dei suoi fratelli solo perchè la sposa non gli piaceva. Ma torniamo a Karl, il nipote.
Dopo aver vinto la causa per l'affidamento, se lo prese in casa con l'intento di provvedere alla sua istruzione e al suo mantenimento, mandandolo perfino in un istituto in cui potesse studiare e farsi una buona cultura. Il problema è che in quel periodo (siamo già all'epoca degli abbozzi del IX sinfonia) Beethoven, economicamente, se la passava già male; era inoltre già completamente sordo e ormai completamente prigioniero della sua misantropia. Quando non poté più permettersi di pagare la retta dell'istituto, fece tornare il nipote a casa. E li iniziarono i guai seri. Karl non era completamente privo di talenti ma, come tutti i giovani "normali" e non geni della sua età, era frivolo e leggero, cosa che suo zio non poteva assolutamente sopportare. Gli aspri rimproveri dello zio erano all'ordine del giorno, i litigi continui e tutto diventava fonte di incomprensione. A discolpa di Ludwig, va riconosciuto che, pur volendo un gran bene al ragazzo, probabilmente non ebbe la più pallida idea di come si manifesti un amore paterno, soprattutto se si considera che razza di padre si era trovato a subire lui stesso. A Karl, quell'ambiente povero, quella casa sporca e trascurata e quello zio con cui era impossibile comunicare e per il quale, qualunque cosa facesse non andava bene, crearono quasi sicuramente uno stato di forte prostrazione in questo ragazzo che, nonostante tutto, era anche rimasto affezionato a sua madre, dalla quale non si era staccato volentieri. Si sfiorò la tragedia nel 1826 quando, ormai ventenne, l'esausto Karl si sparò un colpo di pistola alla tempia che, fortunatamente, lo ferì in modo non grave, anche se dovette fare una lunga convalescenza. Fu a quel punto che Ludwig si arrese e, amareggiato ed in preda ai rimorsi, acconsentì che il giovane venisse affidato alle cure di un conoscente, rinunciando così a quel nipote nel quale tanto aveva sperato e, forse anche per spirito di espiazione per il tentato suicidio, passando l'ultime periodo della sua vita in quasi completa solitudine.
mercoledì 15 marzo 2017
Tornano alla Scala "I Maestri Cantori"
Torna, dopo ben 27 anni di assenza, "I maestri cantori di Norimberga" al Teatro alla Scala di Milano. Composta tra il 1862 e il 1867, l'opera ebbe il suo debutto, sotto la bacchetta di Hans Von Bulow, il 21 Giugno 1868 al Teatro Nazionale di Monaco di Baviera. E' un'opera particolare nella già particolare produzione wagneriana, soprattutto se si tiene conto che la sua composizione, benchè da tempo progettata da Wagner, si materializza subito dopo la composizione del Tristano e durante la lunga interruzione che spezzò, di fatto, in due la composizione della tetralogia dei nibelunghi. Il fatto che Wagner ne abbia iniziato la composizione durante il periodo forse più disperato della sua vita (era talmente sommerso dai debiti al punto da meditare anche il suicidio) ne fa un'opera ancora più particolare. Perchè? Perchè prima di tutto è una commedia. E viene abbastanza spontaneo assumere un'aria interdetta pensando a Wagner che scrive una commedia: "chissà cheppalle una commedia scritta da quel presuntuoso serioso di Wagner!!"
