Dopo il fiasco di Madama Butterfly (che in realtà durò poco, visto che l'opera venne riproposta alcuni mesi dopo con grande successo), Puccini si mise subito alla ricerca di un nuovo soggetto. Viste le sempre peggiori condizioni di salute di Giuseppe Giacosa che, con Luigi Illica, aveva versificato i libretti delle sue ultime tre opere, si pose anche il problema di trovare un nuovo librettista. Tra i tanti nomi suggeriti, vi fu fu quello di Gabriele D'annunzio. Al di la, infatti, del valore artistico individuale di questi due enormi talenti, vi era dietro anche un'allettante operazione commerciale. Infatti il binomio tra colui che era considerato il maggior operista italiano e colui che era considerato il maggior poeta italiano, già negli intenti, sembrava una scommessa assolutamente. D'annunzio, oltretutto, non era nuovo nella riduzione dei suoi poemi a libretti d'opera: lo aveva fatto, prima di tutto, con "La figlia di Iorio" per Franchetti (musicata, anni dopo, anche da Pizzetti), con la Parisina per Mascagni e con "il martirio di San Sebastiano" per Debussy. Strano connubio quello di D'annunzio con la musica italiana dell'epoca, visto il decadentismo simbolico che lo distingueva e che lo avrebbe accostato molto di più ad un Wagner (che lui adorava) che non al panorama musicale dell'epoca, le cui tinte veriste non amava. Pare che non amasse particolarmente nemmeno la musica di Verdi, nonostante la bellissima ode che gli dedicò quando quest'ultimo morì nel 1901. Eppure, tra Puccini e D'annunzio, quello che a tutti sembrava quasi un sodalizio perfetto, nonostante i tentativi, non ci fu mai. E io credo che questo lo si debba all'onestà intellettuale del maestro lucchese che, nonostante anche per lui potesse essere allettante accostare il suo nome a quello del "vate" in un'opera, aveva già dimostrato a se stesso e agli altri, quanto si sentisse lontano dallo stile e dal sentire d'annunziano. Se è infatti noto che i rapporti con i musicisti con i quali D'annunzio collaborò, furono spesso contraddistinti da scontri e litigi proprio perchè un ego come il suo, difficilmente sarebbe potuto rimanere troppo a lungo succube dei desiderata del compositore di turno, è anche vero che con Puccini, si lasciarono da amici e nel pieno rispetto di ognuno per l'arte dell'altro. Il limite, infatti, di opere come "Parisina" di Mascagni, o "La figlia di Iorio" di Franchetti", nonostante il loro valore musicale, sta proprio nel nell'essere troppo soggiogate ed incatenate a testi che non possono e non potrebbero essere diversi da se stessi per adeguarsi alla musica. Con un Puccini ( ma nemmeno con un Verdi), una cosa del genere non avrebbe mai potuto funzionare! Lui non si è mai vergognato di dire chiaramente che "scriveva opere piccole per persone e realtà piccole e circoscritte", senza mai venir meno a questo proposito,a differenza proprio di un Mascagni, il cui estro lo ha fatto passare dal romanticismo ormai stantio del Ratcliff, alla decadente Parisina, alla cavalleria che è l'icona stessa del verismo e a differenza di un Franchetti che, con la sua opulenza musicale e l'ambizione smisurata nel portare sulla scena grandi epopee storiche, si trovò costretto a ridimensionare il suo modo di comporre proprio perchè "compresso" dai versi di D'annunzio. Detto questo, non so quanti appassionati rimpiangano questa mancata collaborazione. Sicuramente non io. Per quanto sia certamente scadente (ad esempio) il libretto de "La fanciulla del west", non credo proprio che Puccini, su un testo d'annunziano, avrebbe saputo trovare le stesse intuizioni geniali e la stessa aderenza della musica con le parole, con la trama, con i personaggi e con le scene.
