Dopo le polemiche seguite alle rappresentazioni dell' "Aida", con le conseguenti accuse di wagnerismo e germanesimo, Verdi decise sdegnosamente di ritirarsi nella sua dimora a Sant'Agata e di non scrivere più. Troppe, a suo avviso, le calunnie che avevano ferito lui e danneggiato la sua arte. Come se tutto questo non fosse bastato, si era aggiunto anche un sonetto dai toni offensivi che Arrigo Boito, giovane ed irrequieto intellettuale appartenente al movimento dei cosiddetti "scapigliati", aveva (forse inconsapevolmente) per bersaglio proprio la musica di Verdi ed aveva anche osato sfidarlo scrivendo un'opera, il "Mefistofele" che alla prima fece un fiasco clamoroso. Eccezion fatta per il requiem dedicato alla memoria di Manzoni e per un quartetto per archi, dal 1871 in poi, Verdi non produsse più nulla. Fu l'editore Giulio Ricordi a tentare, con un'operazione diplomatica degna del caridinale Richelieu, di riportare in Verdi la voglia di scrivere una nuova opera e, paradossalmente, servendosi proprio di Boito. Nei 17 anni di silenzio verdiano, c'erano stati molti avvenimenti di rilievo in campo operistico come la morte di Wagner nel 1883 o l'avvento dei nuovi compositori post romantici come Puccini e Mascagni. Arrigo Boito, nel frattempo, pur mantenendo la sua ammirazione per Wagner, era divenuto un acceso sostenitore di Verdi. Ricordi propose a Boitodi collaborare con Verdi (ancora molto diffidente) nel rifacimento del "Simone Boccanegra", ma fu soltanto una scusa perchè si riavvicinassero. Il vero scopo di Ricordi era indurre Verdi a scrivere "Otello" da Shakespeare proprio sul libretto di Boito. Benchè piuttosto restio, all'inizio, Verdi si lasciò convincere ed acquistò il testo che Boito aveva scritto apposta. Lo lasciò chiuso in un cassetto per anni, prima di cedere alla tentazione di riprenderlo in mano ed iniziare a scriverne le note. Potrà sembrare quasi un paradosso ma, il creatore del contestato Mefistofele, fu trasformato da Ricordi inconsapevolmente proprio nel personaggio di Goethe e fu proprio lui ad offrire a Verdi, proprio come a Faust, la possibilità di vivere una seconda giovinezza con la creazione di "Otello".
Verdi and Wagner on line
domenica 31 gennaio 2016
Verdi e il suo "Mefistofele"
Dopo le polemiche seguite alle rappresentazioni dell' "Aida", con le conseguenti accuse di wagnerismo e germanesimo, Verdi decise sdegnosamente di ritirarsi nella sua dimora a Sant'Agata e di non scrivere più. Troppe, a suo avviso, le calunnie che avevano ferito lui e danneggiato la sua arte. Come se tutto questo non fosse bastato, si era aggiunto anche un sonetto dai toni offensivi che Arrigo Boito, giovane ed irrequieto intellettuale appartenente al movimento dei cosiddetti "scapigliati", aveva (forse inconsapevolmente) per bersaglio proprio la musica di Verdi ed aveva anche osato sfidarlo scrivendo un'opera, il "Mefistofele" che alla prima fece un fiasco clamoroso. Eccezion fatta per il requiem dedicato alla memoria di Manzoni e per un quartetto per archi, dal 1871 in poi, Verdi non produsse più nulla. Fu l'editore Giulio Ricordi a tentare, con un'operazione diplomatica degna del caridinale Richelieu, di riportare in Verdi la voglia di scrivere una nuova opera e, paradossalmente, servendosi proprio di Boito. Nei 17 anni di silenzio verdiano, c'erano stati molti avvenimenti di rilievo in campo operistico come la morte di Wagner nel 1883 o l'avvento dei nuovi compositori post romantici come Puccini e Mascagni. Arrigo Boito, nel frattempo, pur mantenendo la sua ammirazione per Wagner, era divenuto un acceso sostenitore di Verdi. Ricordi propose a Boitodi collaborare con Verdi (ancora molto diffidente) nel rifacimento del "Simone Boccanegra", ma fu soltanto una scusa perchè si riavvicinassero. Il vero scopo di Ricordi era indurre Verdi a scrivere "Otello" da Shakespeare proprio sul libretto di Boito. Benchè piuttosto restio, all'inizio, Verdi si lasciò convincere ed acquistò il testo che Boito aveva scritto apposta. Lo lasciò chiuso in un cassetto per anni, prima di cedere alla tentazione di riprenderlo in mano ed iniziare a scriverne le note. Potrà sembrare quasi un paradosso ma, il creatore del contestato Mefistofele, fu trasformato da Ricordi inconsapevolmente proprio nel personaggio di Goethe e fu proprio lui ad offrire a Verdi, proprio come a Faust, la possibilità di vivere una seconda giovinezza con la creazione di "Otello".