E invece no! E' una commedia bella, radiosa, anche se, in alcuni punti eccessivamente verbosa
(dopotutto è sempre Wagner) e un po' tronfia. Solo che, per renderse bene conto e per apprezzarne le atmosfere limpide, gioiose e, anche se malinconicamente, solari, a mio avviso, va messa in relazione con l'opera che la precede: il Tristano. Infatti, tanto il "Tristano e Isotta" è cupa, enigmatica, decadente, profondamente notturna ed opprimente, tanto "I Maestri cantori di Norimberga" è chiara nelle sonorità, solare nei colori orchestrali, raggiante nelle armonie e con melodie chiare e nette (tutto il contrario dell'opera precedente). Vi è al centro una storia d'amore ( eh beh, sempre di opera stiamo parlando eh...) e una gara canora che dovrà incoronare "nuovo maestro cantore" colui che si dimostrerà in grado di saper comporre un canto, seguendo le rigidissime regole imposte dalla corporazione dei maestri cantori. Protagonista dell'opera è Hans Sachs (l'unico che sia esistito veramente), l'arguto e saggio ciabattino che contende il titolo di Maestro cantore a Beckmesser, il mediocre marcatore che ha il compito, durante la gara, di segnare con un gessetto su una lavagna, tutti gli errori che vengono fatti dai concorrenti in gara. Il premio per il vincitore è allettante: prendere in sposa la bella Eva. Il problema nasce quando arriva Walter Von Stolzing, uno straniero che si innamora di Eva a prima vista e che decide di partecipare alla gara per averla in sposa, pur essendo totalmente ignorante delle regole dei maestri cantori. A questo scopo lo aiuterà proprio Sachs, troppo saggio e realista per poter aspirare all'amore di una ragazza molto più giovane di lui. Walter vince la gara pur non rispettando queste regole, perchè la sua canzone è talmente bella che riesce ad ammaliare tutto l'uditorio, diventando maestro cantore e sposando la bella Eva.
E tutti vissero felici e contenti.
Ovviamente questa è la trama in due parole. Se l'opera dura 5 ore e passa, magari c'è qualcosa di più.
Come in ogni sua opera, Wagner, ha bisogno di calarsi ed immedesimarsi in uno o anche più personaggi dell'opera che sta scrivendo. Naturale che, a questo giro, il suo campione sia Walter Von Stolzing, l'avventato aspirante maestro cantore che viene prima guardato con sospetto dai conservatori, poi apertamente osteggiato da Beckmesser ( che in origine doveva chiamarsi Hans Lick con riferimento al giornalista musicale Edward Hanslick, sempre prodigo di critiche al vetriolo nei confronti del compositore sassone e aperto sostenitore di Verdi e Brahms), il mediocre musicista nel quale Wagner identificava probabilmente tutta quella schiera di compositori (spesso ebrei) più fortunati ma meno validi di lui, come Mayrbeer. Alla fine, c'è quel meraviglioso personaggio che è Hans Sachs, che nel III° Atto, accenna proprio al dramma di Tristano paragonandosi al Re Marke (con tanto di citazione del tema musicale del Tristano) e sacrificando il suo amore per la bella Eva in favore del giovane Walter. Ognuno dei tre (come anche tutti gli altri personaggi) ha una sua caratterizzazione netta e precisa: il canto sgraziato e un po' ridicolo di Beckmesser fa da contraltare all'impeto giovanile (e tenorile) del giovane Walter, che si lancia sempre in melodie piene di trasporto e di vigore. A calibrare questo contrasto, ll canto sempre riflessivo, disincantato e saggio di Hans Sachs. Nonostante la verbosità e prolissità del testo wagneriano, l'opera, per quanto lunga, scorre inaspettatamente bene, trascinata da quella musica solare e limpida come l'aria di primavera che non può che coinvolgere l'ascoltatore arrivando perfino a divertirlo; come nella scena del secondo atto in cui beckmesser improvvisa una ridicola serenata a quella che crede essere Eva, disturbato continuamente da Sachs che martella sulla suola di una scarpa ad ogni suo errore di canto. E soprattutto quel capolavoro che è la successiva scena della rissa in strada in cui il disordine di una baruffa viene rappresentato mirabilmente da una fuga, che è quanto di più ordinato possa esistere in musica. E poi ancora la magnifica danza degli apprendisti che anticipa la gara fino alla vittoria di Walter e il bellissimo coro che chiude l'opera. Come accaduto per altri (anche se per vie diverse) questa opera dimostra quanto il genio di wagner fosse capace di uscire indenne dalla disgregazione armonica e dal dolente sfinimento del Tristano con un'opera chei, arrivando a citare musicalmente Bach ed Hendel (nella scena del primo atto in cui Pogner spiega le regole dei maestri cantori), se non è la negazione del Tristano, ha quasi l'aspetto di esserne l'antidoto. Wagner torna un passo indietro per prendere lo slancio e fare tre passi avanti. Torniamo all'antico e sarà un progresso (se Wagner viene a sapere che ho citato verdi, viene qui e mi stacca la connessione).
