Verdi and Wagner on line
giovedì 8 dicembre 2016
lunedì 25 aprile 2016
lunedì 18 aprile 2016
Mozart e il "gomblotto" massonico...
Pare quasi un paradosso il fatto che, nei mesi e nelle settimane appena precedenti la sua morte prematura, Mozart fosse letteralmente oberato di lavoro. L'incarico del requiem avuto dal famoso e misterioso committente vestito di nero, la composizione de "La clemenza di Tito" ( che sembra sia stata portata a termine in soli 15 giorni), il meraviglioso concerto per clarinetto, e poi il Flauto Magico, il suo estremo, irraggiungibile capolavoro. Di quest'opera bella ed enigmatica ne sono state date innumerevoli letture e tutte, a loro modo, abbastanza pertinenti: una fiaba per bambini (perchè no?), una summa della poetica mozartiana nella quale si fondono mirabilmente gli elementi dell'opera buffa e dell'opera seria, una inconsapevole anticipazione dell'opera romantica, un'esperienza mistica, un'opera massonica. Ecco: fermiamoci a questa definizione. Nell'ultima opera di Mozart, gli elementi massonici ci sono tutti, a cominciare dal numero 3: tre accordi ripetuti che aprono l'ouverture e che nell'opera ricorrono spesso, tre dame e i tre fanciulli, le tre prove del silenzio, dell’acqua e del fuoco, le tre porte del tempio ecc. E poi ancora le prove di coraggio, i riti iniziatici e così via. Proprio in virtù di questo, si è favoleggiato che la morte di Mozart, avvenuta due mesi dopo la prima dell'Opera, fosse stata decisa dai vertici della massoneria perchè il compositore si era macchiato di un crimine indicibile: aver resi pubblici, con il Flauto Magico, tutti gli aspetti delle logge massoniche. Tesi ovviamente affascinante ma molto, molto fantasiosa.
sabato 19 marzo 2016
La festa del papà
In moltissime delle opere di Verdi, il rapporto tra padri e figli, riveste una grande importanza; basti pensare a Rigoletto, Simon Boccanegra, Don Carlo e soprattutto a quel famoso Re Lear che non ebbe mai la forza di musicare. Conoscendo la sua biografia e ascoltando soprattutto queste opere, si percepisce spesso come forse, la sua opera incompiuta che gli ha dato più dolore, sia stata proprio quella di fare il buon genitore. Uomo molto sfortunato, il Verdi, da questo punto di vista, avendo potuto soltanto pregustare la gioia dell'amore paterno e coniugale, visto che i due figli avuti da Margherita, morirono entrambi bambini, seguiti a poca distanza anche dalla loro madre. A nessuno di loro, Verdi, ha fatto in tempo a dedicare la sua gloria e i suoi successi. La storia d'amore con Giuseppina, madre anch'essa di due figli illegittimi, impedì per lungo tempo al compositore bussetano di poter sfogare il suo istinto di padre amoroso. Quando ormai entrambi furono giunti ad un'età in cui era fisiologicamente pensare di avere dei bambini, si decisero ad adottare Maria Filomena, figlia di un cugino di Giuseppe Verdi, che divenne a tutti gli effetti (anche notarili) la figlia di Giuseppe e Giuseppina. L'ormai maturo Giuseppe Verdi, ebbe così la soddisfazione, tanto agognata in vita sua, di poter riversare quell'amore paterno che si era tenuto dentro per decenni e che aveva riversato, con profondo rimpianto,proprio in alcune delle sue partiture. A questo proposito, è forse esemplare l'ascolto di "Del lacerato spirito" dal Simon Boccanegra, nel cui legame musica-parole è, a mio avviso, il pianto straziante che deve aver avviluppato verdi ai tempi in cui perse i suoi figli.
Oggi, 19 Marzo, che è la festa del papà, mi piace pensare che lo stesso giorno di tanti anni fa, Maria Filomena gli facesse gli auguri e gli stampasse un bel bacione sulle sue guance ricoperte da quel barbone di uomo rude dal cuore tenero.
mercoledì 16 marzo 2016
Beethoven e la notte in cella...