giovedì 28 gennaio 2016
Paternali mozartiane....
Dopo essersi doverosamente ricordati, ieri, della giornata della memoria e dell'anniversario della morte di Verdi, anche se con un giorno di imperdonabile ritardo, non si può fare a meno di ricordarsi anche che ieri, 27 Gennaio 2016, era il 260° compleanno di Wolfgang Amadeus Mozart, a detta di tutti, il più grande genio musicale che la natura ci abbia mai donato. Bambino prodigio che già alla tenera età di 3 anni era in grado di suonare il clavicembalo e a 5 anni fu in grado di comporre. Nacque in una famiglia moderatamente agiata e abbastanza elevata culturalmente. Suo padre Leopold, oltre ad essere un validissimo compositore, aveva scritto un metodo per suonare il violino che, in alcuni conservatori, è ancora in uso. Uomo corretto e disciplinato impiegato alla corte arcivescovile come maestro di cappella, Leopold sognavaper suo figlio un impiego simile, perchè significava avere un posto di lavoro sicuro, anche se costretti alle angherie e ai "mobbing" dei nobili regnanti. Finchè Wolfgang rimase un bambino prodigio mostrato alle corti di mezza europa, il loro rapporto fu strettissimo, ma quando crebbe, il suo spirito libero e la sua quasi totale mancanza di senso pratico (cosa comune a quasi tutti gli individui di genio), li mise in grave conflitto. Conscio del suo talento, Wolfgang si vedeva sprecato a comporre musiche di accademia e di circostanza alla corte arcivescovile e vedeva il suo futuro in città musicalmente più evolute come Vienna e Praga.
Il suo genio musicale fu tale che gli permetteva di comporre e creare a mente ( cioè senza l'aiuto del clavicembalo o del pianoforte) interi concerti o sinfonie mentre si trovava a fare tutt'altro. Nel libro "Mozart" di Wolfgang Hildesheimer ( che consiglio), ad esempio. si fa cenno ad una lettera alla sorella alla quale accludeva il primo movimento di una sonata per piano da lui composta: " Il secondo movimento l'ho composto mentre trascrivevo sullo spartito il primo che ti allego. Lo riceverai quindi nella prossima lettera insieme al terzo che sto elaborando mentre ti scrivo" In parole povere, Mozart aveva composto nella sua testa il primo movimento. Il secondo lo aveva composto mentre si stava "autodettando" mentalmente il primo mettendolo in partitura e, durante la composizione di questa lettera, nella sua mente stava elaborando anche il terzo . Questo per dire a che livello di genialità fosse il talento musicale di Mozart. Paradossalmente, molti di coloro che lo hanno conosciuto, lo hanno descritto come una persona dai modi infantili, fastidiosi, grossolani e sgradevoli ( e questo traspare molto nella sua corrispondenza, soprattutto nelle lettere alla Basle, la sua cuginetta con la quale intrattenne rapporti piuttosto piccanti), quasi una specie di tamarrozzo ante litteram e, di conseguenza, l'esatto opposto del disciplinato e ordinato Leopold. Se è vero che va resa lode a Leopold Mozart per aver capito per primo il valore del figlio, è anche vero che egli fu persona troppo ordinaria per poter comprendere pienamente di quale libertà di espressione avesse bisogno un geniale talento come quello di Wolfgang.
