Verdi and Wagner on line

domenica 31 gennaio 2016

Verdi e il suo "Mefistofele"

                    
Dopo le polemiche seguite alle rappresentazioni dell' "Aida", con le conseguenti accuse di wagnerismo e germanesimo, Verdi decise sdegnosamente di ritirarsi nella sua dimora a Sant'Agata e di non scrivere più. Troppe, a suo avviso, le calunnie che avevano ferito lui e danneggiato la sua arte. Come se tutto questo non fosse bastato, si era aggiunto anche un sonetto dai toni offensivi che Arrigo Boito, giovane ed irrequieto intellettuale appartenente al movimento dei cosiddetti "scapigliati", aveva (forse inconsapevolmente) per bersaglio proprio la musica di Verdi ed aveva anche osato sfidarlo scrivendo un'opera, il "Mefistofele" che alla prima fece un fiasco clamoroso. Eccezion fatta per il requiem dedicato alla memoria di Manzoni e per un quartetto per archi, dal 1871 in poi, Verdi non produsse più nulla. Fu l'editore Giulio Ricordi a tentare, con un'operazione diplomatica degna del caridinale Richelieu, di riportare in Verdi la voglia di scrivere una nuova opera e, paradossalmente, servendosi proprio di Boito. Nei 17 anni di silenzio verdiano, c'erano stati molti avvenimenti di rilievo in campo operistico come la morte di Wagner nel 1883 o l'avvento dei nuovi compositori post romantici come Puccini e Mascagni. Arrigo Boito, nel frattempo, pur mantenendo la sua ammirazione per Wagner, era divenuto un acceso sostenitore di Verdi. Ricordi propose a Boitodi collaborare con Verdi (ancora molto diffidente) nel rifacimento del "Simone Boccanegra", ma fu soltanto una scusa perchè si riavvicinassero. Il vero scopo di Ricordi era indurre Verdi a scrivere "Otello" da Shakespeare proprio sul libretto di Boito. Benchè piuttosto restio, all'inizio, Verdi si lasciò convincere ed acquistò il testo che Boito aveva scritto apposta. Lo lasciò chiuso in un cassetto per anni, prima di cedere alla tentazione di riprenderlo in mano ed iniziare a scriverne le note. Potrà sembrare quasi un paradosso ma, il creatore del contestato Mefistofele, fu trasformato da Ricordi inconsapevolmente proprio nel personaggio di Goethe e fu proprio lui ad offrire a Verdi, proprio come a Faust, la possibilità di vivere una seconda giovinezza con la creazione di "Otello".

giovedì 28 gennaio 2016

Paternali mozartiane....

      
      