Era una mattina del Settembre del 1820 quando l'attenzione di due agenti della polizia viennese venne catturata da uno strano uomo, malvestito e sciatto, il cui comportamento apparve quanto meno sospetto. Questo individuo camminava come un ubriaco, straparlava e borbottava frasi che solo lui sembrava capire, spiava le famiglie dalle finestre al piano terreno. Il suo abbigliamento trasandato e l'aspetto arruffato fecero il resto. I poliziotti gli si avvicinarono per chiedergli chi fosse e cosa stesse facendo: " Io sono Beethoven" gli rispose questi con uno scatto d'ira. Ecco, adesso immaginate la vostra reazione nel vedere un tipo simile, vestito come un barbone, aggirarsi per le strade della vostra città e, dopo avergli domandato chi è, sentirsi rispondere: " Io sono Berlusconi!". Non vi mettereste a ridere increduli? Ecco. Fu questa la comprensibile reazione che ebbero le guardie. Il nome di Beethoven era famoso in tutto il paese e anche oltre ma, a differenza di adesso, non c'erano quei mezzi di diffusione di massa grazie ai quali, anche dall'altra parte del mondo, l'immagine di una persona nota è alla portata di tutti. Ragion per cui le due guardie, senza farsi altre domande, arrestarono per vagabondaggio questo strano individuo. Il povero Beethoven passò una notte in guardiola a ripetere inutilmente di essere il grande compositore di Bonn. La situazione si sbloccò perchè le guardie, insospettite dall'insistenza dell'arrestato nel dichiarare di essere Beethoven, mandarono a chiamare un famoso direttore che risiedeva a Vienna, il quale, appena lo vide dietro le sbarre, esclamò: " Ma quello è Beethoven!!" Il risultato fu che il musicista fu subito scarcerato con tante scuse e fatto riaccompagnare in carrozza. E fin qui, l'aneddoto che ha anche un che di comico. La realtà nella quale viveva Beethoven era però molto meno comica. La sua è la classica storia dell'artista la cui vita viene costantemente divorata proprio dalla sua stessa genialità. Un uomo come Beethoven, che aveva avuto un'infanzia infelice, isolato dalla sordità e completamente assorbito da quella dimensione extraterrestre dalla quale scaturivano i suoi assoluti capolavori, era quasi impossibile che si concedesse vita facile e che potesse sentirsi a suo agio nelle prosaiche vesti dell' "uomo qualunque".
mercoledì 9 marzo 2016
La prima (mancata) del Tristano....
Edward Hanslik, famosissimo critico musicale del 1800, a proposito del preludio del "Tristano e Isotta", si espresse più o meno in questi termini: "Il preludio può ricordare il Martirio di San Bartolomeo, visto che da l'impressione di assistere allo spettacolo di un uomo a cui viene tolta la pelle molto lentamente." Si può essere o meno d'accordo su quello che dice, ma sicuramente la storia di quest'opera, per certi versi, assomiglia ad una lenta agonia. Intanto, le ragioni che spinsero Wagner alla sua composizione furono dettate anche dallo stato agonizzante din cui versava la composizione del "Ring", che infatti venne interrotta per molti anni. Agonizzante era anche lo stato sentimentale di Wagner, travolto dalla passione clandestina per Mathilde Wesendonk che dovette interrompere e dalla quale dovette fuggire per molteplici ragioni ( la gelosia dei rispettivi consorti e gli onnipresenti debiti), e profondamente agonizzante fu anche la sua stessa messa in scena, tanto che tra la fine della composizione e il debutto vero e proprio passarono ben 6 anni. Wagner aveva tentato di farla rappresentare a Vienna con l'aiuto di Hans Von Bulow (altro re Marke, al pari di Otto Wesendonk, al quale Tristano-Wagner avrebbe sottratto la promessa sposa Isotta-Cosima) ma dovette rinunciare per la difficoltà della messa in scena. Eppure, a sentire lo stesso Wagner, Tristano davrebbe dovuto essere un dramma facile da eseguire e da cantare; talmente facile che fu solo con l'avvento dell'amicizia tra lui e il Re di Baviera che il Tristano poté essere messo in scena a Monaco. E' interessante notare come l'immedesimazione di Wagner nella sua opera sia stata totale e, a mio avviso, se è il capolavoro che è, lo è perchè Il compositore si è creato intorno (nella sua concezione romantica, ovviamente) lo stesso clima di adulterio: la direzione della premiere è di nuovo affidata a Von Bulow, quando il rapporto adulterino tra sua moglie e Wagner è ormai palese, e la stessa Cosima, anni dopo, avrà modo di dire riferendosi a Mathilde Wesendonk: "Povera Mathilde. Se sapesse cosa c'è dentro il Tristano, fuggirebbe in preda allo spavento!" La difficoltà di questa opera così nuova, diversa e "disturbante" per l'epoca, divenne palese il giorno stesso del debutto a Monaco. Malvina Schnorr, interprete di Isotta, stremata dalle prove e dalla parte così difficile, perse improvvisamente la voce e la rappresentazione dovette essere posticipata ( l'ennesima agonia con cui dovette fare i conti quest'opera). Ma non è finita. Nonostante il grande successo ottenuto dal Tristano, Ludwig Schnorr, il bravissimo ed intelligente tenore che sosteneva la parte del protagonista maschile, morì improvvisamente a 29 anni dopo poco più di un mese dal debutto lasciando Wagner esterrefatto. E per molti anni ci fu chi sostenne che ad ucciderlo era stato lo sforzo immane di interpretare l'impervia parte di Tristano.