Un'ultima riflessione riguardo alla data del 27 Gennaio. Quasi come se la storia l'avesse scritta un greco antico, è strabiliante pensare come il periodo più fulgido dell'opera si sia aperto e chiuso proprio nella stessa data. Il 27 Gennaio 1901 con la morte di Verdi, si chiudeva un periodo, durato 150 anni, in cui l'opera lirica aveva raggiunto la massima perfezione espressiva passando dal neoclassicismo e attraversando tutto il romanticismo. Insomma, non sarebbe una brutta cosa se, il 27 Gennaio, fosse anche la giornata mondiale della musica.
martedì 26 gennaio 2016
Piave: il "librettaro" perfetto
Perchè allora, si dirà, tutti questi appunti non furono fatti ad Andrea Maffei, reo di aver scritto forse il peggior libretto per un'opera di Verdi (I Masnadieri) e, probabilmente, uno dei libretti più brutti di tutta la storia dell'opera? Maffei aveva già fama di Letterato, di scrittore ed era il marito della Contessa Maffei, che già all'epoca era una delle migliori amiche di Giuseppe Verdi, il quale, probabilmente,si sarà sentito non poco in difficoltà soltanto all'idea di fare qualche osservazione a cotanto "letterato". E comunque vero che questo sarà il primo ed ultimo libretto che Verdi si farò scrivere dal Maffei. Dopo tornerà ai versi del Solera (per poco tempo) e del Cammarano, uomini di comprovata esperienza. Ma soprattutto, tornerà a chiedere la collaborazione del Piave, il quale (prima dell'avvento di Boito) sarà l'unico a capire fino in fondo ed a tradurre in versi, le idee scaturite dall'infallibile istinto teatrale di Verdi.
giovedì 14 gennaio 2016
Serata nel salotto di casa Rossini...
Durante gli ultimi anni della sua vita, quando ormai da decenni aveva smesso di scrivere opere, Rossini si era rifugiato, in compagnia di sua moglie Olympie, in un appartamento del centro di Parigi. Qui, ogni venerdì sera, si tenevano delle bellissime serate all'insegna della musica, della buona tavola e del piacere della conversazione. Tra gli ospiti di queste interessanti serate, si possono annoverare personaggi come Balzac, Paganini, Bizet, Verdi, Liszt e tanti altri. Per queste occasioni, il genio di Pesaro, scriveva piccoli e graziosi pezzi da camera da poter eseguire dal vivo al suo pianoforte, al quale spesso faceva accomodare anche Verdi e Listz, o per accompagnare quei cantanti o quelle cantanti che desiderassero esibirsi. E' rimasta celebre la serata in cui si esibì Adelina Patti, il soprano più in voga dell'epoca, ammiratissima anche dallo stesso Verdi. Per fare sfoggio delle sue qualità canore, volle cantare un'aria dal "Barbiere di Siviglia" , solo che fu talmente prodiga di abbellimenti e improvvisazioni, allo scopo sfoggiare meglio le sue doti canore, che, alla fine dell'esecuzione, Rossini le disse: " Brava, ottima esecuzione. Ma di chi è il pezzo che ha cantato?" Pare che Adelina Patti non l'abbia presa troppo bene.
Tutte queste numerosissime composizioni da camera, vennero successivamente raccolte in vari album con il nome di "Soirées musicales". Eccone un esempio eseguito da due interpreti d'eccezione: Renata Tebaldi accompagnata al piano da Richard Bonynge. Gioacchino Rossini. "Invito" da "Soirées musicales.
Tutte queste numerosissime composizioni da camera, vennero successivamente raccolte in vari album con il nome di "Soirées musicales". Eccone un esempio eseguito da due interpreti d'eccezione: Renata Tebaldi accompagnata al piano da Richard Bonynge. Gioacchino Rossini. "Invito" da "Soirées musicales.
mercoledì 13 gennaio 2016
Lui e l'altro....