Dopo essersi doverosamente ricordati, ieri, della giornata della memoria e dell'anniversario della morte di Verdi, anche se con un giorno di imperdonabile ritardo, non si può fare a meno di ricordarsi anche che ieri, 27 Gennaio 2016, era il 260° compleanno di Wolfgang Amadeus Mozart, a detta di tutti, il più grande genio musicale che la natura ci abbia mai donato. Bambino prodigio che già alla tenera età di 3 anni era in grado di suonare il clavicembalo e a 5 anni fu in grado di comporre. Nacque in una famiglia moderatamente agiata e abbastanza elevata culturalmente. Suo padre Leopold, oltre ad essere un validissimo compositore, aveva scritto un metodo per suonare il violino che, in alcuni conservatori, è ancora in uso. Uomo corretto e disciplinato impiegato alla corte arcivescovile come maestro di cappella, Leopold sognavaper suo figlio un impiego simile, perchè significava avere un posto di lavoro sicuro, anche se costretti alle angherie e ai "mobbing" dei nobili regnanti. Finchè Wolfgang rimase un bambino prodigio mostrato alle corti di mezza europa, il loro rapporto fu strettissimo, ma quando crebbe, il suo spirito libero e la sua quasi totale mancanza di senso pratico (cosa comune a quasi tutti gli individui di genio), li mise in grave conflitto. Conscio del suo talento, Wolfgang si vedeva sprecato a comporre musiche di accademia e di circostanza alla corte arcivescovile e vedeva il suo futuro in città musicalmente più evolute come Vienna e Praga. 
Il suo genio musicale fu tale che gli permetteva di comporre e creare a mente ( cioè senza l'aiuto del clavicembalo o del pianoforte) interi concerti o sinfonie mentre si trovava a fare tutt'altro. Nel libro "Mozart" di Wolfgang Hildesheimer ( che consiglio), ad esempio. si fa cenno ad una lettera alla sorella alla quale accludeva il primo movimento di una sonata per piano da lui composta: " Il secondo movimento l'ho composto mentre trascrivevo sullo spartito il primo che ti allego. Lo riceverai quindi nella prossima lettera insieme al terzo che sto elaborando mentre ti scrivo" In parole povere, Mozart aveva composto nella sua testa il primo movimento. Il secondo lo aveva composto mentre si stava "autodettando" mentalmente il primo mettendolo in partitura e, durante la composizione di questa lettera, nella sua mente stava elaborando anche il terzo . Questo per dire a che livello di genialità fosse il talento musicale di Mozart. Paradossalmente, molti di coloro che lo hanno conosciuto, lo hanno descritto come una persona dai modi infantili, fastidiosi, grossolani e sgradevoli ( e questo traspare molto nella sua corrispondenza, soprattutto nelle lettere alla Basle, la sua cuginetta con la quale intrattenne rapporti piuttosto piccanti), quasi una specie di tamarrozzo ante litteram e, di conseguenza, l'esatto opposto del disciplinato e ordinato Leopold. Se è vero che va resa lode a Leopold Mozart per aver capito per primo il valore del figlio, è anche vero che egli fu persona troppo ordinaria per poter comprendere pienamente di quale libertà di espressione avesse bisogno un geniale talento come quello di Wolfgang.
Un'ultima riflessione riguardo alla data del 27 Gennaio. Quasi come se la storia l'avesse scritta un greco antico, è strabiliante pensare come il periodo più fulgido dell'opera si sia aperto e chiuso proprio nella stessa data. Il 27 Gennaio 1901 con la morte di Verdi, si chiudeva un periodo, durato 150 anni, in cui l'opera lirica aveva raggiunto la massima perfezione espressiva passando dal neoclassicismo e attraversando tutto il romanticismo. Insomma, non sarebbe una brutta cosa se, il 27 Gennaio, fosse anche la giornata mondiale della musica.

martedì 26 gennaio 2016

Piave: il "librettaro" perfetto



           

Dopo aver lavorato con Boito, nelle sue ultime due opere e nel rifacimento del Boccanegra, è stato di moda denigrare i versi che Francesco Maria Piave ha scritto per Verdi, senza però ricordarsi che proprio i maggiori capolavori usciti dalla penna del compositore bussetano, da Macbeth a Rigoletto, da Ernani a La traviata. Eppure, dopo 150 anni sono in molti a considerare il Piave un semplice "librettaro" (versione dispregiativa del termine, già di suo declassante, di librettista). Cosa aveva in meno rispetto ad un Cammarano, o ad un Solera? In meno di loro aveva un pregio quasi paradossale: la mancanza di esperienza. E fu proprio questa mancanza di esperienza (e anche una bella dose di umiltà), grazie alla quale fu sempre disposto a chinare il capo di fronte al dispotico Verdi, che gli consentì di scrivere versi e libretti che si adattarono perfettamente alla musica del suo maestro. Basti leggere l'epistolario estremamente nutrito tra il Piave e Verdi per capire quale fosse il rapporto lavorativo e anche umano tra i due. Verdi che rimprovera, si arrabbia, denigra, umilia il povero Piave raccomandandogli chiarezza e brevità, smontandogli intere pagine costategli fatica ed energia e costringendolo, con fare sbrigativo e anche poco cortese, di rifare daccapo. E il Piave si piega, obbedisce, subisce, mostrando sempre una pazienza certosina, conscio del suo ruolo di semplice ed inesperto "librettaro" davanti a un musicista della fama e del genio di Verdi.
Perchè allora, si dirà, tutti questi appunti non furono fatti ad Andrea Maffei, reo di aver scritto forse il peggior libretto per un'opera di Verdi (I Masnadieri) e, probabilmente, uno dei libretti più brutti di tutta la storia dell'opera? Maffei aveva già fama di Letterato, di scrittore ed era il marito della Contessa Maffei, che già all'epoca era una delle migliori amiche di Giuseppe Verdi, il quale, probabilmente,si sarà sentito non poco in difficoltà soltanto all'idea di fare qualche osservazione a cotanto "letterato". E comunque vero che questo sarà il primo ed ultimo libretto che Verdi si farò scrivere dal Maffei. Dopo tornerà ai versi del Solera (per poco tempo) e del Cammarano, uomini di comprovata esperienza. Ma soprattutto, tornerà a chiedere la collaborazione del Piave, il quale (prima dell'avvento di Boito) sarà l'unico a capire fino in fondo ed a tradurre in versi, le idee scaturite dall'infallibile istinto teatrale di Verdi.