martedì 8 marzo 2016
domenica 6 marzo 2016
6 Marzo 1853: La Traviata
Il 6 Marzo 1853 andava in scena per la prima volta al Teatro la Fenice di Venezia, "La Traviata" , considerata l'ultima delle tre opere facenti parte della cosiddetta "trilogia popolare". Di suo, quest'opera, ha proprio dell'incredibile, e per vari motivi. Il primo è sicuramente per l'argomento trattato: mettere in buona luce una mantenuta nella società ipocrita e bigotta dell'epoca fu di per se una scelta temeraria. Il secondo motivo sta nell'opera che la precede; il Trovatore è un ritorno alle origini dell'opera popolare romantica con i suoi scatti animaleschi, le sue pire che bruciano, le sue passioni ardenti fatte di nervi, lacrime e sangue, le sue atmosfere cupe e notturne. E poi le sue cabalette piene di foga esplosiva, risultato quasi sempre di azioni e pensieri nati dall'istinto e quasi mai dal raziocinio. Ebbene, proprio durante le prove de Il Trovatore, Verdi compone gran parte de La Traviata, un'opera che non potrebbe essere più diversa; tanto l'altra è selvatica, tanto questa è "cittadina", tanto nell'altra le reazioni sono violente, tanto in questa sono contenute. Persino Alfredo, nell'esplosione d'ira nella sala da gioco, segue le regole della buona borghesia. La traviata è insomma un'opera "da salotto", dove ogni contrasto si risolve ( o si tenta) con la conversazione e non con la spada. In soldoni, proprio durante le prove del "Trovatore", verdi ne compose, se non l'antitesi, quanto meno l'antidoto. Come se fossero state due opere diverse di due compositori diversi.
E forse è questa, insieme ad altre, una delle ragioni del suo insuccesso alla prima. Si, perchè La Traviata, al suo debutto, fece un fiasco clamoroso. A questo insuccesso, concorsero anche ragioni più evidenti: intanto Fanny Salvini Donatelli, la cantante che interpretava Violetta fu giudicata estremamente fuori ruolo, non tanto per la sua interpretazione vocale, quanto per il suo aspetto florido e corpulento, che mal si adattava ad una giovane donna minata dalla tisi. Ma soprattutto, il pubblico si trovò spaesato nel vedersi demolire tutto il granitico perbenismo nel quale sguazzava e del quale si nutriva, poichè in quest'opera i ruoli vengono palesemente rovesciati: in scena ci sono i vizi privati della gente per bene e le pubbliche virtù di una puttana. E il tutto con l'aggiunta di una contemporaneità imbarazzante: l'azione infatti, lontana le mille miglia da elmi, corazze e abiti medievali, si svolge nella contemporanea quotidianità in cui vive il pubblico che vi assiste. E a poco era servito lo stratagemma della censura Veneziana di far indossare abiti seicenteschi ai protagonisti
(e Verdi ne fu giustamente contrariato). Chi era li, si riconobbe comunque nel contesto dell'opera. Molti critici, ne La Traviata, hanno comunque voluto intravedere anche lo specchio della storia con la Strepponi. Non sta a me dire se fosse vero o meno, ma di certo c'è che quest'opera fu un forte schiaffo anche a quella mentalità provinciale che, pochissimo tempo prima, a Busseto, aveva dato così tante pene a lui e a Giuseppina. E credo che di questo, Verdi fosse consapevole.