Oddio!!! Che post lungo e prolisso!! Non ci si puo' far niente. Quando si parla di Wagner, la cosa va sempre per le lunghe.
Chiudo con una mia considerazione personalissima e perciò, assolutamente opinabile: dal punto di vista meramente musicale, prescindendo da sinossi, testo, messa in scena e simbologie varie, la musica in assoluto più bella che sia mai stata scritta per un'opera è proprio quella de "I maestri cantori di Norimberga.
Forse a pari merito con quella del "Così fan tutte" di Mozart.
Forse...
venerdì 10 marzo 2017
Arte e...depressione,
Che il genio o comunque l'artista, abbia una natura più sensibile delle persone cosiddette "ordinarie" è una teoria che ormai non ha più nemmeno bisogno di esser dimostrata. Tale sensibilità, però, porta molto spesso anche ad un disagio interno che può avere conseguenze nefaste e sfociare in veri e propri periodi - più o meno lunghi - di profonda depressione. Il mondo musicale non fa eccezione, e gli esempi non mancano.
Il capostipite di questa mandria di depressi è senz'altro Robert Schuman. Uomo di straordinaria sensibilità, fu anche affetto da forte bipolarismo (aveva ben due amici immaginari con i quali conversava quotidianamente), soffriva di incubi da cui si svegliava agitatissimo e, profeticamente, era terrorizzato all'idea di diventare pazzo. Da giovane aveva anche tentato il suicidio buttandosi dalla finestra, ragione questa per la quale, successivamente, scelse sempre appartamenti al piano terra. Di contro a queste manie, aveva costantemente la testa piena di musica: una volta disse che se solo avesse messo su carta tutta la musica che aveva nella testa, avrebbe scritto oltre cento sinfonie in pochi anni. Totalmente privo di senso pratico, fu la moglie Clara (ottima compositrice anche lei, seppur molto più equilibrata del marito) ad organizzare i sui concerti e le sue serate. Il già delicato equilibrio mentale di Schuman, ebbe un rapido declino dopo i 40 anni, fino al fatale epilogo: un giorno uscì di casa in vestaglia e andò a buttarsi nel reno. Fu salvato appena in tempo da un gruppo di pescatori ma, per preservarlo da se stesso, fu rinchiuso in una clinica psichiatrica dove morì due anni dopo.
Non sempre la depressione ha origini cliniche. Talvolta è semplicemente la reazione ad un momento o un periodo di forte stress. E' il caso anche del granitico Giuseppe Verdi. Se si guarda bene ai primi anni del suo successo, gli ingredienti per un crollo nervoso ci sono tutti: una malattia che gli stermina moglie e figli in poco tempo, un'opera scritta proprio in quel periodo che viene inappellabilmente fischiata, la successiva apatia per tutto ciò che lo circonda, un'opera successiva scritta quasi controvoglia che invece ottiene uno dei più grandi trionfi della storia della musica e, da quel momento, quelli che lui definisce "gli anni di galera", ossia un periodo abbastanza lungo in cui le richieste dei tanti impresari per avere sue opere nuove erano così pressanti da non lasciargli nemmeno il tempo di uscire a prendere una boccata d'aria. Da questo turbine di emozioni (e si sa dal suo allievo Emanuele Muzio), Verdi soffrì spesso di attacchi di angina, disturbi intestinali, repentini cambi di umore, momenti di euforia a cui si alternavano, subito dopo, momenti di cupa disperazione, scatti d'ira e crisi di pianto. Fortunatamente la sua personalità fu abbastanza forte da superare questi sconquassi emotivi e da non fargli fare la fine di quei tanti artisti che, schiacciati dal peso della loro genialità finiro pazzi o morti suicidi.