Avevo brevemente accennato ieri ai controversi rapporti che ebbero tra loro alcuni dei più grandi e famosi compositori dell'epoca d'oro della musica classica, tenendo volutamente fuori il duealismo Verdi-Wagner dal contesto. benchè sia stato proprio questo dualismo ad ispirarmi l'apertura della pagina e anche di questo blog. Gran parte di questa rivalità è stata alimentata dalla stampa e dall'ambiente culturale ed intellettuale della seconda metà del XIX secolo. E se non fosse stato per i vari riferimenti a Wagner che ebbe a fare Verdi nelle sue lettere, poco o niente sapremmo di questa rivalità, vera o falsa che fosse. Da parte di Wagner, infatti, silenzio assoluto sul compositore italiano, almeno pubblicamente. Quegli sporadici contatti che Wagner ebbe con la musica verdiana (mai con verdi in persona), si contano sulle dita di una mano e si riducono (almeno che io sappia) a pochissimi episodi. Il primo è un semplice aneddoto di cui è oltretutto impossibile accertarne l'autenticità: durante un suo giro in gondola a Venezia, il gondoliere ebbe la malaugurata idea di mettersi a fischiettare "La donna è mobile" provocando varie smorfie di disprezzo da parte del passeggero. Aveva diretto l' Ernani a Dresda nel 1845 quando, presumibilmente, ai suoi occhi, Verdi era soltanto uno dei tanti compositori che avrebbe dovuto dirigere (al pari dei vari Donizetti, Bellini e Rossini). Sappiamo invece dal diario di Cosima che molto più tardi, quando la loro rivalità era già considerata una realtà, si trovò ad assistere ad una replica del Requiem verdiano a Vienna. Dopo pochi minuti dall'inizio, pare che Wagner abbia detto: " Andiamocene. Abbiamo già sentito quanto dovevamo". Di certo c'è che Cosima, sul diario, scrive: " Ascoltato il requiem di Verdi. Ma è un lavoro sul quale è meglio non dire nulla."
Da parte di Verdi, invece, gli atteggiamenti mutarono col tempo. Curioso all'inizio verso l'ascesa wagneriana, poi diffidente, pur riconoscendogli un grande talento. Lottando con i suoi stessi pregiudizi volle leggere quasi tutti i numerosi scritti teorici di Wagner sul melodramma. Assistette al Lohengrin a Bologna con la partitura sulle ginocchia scrivendo ben 114 annotazioni, molte delle quali di biasimo, ma ebbe parole di sincero cordoglio quando lesse la notizia della morte del compositore tedesco. Il suo ultimo intervento a proposito di Wagner è in un'intervista rilasciata nel 1898, in cui ebbe parole di grande ammirazione per il secondo atto del Tristano.
Da parte di Verdi, invece, gli atteggiamenti mutarono col tempo. Curioso all'inizio verso l'ascesa wagneriana, poi diffidente, pur riconoscendogli un grande talento. Lottando con i suoi stessi pregiudizi volle leggere quasi tutti i numerosi scritti teorici di Wagner sul melodramma. Assistette al Lohengrin a Bologna con la partitura sulle ginocchia scrivendo ben 114 annotazioni, molte delle quali di biasimo, ma ebbe parole di sincero cordoglio quando lesse la notizia della morte del compositore tedesco. Il suo ultimo intervento a proposito di Wagner è in un'intervista rilasciata nel 1898, in cui ebbe parole di grande ammirazione per il secondo atto del Tristano.

martedì 12 gennaio 2016
Le opinioni sugli altri.