La contemporaneità di questa mantenuta parigina ( tratta da una storia vera trasformata in piece teatrale da Dumas j.r.) fu talmente avanti da anticipare inconsapevolmente, dal punto di vista concettuale, il fenomeno del Verismo che sarebbe arrivato più di trent'anni dopo. E forse fu questa l'unica cosa di cui Verdi, non fu consapevole.
sabato 5 marzo 2016
Bulow e il Requiem
Il 22 maggio del 1874 (proprio nel giorno del compleanno di Wagner) debuttava il bellissimo Requiem di Verdi dedicato alla memoria di Alessandro Manzoni. Fu considerato quasi unanimemente (ed a ragione) un capolavoro assoluto. Tra le recensioni e le critiche entusiastiche a questa nuova immensa creazione verdiana, non mancò la voce fuori dal coro: il pianista e direttore d'orchestra Hans Von Bulow, che aveva rotto definitivamente con Wagner, di cui era stato, in qualità di direttore d'orchestra, il più diretto collaboratore e il più fanatico ammiratore, non volle assistere per nessuna ragione alla rappresentazione del Requiem, pur trovandosi proprio a Milano in quei giorni. La sua presenza nella città meneghina era dovuta al fatto che cercava di rifarsi una nuova vita fuori dalla Germania e lontano dal compositore sassone che gli aveva sottratto la moglie, ed era entrato in contatto con il Teatro alla Scala per proporsi come direttore artistico ( il che non credo avrebbe fatto molto piacere a Verdi). A proposito del Requiem, Bulow scrisse che, dopo aver dato un'occhiata veloce alla partitura, rifiutava di assistere a questa nuova creazione di colui che, secondo il suo pensiero, era il corruttore onnipotente del gusto musicale italiano. E' sintomatico che dalla parte del Requiem di Verdi si schierasse anche Brahms, che incarnava a quell'epoca la perfetta antitesi wagneriana in terra tedesca. Ma quali sono le ragioni di questo astio nei confronti del compositore italiano? Beh, al di la del gusto personale per cui il Requiem potesse davvero non piacergli (senza averlo nemmeno ascoltato!), questo atteggiamento va più che altro considerato come un chiaro indizio di come si considerasse Verdi nell'entourage wagneriano. Che Wagner avesse una influenza quasi fagocitante nei confronti di chiunque gli stesse vicino, è ormai assodato: ciò che diceva lui era e doveva essere un dogma; se lui apprezzava qualcosa o qualcuno, i suoi ammiratori lo amavano; se lui odiava qualcosa o qualcuno, i suoi ammiratori lo detestavano. La supponenza e il disprezzo di Von Bulow nei confronti di Verdi credo che vadano letti in questa ottica, come se fosse stato lo stesso Wagner a parlare per bocca di Von Bulow. Lo stesso Wagner, nel 1875 a Vienna, aveva assistito ad un'esecuzione del Requiem senza che ne abbia detto una sola parola. In nessuna lettera e in nessuno dei sui scritti, lui (solitamente così logorroico) non ne fa mai un minimo cenno. Solo la moglie Cosima ( ed ex moglie di Von Bulow), ne fa cenno nel suo diario con una frase quasi lapidaria: " Abbiamo assistito al requiem di Verdi, un lavoro sul quale è meglio non dire nulla".
Solo quasi venti anni dopo, smaltiti anche gli ultimi postumi della influenza wagneriana, Bulow farà atto di contrizione nei confronti di Verdi scrivendogli una lettera piena di "mea culpa".
mercoledì 2 marzo 2016
Auguri (in ritardo) Gioachino!!!
Lo so, non vogliatemene. L'altro ieri, 29 Febbraio 2016, ricorreva l'anniversario della nascita di Gioacchino Rossini. Purtroppo, a causa di un problema di connessione non mi è stato possibile festeggiarlo come avrebbe meritato ( e come avreste meritato anche voi che seguite questa pagina), ma tant'è: anche se tardi, spero che il buon Rossini non se ne abbia a male.