giovedì 14 gennaio 2016

Serata nel salotto di casa Rossini...

Durante gli ultimi anni della sua vita, quando ormai da decenni aveva smesso di scrivere opere, Rossini si era rifugiato, in compagnia di sua moglie Olympie, in un appartamento del centro di Parigi. Qui, ogni venerdì sera, si tenevano delle bellissime serate all'insegna della musica, della buona tavola e del piacere della conversazione. Tra gli ospiti di queste interessanti serate, si possono annoverare personaggi come Balzac, Paganini, Bizet, Verdi, Liszt e tanti altri. Per queste occasioni, il genio di Pesaro, scriveva piccoli e graziosi pezzi da camera da poter eseguire dal vivo al suo pianoforte, al quale spesso faceva accomodare anche Verdi e Listz, o per accompagnare quei cantanti o quelle cantanti che desiderassero esibirsi.  E' rimasta celebre la serata in cui si esibì Adelina Patti, il soprano più in voga dell'epoca, ammiratissima anche dallo stesso Verdi. Per fare sfoggio delle sue qualità canore, volle cantare un'aria dal "Barbiere di Siviglia" , solo che fu talmente prodiga di abbellimenti e improvvisazioni, allo scopo sfoggiare meglio le sue doti canore, che, alla fine dell'esecuzione, Rossini le disse: " Brava, ottima esecuzione. Ma di chi è il pezzo che ha cantato?" Pare che Adelina Patti non l'abbia presa troppo bene.

                                                                                 








Tutte queste numerosissime composizioni da camera, vennero successivamente raccolte in vari album con il nome di "Soirées musicales". Eccone un esempio eseguito da due interpreti d'eccezione: Renata Tebaldi accompagnata al piano da Richard Bonynge. Gioacchino Rossini. "Invito" da "Soirées musicales.

mercoledì 13 gennaio 2016

Lui e l'altro....