Posto che, come è noto, solitamente si finisce sempre a parlar bene solo dei morti, oggi vale la pena soffermarsi brevemente su alcune considerazioni ed opinioni che ebbero i nostri affezionati compositori nei riguardi di colleghi del passato ma anche del loro presente. E' noto come, ad esempio, Rossini sapesse esprimere giudizi sovraccarichi di sarcasmo sugli altri compositori, ma anche come li consigliasse e aiutasse generosamente quando li riteneva meritevoli. E si sa anche che per Beethoven e Mozart aveva un'ammirazione sconfinata. E, sempre a proposito di Mozart, lo stesso Haydn disse al padre Leopold: " In fede mia, credo che suo figlio sia il più grande musicista di sempre" Una stima che, oltretutto, sarebbe stata ben presto ricambiata dal giovane genio di Salisburgo. Bellini, a sua volta, era uno sfegatato ammiratore di Rossini, al punto che, quando questi si decise ad incontrarlo e andò a bussargli alla porta, per la smania di stringergli la mano, il catanese si presentò a Rossini in maniche di camicia. Tutt'altro atteggiamento Bellini lo ebbe nei confronti di Donizetti, verso il quale ebbe un comportamento per lo più opportunista ed ipocrita: gli dispensava grossi complimenti in sua presenza per poi chiamarlo con disprezzo "Dozzinetti", indicandolo come operista dozzinale e superficiale. E se proprio c'è stata una persona che non si sarebbe meritata un trattamento del genere, fu proprio Donizetti. Uomo onesto, corretto ed altruista, ebbe per Bellini ammirazione sincera e affetto. Non ci fu in lui mai ombra di invidia o di gelosia verso alcuno, e coltivò ottimi rapporti con Rossini. Fu tra i primi a riconoscere la grandezza di Verdi e del suo Nabucco, e si offrì volontariamente a costui per occuparsi della messa in scena dell'Ernani a Vienna. E siamo così arrivati a Verdi, il quale, data la ruvidezza del carattere, non esce benissimo. Se ebbe sincera ammirazione per Beethoven, è anche vero che liquidò Mozart con la definizione di "quartettista" (non gliene farei però una colpa eccessiva; per lui, Mozart, significava principalmente "Don Giovanni"). Una volta arrivato al successo, non mostrò particolare gratitudine nemmeno a quel Donizetti che lo aveva aiutato. I rapporti con Rossini furono altalenanti, mentre discontinui e sostanzialmente privi di giudizio quelli nei confronti dei compositori a lui coevi e, anzi, in una lettera scrisse testualmente che, oltre a lui "L'unico che può far bene è Ponchielli, ma ha visto e sentito troppo!" Ciò che disse su Wagner è ormai arcinoto e nemmeno verso la fine del 1800, con l'avvento dei compositori della cosiddetta "giovane scuola" ritenne opportuno sbilanciarsi. Benchè, con i vari Mascagni e Puccini avesse rapporti di pure cortesia, la sua maggior considerazione andò sempre a due compositori che poi, per ironia della sorte, sono quasi caduti nel dimenticatoio: Franchetti e Gomes (l'unico da lui considerato come un "autentico vero genio musicale"),
Solo sul giudizio tutt'altro che lusinghiero su un ben noto compositore contemporaneo si sarebbero trovati tutti d'accordo.
Indovinate chi?
Solo sul giudizio tutt'altro che lusinghiero su un ben noto compositore contemporaneo si sarebbero trovati tutti d'accordo.
Indovinate chi?
lunedì 11 gennaio 2016
Manon Lescaut: un parto difficilissimo.
Nella prima assoluta a Torino, Manon fu interpretata dal soprano Cesira Ferrani che, nel 1902, incise dalla Manon "L'ora o tirsi è vaga e bella". Come in altri casi, lo stile e il gusto dell'interpretazione sono ben diversi da ciò che in quest'epoca siamo abituati ad ascoltare. Resta però, incontrovertibilmente, un documento di grande valore storico.
L'ora, o tirsi, è vaga e bella" Cesira Ferrani. 1902
Il riferimento alla "MANON(A)" di Gianni Morandi, per quanto strano possa sembrare, riporta ad un aneddoto proprio sulla composizione di Manon. Puccini, per trovare maggiore ispirazione nella composizione della musica, si era recato a Vacallo, piccolo paese sul confine tra l'Italia e la Svizzera. Li, con sua grande sorpresa, trovò il collega Leoncavallo, anche lui recatosi in quella località per poter comporre in pace i "Pagliacci"Alloggiavano in due casette che si trovavano l'una di fronte all'altra. Fu così che, mentre Leoncavallo, alla finestra della sua stanza, appese un lenzuolo sul quale aveva disegnato un enorme clown. Puccini, per non essere da meno, appese anche lui un lenziolo su quale aveva disegnato una enorme mano. Appunto, una "MANON".
Verdi scopre il gusto del sorriso....
