Verdi and Wagner on line

lunedì 27 febbraio 2017

Il carnevale romano di Rossini, Paganini e...bellicapelli...

 

Roma. Febbraio del 1821. Va in scena la Matilde di Shabran di Gioacchino Rossini, non una delle sue opere maggiori, tanto che, per quasi due secoli, a causa anche dei numerosi auto-imprestiti tipici delle opere d'occasione di Rossini, è caduta nel dimenticatoio. Ma a quest'opera sono legati due episodi curiosi che vale la pena di ricordare. Prima di tutto, l'opera al debutto, ebbe l'onore di avere come primo violino e maestro concertatore ( i direttori d'orchestra ancora non esistevano) niente meno che Niccolò Paganini, che aveva sostituito all'ultimo momento il primo volino di ruolo che aveva avuto un malore. L'opera non ebbe successo, ma la cosa non toccò minimamente Rossini che decise di andare a festeggiare il carnevale in Via del Corso coinvolgendo anche l'amico violinista. Di questa serata memorabile, ce ne riferisce nelle sue memorie Massimo D'Azeglio, che così ha tramandato ai posteri quella amena mascherata carnevalesca:

 " Erano a Roma Paganini e Rossini, cantava la Lipparini al Tor di nona. S'avvicinava il carnevale e si disse una sera: "Combiniamo una mascherata!!" Cosa si fa? cosa non si fa? Si decide alla fine di mascherarsi da ciechi e cantare, come usano per domandare l'elemosina. Si misero insieme quattro versacci che dicevano: "Siamo ciechi, siamo nati per campar di cortesia, in giornata d'allegria non si nega carità" Rossini li mette subito in musica, ce li fa provare e riprovare, e finalmente si fissa d'andare in scena il Giovedì grasso. Fu deciso che il vestiario al di sotto fosse di tutta eleganza e di sopra coperto da poveri panni rappezzati. Insomma una miseria apparente e pulita. Rossini e Paganini dovevano figurare in orchestra strimpellando due chitarre e pensarono di vestirsi da donna. Rossini ampliò con molto gusto le sue già abbondanti forme con viluppi di stoffa, ed era una cosa inumana. Paganini poi, secco come un uscio e con quel viso che pareva un manico di violino, vestito da donna compariva ancora più secco e sgroppato il doppio.
Non fo per dire ma si fece furore: prima in due o tre case dove s'andò a cantare, e poi al Corso, poi la notte al festino".

Quanto pagheremmo per esserci stati anche noi????
Buon martedì grasso.

venerdì 24 febbraio 2017

Esperimenti di comicità.


Una delle tante curiose coincidenze che accomunano Giuseppe Verdi e Richard Wagner, fu l'occasione, per entrambi, di cimentarsi con la commedia al loro secondo lavoro operistico.

Wagner, dopo aver scritto "Die feen", che non era riuscito a far rappresentare, decise di musicare (sempre su libretto proprio) l'opera " Il divieto di amare" tratto dalla commedia shakespeariana "Misura per misura".  L'opera, a mio modesto avviso, è più che godibile. In molti punti si respirano echi del Rossini comico e del Bellini (che Wagner adorava) più appassionato. Ovviamente, tutto questo è portato all'eccesso, come era nel costume wagneriano. Ovvio che, alla luce di ciò che è diventato Wagner negli anni a seguire, quest'opera non poteva che finire nel dimenticatoio, non tanto per colpa di uno scarso valore che in realtà non c'è (anzi!), ma perchè l'evoluzione artistica del musicista di Lipsia prese una stada talmente distante dallo stile di quest'opera che ancora oggi sembra quasi impensabile considerarla come un'opera sua. E difatti, Wagner la rinnegò e ne parlò sempre con disrpezzo. «Ho errato un tempo e ora vorrei espiare; / come liberarmi del peccato di gioventù? / La sua opera depongo umilmente ai tuoi piedi, / perché la tua grazia la redima» aveva scritto di suo pugno in calce alla partitura donandola a Ludwig di Baviera, Inoltre, il ricordo di questo lavoro non doveva suscitare dei bei ricordi al compositore sassone: la sera del debutto, nel 1836, fu disastrosa, non tanto perchè l'opera sia stata fischiata, ma semplicemente perchè in platea c'erano leteralmente tre gatti. Approfittando della quasi totale assenza di pubblico, il marito della prima donna, che sospettava che la moglie avesse una tresca con uno dei cantanti, scatenò un'autentica rissa dietro le quinte ( e forse sta proprio qui il vero lato comico del "Divieto di amare").