Verdi and Wagner on line
sabato 19 dicembre 2015
Puccini e la mancata collaborazione con Gabriele D'annunzio
Dopo il fiasco di Madama Butterfly (che in realtà durò poco, visto che l'opera venne riproposta alcuni mesi dopo con grande successo), Puccini si mise subito alla ricerca di un nuovo soggetto. Viste le sempre peggiori condizioni di salute di Giuseppe Giacosa che, con Luigi Illica, aveva versificato i libretti delle sue ultime tre opere, si pose anche il problema di trovare un nuovo librettista. Tra i tanti nomi suggeriti, vi fu fu quello di Gabriele D'annunzio. Al di la, infatti, del valore artistico individuale di questi due enormi talenti, vi era dietro anche un'allettante operazione commerciale. Infatti il binomio tra colui che era considerato il maggior operista italiano e colui che era considerato il maggior poeta italiano, già negli intenti, sembrava una scommessa assolutamente. D'annunzio, oltretutto, non era nuovo nella riduzione dei suoi poemi a libretti d'opera: lo aveva fatto, prima di tutto, con "La figlia di Iorio" per Franchetti (musicata, anni dopo, anche da Pizzetti), con la Parisina per Mascagni e con "il martirio di San Sebastiano" per Debussy. Strano connubio quello di D'annunzio con la musica italiana dell'epoca, visto il decadentismo simbolico che lo distingueva e che lo avrebbe accostato molto di più ad un Wagner (che lui adorava) che non al panorama musicale dell'epoca, le cui tinte veriste non amava. Pare che non amasse particolarmente nemmeno la musica di Verdi, nonostante la bellissima ode che gli dedicò quando quest'ultimo morì nel 1901. Eppure, tra Puccini e D'annunzio, quello che a tutti sembrava quasi un sodalizio perfetto, nonostante i tentativi, non ci fu mai. E io credo che questo lo si debba all'onestà intellettuale del maestro lucchese che, nonostante anche per lui potesse essere allettante accostare il suo nome a quello del "vate" in un'opera, aveva già dimostrato a se stesso e agli altri, quanto si sentisse lontano dallo stile e dal sentire d'annunziano. Se è infatti noto che i rapporti con i musicisti con i quali D'annunzio collaborò, furono spesso contraddistinti da scontri e litigi proprio perchè un ego come il suo, difficilmente sarebbe potuto rimanere troppo a lungo succube dei desiderata del compositore di turno, è anche vero che con Puccini, si lasciarono da amici e nel pieno rispetto di ognuno per l'arte dell'altro. Il limite, infatti, di opere come "Parisina" di Mascagni, o "La figlia di Iorio" di Franchetti", nonostante il loro valore musicale, sta proprio nel nell'essere troppo soggiogate ed incatenate a testi che non possono e non potrebbero essere diversi da se stessi per adeguarsi alla musica. Con un Puccini ( ma nemmeno con un Verdi), una cosa del genere non avrebbe mai potuto funzionare! Lui non si è mai vergognato di dire chiaramente che "scriveva opere piccole per persone e realtà piccole e circoscritte", senza mai venir meno a questo proposito,a differenza proprio di un Mascagni, il cui estro lo ha fatto passare dal romanticismo ormai stantio del Ratcliff, alla decadente Parisina, alla cavalleria che è l'icona stessa del verismo e a differenza di un Franchetti che, con la sua opulenza musicale e l'ambizione smisurata nel portare sulla scena grandi epopee storiche, si trovò costretto a ridimensionare il suo modo di comporre proprio perchè "compresso" dai versi di D'annunzio. Detto questo, non so quanti appassionati rimpiangano questa mancata collaborazione. Sicuramente non io. Per quanto sia certamente scadente (ad esempio) il libretto de "La fanciulla del west", non credo proprio che Puccini, su un testo d'annunziano, avrebbe saputo trovare le stesse intuizioni geniali e la stessa aderenza della musica con le parole, con la trama, con i personaggi e con le scene.
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