Nel Febbraio del 1859, dopo aver rifatto lo "Stiffelio" e aver subito il fiasco del "Simon Boccanegra" (prima versione), va in scena al teatro Apollo di Roma "Un ballo in maschera". Verdi, per la realizzazione di questa opera, per gran parte composta a Napoli, aveva avuto moltissime seccature: noie infinite con la censura e problemi con la stesura del libretto. Eppure, sia stato per l'atmosfera allegra e scanzonata che respirava ogni volta che si recava nella città partenopea, sia per la sicurezza professionale ed economica ormai da tempo consolidata, in quest'opera, verdi sente la necessità di inserire una nota di allegria o, almeno, di spensieratezza: il personaggio del paggio Oscar. Mentre piano piano si dipana il dramma che porterà al tragico epilogo, quasi per spezzare la tensione e far tirare il fiato al pubblico, ecco che arriva questo giovane paggio con la sua imberbe giocosità a strappare un sorriso all'ascoltatore. E' la prima volta che in Verdi (tolto l'esperimento di "un giorno di regno") la voglia di sorridere, se non di ridere apertamente, si fa strada. Oscar, al pari del personaggio comico di Melitone ne "La forza del destino" è proprio la preparazione, cercata e voluta, a quel capolavoro di ilarità malinconica che sarà il "Falstaff" nel quale Verdi, dopo aver sondato il dolore dell'animo umano in tutte le sue sfaccettatura, chiuderà la carriera con una risata liberatoria.
domenica 10 gennaio 2016
Allevi vittima di minacce sui social. Si indaga per sapere chi è stato.
Mesi fa, Giovanni Allevi è stato vittima di alcune minacce sui social network, per la composizione dell'inno della Serie A.
I cyber aggressori sono, per il momento, rimasti anonimi, ma ci sono alcuni sospetti....
I cyber aggressori sono, per il momento, rimasti anonimi, ma ci sono alcuni sospetti....
Wagner incontra Parsifal....a Siena.
Benchè fosse teutonico fino al midollo, Richard Wagner era innamorato perso dell'Italia. Fin dai tempi del matrimonio con Minna, negli anni cinquanta del XIX secolo, fece lunghi viaggi attraverso il nostro paese, attraversandolo varie volte da nord a sud. I suoi viaggi in Italia furono innumerevoli e i suoi soggiorni, spesso molto lunghi, densi di ispirazione anche per le sue opere. A La Spezia, ad esempio, dopo una breve quanto drammatica traversata nell'omonimo golfo con il battello (soffriva il mal di mare), durante un dormiveglia, ebbe l'ispirazione per il preludio de "L'oro del Reno". Tra l'altro (e qui permettetemi una punta di orgoglio campanilistico) lui e Verdi per poco non si incontrarono proprio a Pistoia, la mia città, visto che entrambi vi soggiornarono nell'estate del 1880 a distanza di un mese l'uno dall'altro. E fu proprio in Toscana, visitando il duomo di Siena, che ebbe la visione di come doveva essere la scena del terzo atto del "Parsifal". Rimase letteralmente folgorato da quella costruzione così maestosa e spirituale al tempo stesso, tanto da fargli dire di aver provato: "La più grande emozione che mi abbia mai procurato un edificio." Anche il secondo atto del "Parsifal" ha un'ambientazione di origine italiana; infatti, il giardino delle fanciulle fiore fu ispirato dalla visone dei giardini di Villa Rufolo a Ravello, sulla costiera amalfitana. A ulteriore dimostrazione di quanto egli amasse l'Italia, come sua ultima residenza scelse Venezia, la città in cui decise di stabilirsi definitivamente nel 1882 "Non più per creare ma per morire", come ebbe a dire egli stesso. E fu, infatti, proprio a Venezia che la morte lo colse il 13 Febbraio del 1883.
La prima del "Parsifal" ebbe luogo a Bayreuth il 26 Luglio del 1882, alla presenza dell'autore, il quale, durante una delle repliche, diresse personalmente il III° atto. Sotto la bacchetta di Hermann Levi, nel ruolo del protagonista, cantò il tenore Hermann Winkelmann, molto apprezzato dallo stesso Wagner, che aveva già interpretato molte delle sue opere e che, a fine carriera, incise alcuni brani da opere di Wagner tra cui un'aria del Lohengrin, nel 1905. E' un'incisione di grande valore storico poichè si ha una delle poche vere occasioni di sentir cantare la musica di Wagner da un tenore al quale lui stesso l'aveva insegnata. Per ascoltarla, premere qui.