Gioacchino Rossini nacque a Pesaro da Anna Guidarini e....Giuseppe Rossini. Il perchè di questi puntini è presto detto: pare che anna fosse già in stato interessante quando sposò Giuseppe, detto Vivazza, soprannome che indica chiaramente quali fossero le sue attitudini principali. Giuseppe era molto più grande di età, rispetto alla moglie e pare che questa lo avesse preso in sposo perchè, portando in grembo un figlio illegittimo, nessun uomo di un certo rango o una certa prestanza avrebbe mai pensato di prenderla in moglie. Insomma, come diceva spesso Gioacchino riferendosi ai suoi genitori "Sono figlio di un corno!" Eppure Giuseppe Rossini, per Gioacchino, fu un buon padre, anche se un po' sbandato e non troppo presente ( fu anche arrestato a più riprese per i suoi ideali giacobini). e tra lui e Gioacchino ci furono sempre dei rapporti tutto sommato buoni. Il vero amore, però, fu la madre, alla quale fu sempre attaccatissimo e in compagnia della quale ebbe i suoi primi approcci con la vita teatrale. Sua madre, infatti, benchè (come ebbe a dire lo stesso Rossini) avesse una bellissima voce intonata ed una memoria prodigiosa (ecco da chi avrà preso), non sapendo assolutamente leggere una partitura, andava ad orecchio. Ciò nonostante la sua voce bastava a deliziare qualunque uditorio. A lei, si unì ben presto il figlioletto, dotato di voce altrettanto bella, in alcuni duetti che, all'epoca, rimasero memorabili. E furono questi i primi passi di quel genio, nato paradossalmente in un giorno che la tradizione vuole funesto, che presto sarebbe diventato il grande Gioacchino Rossini.
venerdì 26 febbraio 2016
Rossini e l'impresario...
Una volta raggiunta la grande notorietà (cioè quasi subito), Rossini inizio ad essere conteso dai maggiori impresari dell'epoca. Sicuramente, l'impresario che la faceva da padrone in quei primi decenni del 1800 era Domenico Barbaja. Barbaja era una specie di trafficone che oltre al resto, anticipando i tempi, aveva installato anche delle vere e proprie sale da gioco nell'atrio dei teatri a cui soprintendeva. Aveva iniziato come cameriere in un caffè di Milano, per il quale aveva inventato una bevanda, il cui successo lo arricchì molto rapidamente: la Barbajata. In poco tempo si ritrovò a gestire il Teatro alla Scala, il San Carlo a Napoli e ben due teatri a Vienna. Fu il primo agente di spettacolo in senso "moderno", visto che ingaggiava i migliori cantanti e compositori dell'epoca, avendone spesso l'esclusiva. Insomma, nel giro di pochi anni accumulò una tale fortuna che fu lui, di tasca sua, a finanziare la ricostruzione del teatro San Carlo che era andato distrutto in un incendio. Proprio in quegli anni, ebbe la fortuna di ritrovarsi l'asso nella manica: Gioacchino Rossini. Compositore dotatissimo, geniale e fantasioso, in pochissimi anni in cui aveva prodotto una media di tre opere all'anno, aveva già elaborato un suo stile personalissimo ed aveva già sperimentato enormi successi. In virtù di questo, aveva perfino elaborato delle tariffe a seconda di quanti crescendo o quanti concertati dovesse avere una sua opera. Insomma, benchè giovane, era tutt'altro che sprovveduto e persino ad un impresario di pelo sullo stomaco come il Barbaja, dette molto filo da torcere. Non solo: riuscì perfino a sedurre la convivente del Barbaja, la cantante Isabella Colbran, che sposò successivamente. E nonostante questo, l'impresario continuò a servirsi, dietro compensi sempre più lauti, dei servigi e delle opere di Rossini.
mercoledì 24 febbraio 2016
Tornare all'antico.