Avevo brevemente accennato ieri ai controversi rapporti che ebbero tra loro alcuni dei più grandi e famosi compositori dell'epoca d'oro della musica classica, tenendo volutamente fuori il duealismo Verdi-Wagner dal contesto. benchè sia stato proprio questo dualismo ad ispirarmi l'apertura della pagina e anche di questo blog. Gran parte di questa rivalità è stata alimentata dalla stampa e dall'ambiente culturale ed intellettuale della seconda metà del XIX secolo. E se non fosse stato per i vari riferimenti a Wagner che ebbe a fare Verdi nelle sue lettere, poco o niente sapremmo di questa rivalità, vera o falsa che fosse. Da parte di Wagner, infatti, silenzio assoluto sul compositore italiano, almeno pubblicamente. Quegli sporadici contatti che Wagner ebbe con la musica verdiana (mai con verdi in persona), si contano sulle dita di una mano e si riducono (almeno che io sappia) a pochissimi episodi. Il primo è un semplice aneddoto di cui è oltretutto impossibile accertarne l'autenticità: durante un suo giro in gondola a Venezia, il gondoliere ebbe la malaugurata idea di mettersi a fischiettare "La donna è mobile" provocando varie smorfie di disprezzo da parte del passeggero. Aveva diretto l' Ernani a Dresda nel 1845 quando, presumibilmente, ai suoi occhi, Verdi era soltanto uno dei tanti compositori che avrebbe dovuto dirigere (al pari dei vari Donizetti, Bellini e Rossini). Sappiamo invece dal diario di Cosima che molto più tardi, quando la loro rivalità era già considerata una realtà, si trovò ad assistere ad una replica del Requiem verdiano a Vienna. Dopo pochi minuti dall'inizio, pare che Wagner abbia detto: " Andiamocene. Abbiamo già sentito quanto dovevamo". Di certo c'è che Cosima, sul diario, scrive: " Ascoltato il requiem di Verdi. Ma è un lavoro sul quale è meglio non dire nulla."
Da parte di Verdi, invece, gli atteggiamenti mutarono col tempo. Curioso all'inizio verso l'ascesa wagneriana, poi diffidente, pur riconoscendogli un grande talento. Lottando con i suoi stessi pregiudizi volle leggere quasi tutti i numerosi scritti teorici di Wagner sul melodramma. Assistette al Lohengrin a Bologna con la partitura sulle ginocchia scrivendo ben 114 annotazioni, molte delle quali di biasimo, ma ebbe parole di sincero cordoglio quando lesse la notizia della morte del compositore tedesco. Il suo ultimo intervento a proposito di Wagner è in un'intervista rilasciata nel 1898, in cui ebbe parole di grande ammirazione per il secondo atto del Tristano.






martedì 12 gennaio 2016

Le opinioni sugli altri.

Posto che, come è noto, solitamente si finisce sempre a parlar bene solo dei morti, oggi vale la pena soffermarsi brevemente su alcune considerazioni ed opinioni che ebbero i nostri affezionati compositori nei riguardi di colleghi del passato ma anche del loro presente. E' noto come, ad esempio, Rossini sapesse esprimere giudizi  sovraccarichi di sarcasmo sugli altri compositori, ma anche come li consigliasse e aiutasse generosamente quando li riteneva meritevoli. E si sa anche che per Beethoven e Mozart aveva un'ammirazione sconfinata. E, sempre a proposito di Mozart, lo stesso Haydn disse al  padre Leopold: " In fede mia, credo che suo figlio sia il più grande musicista di sempre" Una stima che, oltretutto, sarebbe stata ben presto ricambiata dal giovane genio di Salisburgo. Bellini, a sua volta, era uno sfegatato ammiratore di Rossini, al punto che, quando questi si decise ad incontrarlo e andò a bussargli alla porta, per la smania di stringergli la mano, il catanese si presentò a Rossini in maniche di camicia. Tutt'altro atteggiamento Bellini lo ebbe nei confronti di Donizetti, verso il quale ebbe un comportamento per lo più opportunista ed ipocrita: gli dispensava grossi complimenti in sua presenza per poi chiamarlo con disprezzo "Dozzinetti", indicandolo come operista dozzinale e superficiale. E se proprio c'è stata una persona che non si sarebbe meritata un trattamento del genere, fu proprio Donizetti. Uomo onesto, corretto ed altruista, ebbe per Bellini ammirazione sincera e affetto. Non ci fu in lui mai ombra di invidia o di gelosia verso alcuno, e coltivò ottimi rapporti con Rossini. Fu tra i primi a riconoscere la grandezza di Verdi e del suo Nabucco, e si offrì volontariamente a costui per occuparsi della messa in scena dell'Ernani a Vienna. E siamo così arrivati a Verdi, il quale, data la ruvidezza del carattere, non esce benissimo. Se ebbe sincera ammirazione per Beethoven, è anche vero che liquidò Mozart con la definizione di "quartettista" (non gliene farei però una colpa eccessiva; per lui, Mozart, significava principalmente "Don Giovanni"). Una volta arrivato al successo, non mostrò particolare gratitudine nemmeno a quel Donizetti che lo aveva aiutato. I rapporti con Rossini furono altalenanti, mentre discontinui e sostanzialmente privi di giudizio quelli nei confronti dei compositori a lui coevi e, anzi, in una lettera scrisse testualmente che, oltre a lui "L'unico che può far bene è Ponchielli, ma ha visto e sentito troppo!" Ciò che disse su Wagner è ormai arcinoto e nemmeno verso la fine del 1800, con l'avvento dei compositori della cosiddetta "giovane scuola" ritenne opportuno sbilanciarsi. Benchè, con i vari Mascagni e Puccini avesse rapporti di pure cortesia, la sua maggior considerazione andò sempre a due compositori che poi, per ironia della sorte, sono quasi caduti nel dimenticatoio: Franchetti e Gomes (l'unico da lui considerato come un "autentico vero genio musicale"),
Solo sul giudizio tutt'altro che lusinghiero su un ben noto compositore contemporaneo  si sarebbero trovati tutti d'accordo.
Indovinate chi?