La prima del "Parsifal" ebbe luogo a Bayreuth il 26 Luglio del 1882, alla presenza dell'autore, il quale, durante una delle repliche, diresse personalmente il III° atto. Sotto la bacchetta di Hermann Levi, nel ruolo del protagonista, cantò il tenore Hermann Winkelmann, molto apprezzato dallo stesso Wagner, che aveva già interpretato molte delle sue opere e che, a fine carriera, incise alcuni brani da opere di Wagner tra cui un'aria del Lohengrin, nel 1905. E' un'incisione di grande valore storico poichè si ha una delle poche vere occasioni di sentir cantare la musica di Wagner da un tenore al quale lui stesso l'aveva insegnata. Per ascoltarla, premere qui.
sabato 9 gennaio 2016
Puccini, Illica, Giacosa e....La Boheme.
Molti dei compositori che amiamo hanno scritto i loro capolavori grazie, non solo al loro infinito talento musicale, ma anche al fortunato incontro con determinati librettisti con i quali hanno spesso creato dei meravigliosi sodalizi. E' il caso,primo fra tutti, tra Mozart e Da ponte. Ma anche i dittici Bellini-Romani o Verdi-Piave hanno dimostrato quanto fosse importante avere a portata di mano un librettista con il quale essere pienamente in sintonia oppure, in mancanza di questa, librettisti da plasmare a proprio piacimento. Il sodalizio perfetto, per un compositore difficile e pretenzioso come puccini, aveva due nomi: Luigi Illica e Giuseppe Giacosa. Il primo, già librettista di lungo corso, che aveva già versificato libretti per compositori come Catalani e Franchetti ed aveva contribuito anche al libretto di "Manon Lescaut" dello stesso Puccini, Il secondo, autorevole autore di testi teatrali, di cui si ricordano, tra l'altro, "Una partita a scacchi" e "Come le foglie", ma assolutamente digiuno di testi da adattare a libretto. Il primo, carattere fiero, irrascibile ed iracondo. Il secondo, decisamente mite, accomodante ed anche piuttosto remissivo (Puccini lo chiamava scherzosamente Buddha, proprio per la sua indistruttibile flemma, oltre che per la stazza). Le discussioni accesissime tra Puccini ed Illica, durante la lavorazione delle opere, con Giacosa che tentava di ristabilire la calma, sono ormai entrate a far parte della storia ed ogni volta si temeva che questo sodalizio a tre avrebbe potuto rompersi da un momento all'altro. E magari, chissà, forse proprio questo equilibrio precario, giocato tutto su una battaglia di nervi, ha permesso a questo trio così male assortito di generare forse i tre maggiori capolavori dell'arte pucciniana. Dopo "Boheme", infatti, i tre collaborarono ancora nella creazione di "Tosca", andata in scena a Roma nel 1900 e "Madama Butterfly", andata in scena alla Scala con esito disastroso che, poco dopo, si trasformò in un autentico trionfo. Dopo la morte di Giuseppe Giacosa, avvenuta nel 1906, Puccini, non avendo eccessiva fiducia nelle doti di Illica da solo, tentò in ogni modo di ritrovare la perfetta fusione "a tre" con altre coppie di librettisti, senza però ottenere gli esaltanti risultati che aveva avuto con la coppia Illica e Giacosa.
La prima de "La Boheme," diretta da Arturo Toscanini, era andata in scena il 1 Febbraio 1896, diretta da Arturo Toscanini e con Cesira Ferrani nel ruolo di Mimì, Antonio Pini Corsi nel ruolo di Marcello e Evan Gorga nel ruolo di Rodolfo. L'aria "che gelida manina", una delle più famose dell'opera, fu incisa proprio da Gorga nel 1899 e, grazie a questa incisione, si può avere l'impressione di sentire l'eco autentico di quella storica serata ascoltandola cliccando qui.
venerdì 8 gennaio 2016
Bellicapelli compie 25 anni di carriera, e per la festa vorrebbe invitare la creme de la creme...