E' risaputo che Verdi, con il graduale esaurirsi della tradizione del melodramma in Italia (e questo anche per opera sua) e l'altrettanto graduale "imbastardimento" sinfonico della musica vocale italiana, avesse in più occasioni protestato verso quello che lui definiva un vero e proprio imbarbarimento di quella che lui definiva "arte nostrana". Ai suoi occhi, infatti, la smania per la musica dell'avvenire sulla bocca dei nuovi musicisti, l'avvento delle "Società del quartetto" che, a partire dagli anni '70 del 1800 in poi, sorgevano come funghi, l'arrivo della musica tedesca in terra italiana, rischiava seriamente di compromettere, oltre ai suoi affari, una tradizione musicale ormai consolidata fin dai tempi della camerata dei Bardi. Il compositore bussetano, insomma, davanti a questa sorta di "globalizzazione" musicale ante litteram, reagì come una persona che sente crollare il proprio mondo sotto i piedi. Ancora nel 1893, quando ricevette la famosa lettera di contrizione da parte di Hans Von Bulow, ribadiva: "Se le tradizioni tedesche e italiane sono nate per essere diverse, ebbene siano diverse!" Insomma, ognuno a casa sua. E qui successe qualcosa di molto simile a ciò che era accaduto tanto tempo prima al Rossini del Guglielmo Tell: come il pesarese aveva dimostrato di essere capace di scrivere un'opera romantica (lui, così attaccato anche ideologicamente al classicismo!!), per poi chiudersi nel suo silenzio facendo chiaramente intendere che il romanticismo non gli interessava, Verdi, nel 1874, proprio mentre invocava il ritorno della polifonia vocale perchè "è roba nostra" e in cui lo si accusava di essere ormai un vecchio (a 61 anni!!) attaccato al passato, compose un quartetto per archi, dimostrando inaspettatamente una incedibile dimestichezza anche con un genere che, all'apparenza, sembrava così poco congeniale per lui. E come aveva fatto Rossini, dopo si chiuse nel suo silenzio a Sant'agata. L'Otello sarebbe arrivato 13 anni dopo, quando queste polemiche si erano spente ormai da tempo.
VERDI: STRING QUARTET FOR STRING ORCHESTRA. CONDUCTOR: A. PAPPANO
lunedì 22 febbraio 2016
Menage a trois...
Teresa Stolz, una brava cantante Boema. Fu lei che cantò da protagonista ne La forza del destino, nel Don Carlo e anche alla prima di Aida alla Scala. Sul rapporto tra Verdi e la Stolz e sua sua presunta ambiguità, sono stati versati fiumi di inchiostro. Secondo alcuni, i due, al pari di Riccardo e Amelia, siano stati trascinati da un'indomabile passione reciproca, mentre secondo altri, si è trattato soltanto di profonda stima e amicizia. Di sicuro c'è il fatto che la relazione tra Mariani e la Stolz si interruppe proprio nel periodo che va dal Don Carlo all'Aida milanese (Verdi gli aveva offerto di dirigere la prima in Egitto ma lui si era rifiutato). A rafforzare l'ipotesi che non solo di amicizia tra artisti ma di ben altro, vi sono anche varie lettere di Giuseppina (tra le quali ne spicca una veramente drammatica scritta ma mai spedita al marito) in cui è percepibile l'amarezza e la disillusione di questa donna che si sente umiliata e tradita. Ma essendo la Strepponi molto più intelligente e scaltra del Mariani, riuscì a ricomporre la stabilità del suo rapporto con Verdi proprio impostando il suo rapporto con la Stolz su una sincera amicizia. Mariani, molto meno scaltro e più impulsivo, si lagnò con chiunque volesse ascoltarlo che Verdi gli aveva portato via la donna e, quasi per una sorta di ripicca, decise di organizzare il debutto assoluto del Lohengrin di Wagner, considerato il nemico n.1 del compositore bussetano; ma questa è un'altra storia.
Nonostante tutte le illazioni sul conto di questa presunta relazione tra Verdi e Teresa stolz, nessuno degli studiosi è riuscito a portare una prova schiacciante, ne di colpevolezza e né di innocenza.