Altro depresso "per stress" fu sicuramente il rivale di Verdi, Wagner. Uomo dall'ego sconfinato, dalle aspirazioni immensamente più forti di lui, di grande genio ma di quasi totale mancanza di senso pratico e della realtà. Sognava il lusso e il benessere, e questo lo portò a far debiti enormi, a fuggire da qualunque luogo intendesse eleggere a sua dimora perchè sempre inseguito dalla miseria e dai creditori. Mai completamente compreso dai suoi contemporanei (come darl loro torto??), pensava che il fatto che molti compositori meno bravi di lui ottenessero maggior successo, fosse un tragico e crudele gioco del fato. In queste circostanze diventava rabbioso, arrogante e sprezzante con chiunque. Il livore, la frustrazione e la costante preoccupazione di non riuscire a trovare mezzi di sostentamento, uniti ai debiti sempre più alti che accumulava, gli provocavano tremende emicranie, periodi di vero e proprio sconforti, disturbi gastrici e, soprattutto, un fastidiosissimo sfogo cutaneo facciale che lo sfigurava di continuo. Anche lui finì per meditare seriamente propositi suicidi, ma fu proprio allora che il Re di Baviera, prendendolo sotto la sua ala protettrice, gli salvò inconsapevolmente la vita.
La rassegna sarebbe ancora lunga ma termino con un nome che, almeno apparentemente, dovrebbe essere l'antitesi stessa della depressione: Gioacchino Rossini. Ebbene si, proprio lui! L'emblema stesso della genialità, della simpatia e della "bella vita" Per i primi trent'anni della sua vita, ebbe un'esistenza costellata dal successo, dalla ricchezza, dalle tante donne alle quali, solo a sentire il nome Rossini, andavano in palla gli ormoni. Poi, dopo i trent'anni, qualcosa si ruppe: l'avvento del romanticismo che non gli piaceva, il matrimonio infelice con la Colbran, la crescente apatia, il Guglielmo Tell che gli era costato un immane sforzo creativo. Fatto sta che per lungo tempo, Rossini divenne un uomo ipocondriaco, triste, pieno di acciacchi (quelli che non aveva se li inventava), invecchiato prematuramente e senza più voglia di vivere. Tutto questo per periodi lunghissimi. Come gli altri, anche lui pensava spesso al suicidio. "Non sono più buono a comporre. Sono buono solo a decompormi" disse una volta a Wagner. Non fu un re a salvarlo; fu Olimpie Pellissier, una ex mantenuta francese che, dimostrandogli un'amore ed un'abnegazione senza pari (e senza pretendere niente in cambio se non l'amore di Rossini) si prese cura del compositore pesarese, garantendogli comunque una vecchiaia tutto sommato serena e piacevole.
Insomma, essere un genio, non deve esser cosa facile e forse c'è di che esser grati a questi signori se, deliziandoci con le loro opere musicali, hanno impiegto anche un bel po' del loro malessere emotivo.
mercoledì 1 marzo 2017
La generosità di Wagner in terra italiana...
Questa volta va spezzata una lancia a favore di Richard Wagner.
La location è Roma, nel Novembre del 1876. Da pochissimi mesi è terminato il primo festival di Bayreuth con l'integrale, per la prima volta assoluta, dell'intero ciclo del "Ring", che ha ottenuto una grandissima eco in tutto il mondo occidentale ma che ha lasciato a Wagner un deficit economico enorme. Da questa grande delusione (l'ennesima) il compositore sassone cerca ristoro, come sempre in casi analoghi, in Italia.
Una comunicazione che può ricordare la bonaria accondiscendenza di Rossini, con cui tentava di dare una mano ai vari Bellini, Pacini, Bizet, Donizetti e Verdi. Quel Verdi che, benchè prodigo (anche se in maniera molto oculata) con chi avesse aveuto una vita poco felice, fu sempre molto avaro di slanci di generosità verso quasi tutti i suoi colleghi (ad eccezione del devoto Emanuele Muzio), quando non li osteggiò apertamente come fece con il povero Catalani.
Probabilmente, come accade a chi è abituato a cavalcare costantemente l'onda del successo, per lo strisciante timore di venir soppiantato.
Insomma, fu anche grazie ad un anonimo biglietto come questo se, anche in Italia, pur restando per ancora troppi anni "di nicchia" si poté assistere alla rinascita di un nuovo sinfonismo da affiancare al tradizionale melodramma ad opera di talenti come quelli di Sgambati (primo direttore d'orchestra in Italia a dirigere la III° di Beethoven), Martucci e altri.
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