Anche se scaletta dei pezzi non è ancora definita, certamente ci saranno l'inno "O fortuna" dai "Carmina burana" di Carl Orff, l'altrettanto celebre "Alleluia" di Georg Friedrich Händel e sono al vaglio musiche di Bach, Mozart e Verdi. "Voglio che il pubblico esca stordito di bellezza - aggiunge - le partiture degli autori immortali che eseguiremo hanno un comune denominatore: il sublime.
giovedì 7 gennaio 2016
La goliardica generosità di Rossini....
Sul carattere e sulla vita di Gioacchino Rossini, è stato detto di tutto. E anzi, credo che sia il compositore sul quale, in assoluto, si sono scatenati pettegolezzi di ogni sorta. Pare però che, al di la di tutto, fosse anche una persona estremamente generosa con i suoi colleghi. Prese molto in simpatia, ad esempio, i due nuovi astri nascenti del panorama lirico proprio mentre lui stava per dare addio alle scene: Vincenzo Bellini e Gaetano Donizetti. E mentre il primo, costantemente geloso e invidioso del successo altrui, e vivendo sempre nel terrore che gli altri compositori tramassero alle sue spalle per danneggiarlo ( si, diciamolo senza paura: aveva un po' il complesso della prima donna), aveva rispetto per il solo Rossini, l'altro, persona molto più umana ed affabile, non negava mai il suo aiuto ad altri colleghi che magari erano agli esordi ( si veda ad esempio, la generosità con cui si offrì di mettere in scena e dirigere a Vienna l' Ernani di Verdi e anche lo Stabat Mater dello stesso Rossini). Questo, insomma, per dire che Rossini, anche negli anni dell'età avanzata, in cui veniva visto dagli altri compositori come una specie di guru, non lesinò mai parole di incoraggiamento ed aiuti agli altri colleghi. Ma nonostante questa generosità, non gli faceva difetto la franchezza goliardica e un po' aspra verso quei mediocri musicisti che chiedevano un suo parere sulle loro creazioni (alcuni suoi giudizi sulla musica di Wagner e Berlioz, sono rimasti leggendari). Ed ecco che cosa si sarebbe probabilmente sentito dire un compositore contemporaneo da Giove Rossini.
Macbeth e la dedica a Barezzi...
Dopo il successo del Nabucco, Verdi, comprensibilmente, dopo aver cercato di cavalcare l'onda di quel trionfo, cercò altre vie espressive che andassero al di là del Nabucco e della musica patriottica. Fu così che, nel 1847, di tentare un esperimento con il Macbeth si Shakespeare. E proprio di esperimento di trattò, visto che il suo Macbeth è rimasto quasi un caso unico nella storia della produzione verdiana. Della preparazione di quest'opera, sono arrivate fino a noi, molte delle lettere che Verdi ne scrisse in proposito, e si resta stupiti leggendo che, in un periodo in cui, fino a pochissimi anni prima, vi erano ancora sulle scene Rossini e il bel canto di Bellini, lui chiedesse una cantante con una voce brutta e sgraziata per il ruolo di Lady Macbeth, poiché quel personaggio, in pratica non doveva cantare ma declamare il testo con voce "ben cupa e velata". In quest'opera vi è una sola aria per tenore (Mac Duff), che oltretutto ha una parte marginale. Per il resto sono tutte scene a cui verdi richiedeva soltanto una totale attinenza al dramma e al libretto che il povero e bistrattato Piave, aveva tratto da questa tragedia. Verdi, come disse egli stesso in una lettere, teneva a quest'opera molto più che alle altre, e questo è comprensibile visto che aveva già intrapreso quella strada che lo avrebbe portato ad uno sviluppo delle sue opere verso un taglio prima di tutto teatrale e alla ricerca di un compiuto dal punto di vista non solo musicale ma, appunto, soprattutto drammatico. E forse è proprio perchè a quest'opera teneva così tanto, che decise di dedicarla al suo ex suocero e primo benefattore che aveva creduto in lui: Antonio Barezzi.
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