La questione, insomma, è rimasta aperta e non sarà certo questo blog a riuscire a fare chiarezza. Di sicuro c'è un'indizio molto importante che, se non dimostra che tra loro ci fu davvero una relazione di tipo passionale, indica che molto probabilmente, in quel periodo, Verdi fu vittima di un'autentica tempesta ormonale: questo indizio è proprio l'Aida. In nessun'altra opera di Verdi, fino a quel momento, si erano mai respirati un erotismo e una sensualità così evidenti come, ad esempio, nella prima scena del secondo atto (Chi mai fra gli inni e i plausi erge alla gloria il vol, al par di un dio terribile fulgente al par del sol?....); e che dire del terzo atto, dove Aida ( e soprattutto la musica che la avvolge) ricorre a tutte le armi seduttive di cui può servirsi una donna per raggiungere uno scopo ("Là... tra foreste vergini,di fiori profumate in estasi beate la terra scorderem..."). Insomma, mai come in quest'opera, accanto ai conflitti interiori, alle grandi scene di massa e alle fanfare guerriere, la sensualità aveva raggiunto livelli così evidentemente "sfacciati". Qualunque sia stato il rapporto tra lui e Teresa, è certo che quest'opera fu scritta da un uomo che, sebbene quasi cinquantenne, conosceva ancora come le sue tasche l'arte della seduzione femminile.
domenica 21 febbraio 2016
Il barbiere di Siviglia: the day after....
sabato 20 febbraio 2016
20 Febbraio 1816: la prima de "Il barbiere di Siviglia"
Il 20 Febbraio 1816, in quel di Roma, al Teatro Argentina, andava in scena per la prima volta "Il Barbiere di Siviglia", immortale capolavoro di Gioacchino Rossini. Come talvolta è accaduto nella storia del teatro lirico, la prima di questo capolavoro riconosciuto universalmente, ebbe un'accoglienza disastrosa. Eppure non fu la prima ne l'ultima volta che un'opera che avrebbe conquistato ben presto l'immortalità, al suo debutto sembrava destinata a non andare oltre quella sera; basti pensare a cosa sarebbe successo con La Traviata, Madama Butterfly e tante altre. Semmai ciò che fa del debutto del Barbiere rossiniano un caso anomalo, fu il perchè l'opera cadde con tanto fragore. Il soggetto di beaumarchais, era stato musicato già da moltissimi altri compositori e l'ultimo al quale aveva fruttato grande successo era stato Giovanni Paisiello, che all'epoca, pur minato da enormi problemi di salute, era ancora vivo (sarebbe morto di li a tre mesi). Paisiello era ancora saldamente ancorato alla tradizione melodica neoclassica e aveva sempre mal digerito le novità e i fragori portati dalle orchestrazioni rossiniane. A questo va aggiunta una gelosia dei successi altrui che gli rodeva continuamente il fegato. Fatto sta che il fatto che proprio Rossini avesse musicato lo stesso soggetto che lui stesso aveva musicato nel 1782, non andava giu ne a lui e ne ai suoi sostenitori, nonostante lo stesso Rossini, a margine del libretto, avesse tentato di rassicurare cisca il suo massimo rispetto per l'omonima creazione del Paisiello. Quel che è certo, è che questa comunicazione non bastò, visto che la sera della prima, una claque bene organizzata proprio dai sostenitori di quest'ultimo, trasformarono la serata in una specie di rissa da stadio, facendo rischiare agli esecutori anche conseguenze molto gravi per la loro salute: l'opera fu rumorosamente fischiata fin dalla prima nota, qualcuno si era premurato di allentare una tavola del palco e uno dei cantanti si ferì in malo modo, qualcun'altro buttò sul palco un gatto che si mise a scorrazzare miagolando per tutta la scena mentre il povero Rossini, dal clavicembalo, tentava di tenere insieme il tutto meglio che poteva.
Roma all'epoca non era certo una grande città ed è assai improbabile che già nelle ore precedenti a questo debutto, non corresse insistente la voce di questo tentativo di boicottaggio ed è quindi altrettanto improbabile che qualcuna di queste voci non fossero giunte all'orecchio di Rossini, pur magari non aspettandosi conseguenze così estreme. Aveva composto l'opera di fretta ( come esigevano i contratti di allora) in pochissime settimane al punto di doversi autoimprestare la sinfonia di apertura dell'opera. Nonostante questo era sicurissimo di aver fatto un ottimo lavoro. Quello che non molti sanno è che, proprio nei giorni immediatamente precedenti alla prima, forse per esorcizzare quelle brutte voci che gli erano arrivate all'orecchio, magari per scaricare la tensione, aveva creato una delle sue ricette più famose: l'Insalata Rossini, che pare fosse molto piaciuta al cardinale Ercole Consalvi.
