Verdi and Wagner on line
sabato 21 gennaio 2017
L'opera funesta....
E' ormai un fatto arcinoto (e anche un luogo comune enormemente diffuso) che nell'ambiente del teatro, la superstizione regni sovrana. A cominciare dalla messa al bando del colore viola, ritenuto quasi sempre foriero di imprevisti e disastri sul palco, anche il teatro musicale ha le sue belle "pecore nere". "La forza del destino" è una di queste. E' diffusa credenza, infatti, che quest'opera abbia sempre esercitato influenze malefiche ogni volta che veniva anche solo pensata. Di certo, il titolo non promette bene eh.
Io che sono piuttosto scettico, non ho invece paura a parlarne ( se però magari tra 48 ore non mi avrete ancora riletto, chiamate il 118. Non si sa mai).
Quest'opera è il secondo vero e proprio giro di boa della produzione verdiana (il primo è quello della Luisa Miller); è l'opera che mischia sapientemente in un unico calderone quello che è il Verdi considerato più popolare ( i detrattori lo definirebbero volgare) e il Verdi più ricercato, più "alto".
La sinfonia, già dalle prime note, trasmette inquietitudine con quel senso di inesorabile dato dall'orchestra. Inutile ripetere la trama, visto che quasi tutti la conoscono. Mi preme piuttosto soffermarmi, senza dilungarmi troppo, sul''inizio del secondo atto (che considero emblematico), al cospetto di quella enorme tavolata di pellegrini e straccioni dove si mangia e si beve in coro in cui vi è proprio il Verdi tanto villipeso della musica popolare. Musica da convitto, insomma. Dopo pochi minuti, l'apparire di Frate Melitone ci da una buona anticipazione, anche se "in nuce", di quello che sarà il Verdi del Falstaff, molti anni dopo. Il classsico personaggio, se non proprio buffo, di colore per stemperare la tensione che si accumula lungo tutto il dramma. A lui, subito dopo, fanno da contrasto ( e qui si vede il grande talento del Verdi drammaturgo) l'aria "Madre pietosa vergine" cantata da Leonora, con la sua toccante umanità di donna prigioniera di tante sciagure, e il dialogo concitato con lo ieratico padre guardiano e la scena della vestizione, dove Verdi tocca vette inimmaginabili con "La vergine degli angeli" di cui diceva Pizzetti che sarebbero bastati questi pochi minuti a fare de "La forza del destino" un capolavoro.
L'opera fu scritta per il teatro Imperiale di San Pietroburgo e, fedele alla nomea che avrebbe acquisito in seguito, dette più di qualche grattacapo al maestro bussetano. La prima andò bene, ma ci furono alcune contestazioni anche se rivolte più a lui che non all'opera. Il finale, in cui Alvaro da dell'imbecille al frate, fu giudicato ai limiti del blasfemo e Verdi si trovò costretto a cambiare il finale.
Se l'opera sia davvero foriera di sventure non saprei dirlo, però va riconosciuto che alcune coincidenze ci sono: l'ictus che prese il povero piave mentre stava riscrivendo il finale e che lo bloccò incosciente in un letto per ben 8 anni, la morte sul palco del Metropolitan del baritono Leonard Warren mentre cantava "Urna fatal" e....insomma, per chi volesse approfondire, ci sono varie fonti che può consultare.
Magari, faccia prima gli scongiuri.
Non si sa mai.
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