lunedì 11 gennaio 2016

Manon Lescaut: un parto difficilissimo.


Subito dopo il debutto dell'Edgar, accolto con scarsissimo successo, attribuito dallo stesso compositore al libretto di Ferdinando Fontana, Puccini si mise subito alla disperata ricerca di un nuovo soggetto da musicare. Non volendo ripetere l'errore che aveva fatto con Fontana, ossia quello di essere, forse per eccessiva umiltà, troppo accondiscendente, divenne improvvisamente pretenzioso ed esigente verso i suoi librettisti. Lo dimostra, appunto, la stesura del libretto di "Manon Lescaut", al quale collaborarono talmente tanti scrittori e poeti che, alla fine, Giulio Ricordi optò per scrivere sul frontespizio della stampa: " Testo di autori vari." Nei tre anni in cui l'opera fu composta, il libretto passò dalle mani di Domenico Oliva, Marco Praga, Ruggiero Leoncavallo, Illica, lo stesso Giulio Ricordi ed anche lo stesso Puccini. La ragione risiedeva nel fatto che, stressati e scoraggiati dalle continue richieste di cambiamento del compositore lucchese (addirittura un intero atto fu scritto, riscritto e poi tolto definitivamente), si stancavano e lasciavano perdere. Dopo tanto tribolare e nonostante le differenze di stile poetico del libretto, l'opera andò in scena il 1 Febbraio 1893 a Torino decretando, dopo tanto tribolare, il primo vero trionfo di Puccini. Ciò nonostante, Puccini, negli anni a venire, continuò a rimaneggiare la partitura fino a poco prima della sua morte.
 Nella prima assoluta a Torino, Manon fu interpretata dal soprano Cesira Ferrani che, nel 1902, incise dalla Manon "L'ora o tirsi è vaga e bella". Come in altri casi, lo stile e il gusto dell'interpretazione sono ben diversi da ciò che in quest'epoca siamo abituati ad ascoltare. Resta però, incontrovertibilmente, un documento di grande valore storico.

L'ora, o tirsi, è vaga e bella" Cesira Ferrani. 1902


                                   
          
           

Il riferimento alla "MANON(A)" di Gianni Morandi, per quanto strano possa sembrare, riporta ad un aneddoto proprio sulla composizione di Manon. Puccini, per trovare maggiore ispirazione nella composizione della musica, si era recato a Vacallo, piccolo paese sul confine tra l'Italia e la Svizzera. Li, con sua grande sorpresa, trovò il collega Leoncavallo, anche lui recatosi in quella località per poter comporre in pace i "Pagliacci"Alloggiavano in due casette che si trovavano l'una di fronte all'altra. Fu così che, mentre Leoncavallo, alla finestra della sua stanza, appese un lenzuolo sul quale aveva disegnato un enorme clown. Puccini, per non essere da meno, appese anche lui un lenziolo su quale aveva disegnato una enorme mano. Appunto, una "MANON".



Le biografie "online" dei compositori...