Non è dato sapere se questa saporita pietanza sia servita o meno per rendergli il boccone del fiasco preordinato un po' meno amaro. Sta di fatto che, già a partire dalla replica del giorno dopo, l'opera ottenne un tale trionfo che l'impresario del teatro corse a casa di Rossini, che aveva rifiutato di presenziare per paura di un altro fiasco, e lo trovò seduto al tavolino a gustarsi la sua insalata.
giovedì 18 febbraio 2016
Mozart, Salieri e la cantata a quattro mani scoperta dopo 200 anni.
Per oltre due secoli, anche grazie alla tragedia di Puskin e al film Amadeus, la leggenda per cui Mozart fosse stato avvelenato dall'invidioso e mediocre Antonio Salieri, compositore di corte a Vienna, ha fatto costanti proseliti. Nel XIX secolo, addirittura, si dava questa diceria per certa. L'argomento era stato toccato ancora nel 1860 da Wagner e Rossini, durante il loro incontro a Parigi. Rossini, che aveva conosciuto Salieri a Vienna (che non pare gli fosse eccessivamente simpatico), si dichiarò totalmente scettico circa la storia secondo cui sarebbe stato Salieri il responsabile della morte del genio salisburghese. Di certo c'è che, durante la loro coesistenza alla corte di Vienna, fu certo il Salieri ad avere maggior fortuna come compositore, il che andrebbe contro l'ipotesi dell'omicidio. Se poi ci si aggiunge che Salieri fu uno dei pochissimi a partecipare alle esequie di Mozart, la cosa sembra ancora più improbabile.
Adesso è addirittura saltata fuori da un archivio una composizione scritta in tandem da Salieri e Mozart, su testo di Lorenzo Da Ponte. Insomma una vera e propria "chicca" che dovrebbe smentire una volta per tutte le illazioni sul Salieri assassino e, addirittura, dimostrerebbe che i rapporti tra Salieri a Mozart non dovevano essere così ostili, e comunque non al punto di non farli lavorare insieme. Come sia nata l'idea di questa composizione a due ( oltretutto su testo del mitico Da Ponte), non è dato di sapere. Ma ci si può fare un'idea di come siano andate le cose.
Adesso è addirittura saltata fuori da un archivio una composizione scritta in tandem da Salieri e Mozart, su testo di Lorenzo Da Ponte. Insomma una vera e propria "chicca" che dovrebbe smentire una volta per tutte le illazioni sul Salieri assassino e, addirittura, dimostrerebbe che i rapporti tra Salieri a Mozart non dovevano essere così ostili, e comunque non al punto di non farli lavorare insieme. Come sia nata l'idea di questa composizione a due ( oltretutto su testo del mitico Da Ponte), non è dato di sapere. Ma ci si può fare un'idea di come siano andate le cose.
mercoledì 17 febbraio 2016
Wagner e quel dono al Re di Baviera...
Quando per Wagner arrivò la svolta che tanto desiderava per mezzo dell'ammirazione fanatica da parte del diciottenne re di Baviera Ludwig II, pensò che finalmente fosse arrivato quel principe mecenate dai mezzi illimitati che tanto aveva vagheggiato. Ebbe ragione. Il re, totalmente infatuato dalle opere del compositore sassone e soggiogato dalla sua forte personalità, non riuscì mai a negargli niente, compreso il perdono per le tante delusioni di cui fu responsabile il compositore. Ne fu un esempio proprio il ritratto di se stesso che il compositore volle offrire in dono all'augusto protettore. Il dono sarebbe stato estremamente gradito se poi lo stesso Wagner non avesse mandato il conto della realizzazione del dipinto proprio al re. E questo fu solo l'inizio di quel rapporto a senso unico che costò al re innumerevoli amarezze e alle casse del regno di Baviera innumerevoli perdite economiche dilapidate proprio da Wagner.
sabato 13 febbraio 2016
La morte di Wagner
Senza aggiungere altro, riporto l'annuncio in prima pagina e l'articolo all'interno del quotidiano "La stampa" (che allora si chiamava Gazzetta Piemontese) del 14 Febbraio 1883 che riguardava la morte di Wagner, che ho trovato spulciando su internet.
Mi scuso per la scarsa qualità ma non sono riuscito a fare di meglio.
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