Verdi and Wagner on line

venerdì 10 marzo 2017

Arte e...depressione,




Che il genio o comunque l'artista, abbia una natura più sensibile delle persone cosiddette "ordinarie" è una teoria che ormai non ha più nemmeno bisogno di esser dimostrata. Tale sensibilità, però, porta molto spesso anche ad un disagio interno che può avere conseguenze nefaste e sfociare in veri e propri periodi - più o meno lunghi - di profonda depressione. Il mondo musicale non fa eccezione, e gli esempi non mancano.

Il capostipite di questa mandria di depressi è senz'altro Robert Schuman. Uomo di straordinaria sensibilità, fu anche affetto da forte bipolarismo (aveva ben due amici immaginari con i quali conversava quotidianamente), soffriva di incubi da cui si svegliava agitatissimo e, profeticamente, era terrorizzato all'idea di diventare pazzo. Da giovane aveva anche tentato il suicidio buttandosi dalla finestra, ragione questa per la quale, successivamente, scelse sempre appartamenti al piano terra. Di contro a queste manie, aveva costantemente la testa piena di musica: una volta disse che se solo avesse messo su carta tutta la musica che aveva nella testa, avrebbe scritto oltre cento sinfonie in pochi anni. Totalmente privo di senso pratico, fu la moglie Clara (ottima compositrice anche lei, seppur molto più equilibrata del marito) ad organizzare i sui concerti e le sue serate. Il già delicato equilibrio mentale di Schuman, ebbe un rapido declino dopo i 40 anni, fino al fatale epilogo: un giorno uscì di casa in vestaglia e andò a buttarsi nel reno. Fu salvato appena in tempo da un gruppo di pescatori ma, per preservarlo da se stesso, fu rinchiuso in una clinica psichiatrica dove morì due anni dopo.

Non sempre la depressione ha origini cliniche. Talvolta è semplicemente la reazione ad un momento o un periodo di forte stress. E' il caso anche del granitico Giuseppe Verdi. Se si guarda bene ai primi anni del suo successo, gli ingredienti per un crollo nervoso ci sono tutti: una malattia che gli stermina moglie e figli in poco tempo, un'opera scritta proprio in quel periodo che viene inappellabilmente fischiata, la successiva apatia per tutto ciò che lo circonda, un'opera successiva scritta quasi controvoglia che invece ottiene uno dei più grandi trionfi della storia della musica e, da quel momento, quelli che lui definisce "gli anni di galera", ossia un periodo abbastanza lungo in cui le richieste dei tanti impresari per avere sue opere nuove erano così pressanti da non lasciargli nemmeno il tempo di uscire a prendere una boccata d'aria. Da questo turbine di emozioni (e si sa dal suo allievo Emanuele Muzio), Verdi soffrì spesso di attacchi di angina, disturbi intestinali, repentini cambi di umore, momenti di euforia a cui si alternavano, subito dopo, momenti di cupa disperazione, scatti d'ira e crisi di pianto. Fortunatamente la sua personalità fu abbastanza forte da superare questi sconquassi emotivi e da non fargli fare la fine di quei tanti artisti che, schiacciati dal peso della loro genialità finiro pazzi o morti suicidi.

Altro depresso "per stress" fu sicuramente il rivale di Verdi, Wagner. Uomo dall'ego sconfinato, dalle aspirazioni immensamente più forti di lui, di grande genio ma di quasi totale mancanza di senso pratico e della realtà. Sognava il lusso e il benessere, e questo lo portò a far debiti enormi, a fuggire da qualunque luogo intendesse  eleggere a sua dimora perchè sempre inseguito dalla miseria e dai creditori. Mai completamente compreso dai suoi contemporanei (come darl loro torto??), pensava che il fatto che molti compositori meno bravi di lui ottenessero maggior successo, fosse un tragico e crudele gioco del fato. In queste circostanze diventava rabbioso, arrogante e sprezzante con chiunque. Il livore, la frustrazione e la costante preoccupazione di non riuscire a trovare mezzi di sostentamento, uniti ai debiti sempre più alti che accumulava, gli provocavano tremende emicranie, periodi di vero e proprio sconforti, disturbi gastrici e, soprattutto, un fastidiosissimo sfogo cutaneo facciale che lo sfigurava di continuo. Anche lui finì per meditare seriamente propositi suicidi, ma fu proprio allora che il Re di Baviera, prendendolo sotto la sua ala protettrice, gli salvò inconsapevolmente la vita.

La rassegna sarebbe ancora lunga ma termino con un nome che, almeno apparentemente, dovrebbe essere l'antitesi stessa della depressione: Gioacchino Rossini. Ebbene si, proprio lui! L'emblema stesso della genialità, della simpatia e della "bella vita" Per i primi trent'anni della sua vita, ebbe un'esistenza costellata dal successo, dalla ricchezza, dalle tante donne alle quali, solo a sentire il nome Rossini, andavano in palla gli ormoni. Poi, dopo i trent'anni, qualcosa si ruppe: l'avvento del romanticismo che non gli piaceva, il matrimonio infelice con la Colbran, la crescente apatia, il Guglielmo Tell che gli era costato un immane sforzo creativo. Fatto sta che per lungo tempo, Rossini divenne un uomo ipocondriaco, triste, pieno di acciacchi (quelli che non aveva se li inventava), invecchiato prematuramente e senza più voglia di vivere. Tutto questo per periodi lunghissimi. Come gli altri, anche lui pensava spesso al suicidio. "Non sono più buono a comporre. Sono buono solo a decompormi" disse una volta a Wagner. Non fu un re a salvarlo; fu Olimpie Pellissier, una ex mantenuta francese che, dimostrandogli un'amore ed un'abnegazione senza pari (e senza pretendere niente in cambio se non l'amore di Rossini) si prese cura del compositore pesarese, garantendogli comunque una vecchiaia tutto sommato serena e piacevole.

Insomma, essere un genio, non deve esser cosa facile e forse c'è di che esser grati a questi signori se, deliziandoci con le loro opere musicali, hanno impiegto anche un bel po' del loro malessere emotivo.

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