"Un giorno di regno" fu invece la prima opera comica di Verdi. La storia è abbastanza nota: dopo il buon successo di "Oberto conte di San Bonifacio", l'impresario merelli decise di affidargli un vecchio libretto di Felice Romani dal titolo " Un giorno di regno, ossia il finto stanistlao". In quel periodo, Giuseppe Verdi stava attraversando forse il periodo più buio di tutta la sua vita: in poco tempo gli erano morti i due figli piccoli e l'amata moglie Margherita, non c'è da stupirsi, quindi, che non fosse certamente nell'animo adatto per comporre qualcosa di comico. Il libretto, certo, non era di aiuto: era un vecchissimo libretto di Felice Romani, scritto nel 1818 e, quindi, ormai fuori tempo e fuori moda. L'opera cadde rovinosamente alla prima rappresentazione alla Scala facendo un fiasco memorabile. Ma sarebbe ingiusto o semplicemente riduttivo attribuirne l'insuccesso solo alla mancata disposizione di Verdi al genere comico per via dei lutti famigliari: l'opera cadde anche e soprattutto perchè era nata vecchia e Verdi aveva dovuto adeguarsi, senza fare tante storie, ad un libretto che, al limite, sarebbe potuto andar bene per l'epoca di Rossini o Pacini. L'opera di per se non è certo un capolavoro, ma non è nemmeno così indigeribile. Ci sono qua e la anticipazioni di quel che sarà Verdi nel futuro ma, soprattutto, ci sono riferimenti proprio ai modelli di onizetti, Rossini e Bellini. Forse non originali, ma stilisticamente ineccepibili. Verdi non riuscì mai a perdonare al pubblico quei fischi così crudeli e, come Wagner, portò sempre profondo rancore a questa opera giovanile. Passarono cinquant'anni in cui meditò la rivalsa di un'opera comica che potesse sbaragliare il pubblico e, quando Rossini, in una lettera a Ricordi, fece notare in perfetta buona fede che, secondo lui, Verdi non era adatto alle commedie, se ne ebbe molto a male.
Fatto sta che dopo questi due giovanili esperimenti (più riusciti di quanto il destino abbia voluto farci intendere) entrambi avrebbero avuto la loro bella rivincita anche sul genere "commedia lirica": Verdi con quella meravigliosa perla che è il "Falstaff" e Wagner con quello stupendo e struggente affresco di colori e buon umore che è "I maestri cantori di Norimberga"

Mi pare quasi di sentirli mentre ci dicono ancora, in coro: "Una risata vi seppellirà"

mercoledì 22 febbraio 2017

Mozart e quel calcio nel sedere...

Ad un genio come Wolfgang Amadeus Mozart, l'ambiente ristretto e tutto sommato provinciale di Salisburgo (la sua città natale) non poteva che andargli stretto, soprattutto se si tiene conto che questo ragazzotto di circa venti anni, grazie al suo status di bambino prodigio, aveva già visto quasi tutte le corti d'Europa nei suoi viaggi nelle quali si era esibito, accompagnato dal padre Leopold. Adesso, a 20 anni, passata l'epoca gloriosa da "enfant prodige", il padre aveva preteso che occupoasse un posto sicuro e stabile alla corte arcivescovile di Salisburgo (nella quale anche lui era impiegato) come maestro di cappella al servizio del principe arcivescovo della città. E finchè si trattò di servire l'Arcivescovo Sigmund III Von Schrattenbach, uomo tutto sommato illuminato e ben disposto verso i suoi dipendenti, benchè lo stipendio fosse solo di 150 fiorini annui, non se la passò così male. Quando, alla morte di Schrattenbach, si insediò Hieronymus Von Colloredo, le cose cambiarono in peggio: uomo dispotico e altezzoso, aperto si alle arti ma totalmente insofferente alle aspirazioni artistiche di Mozart (che considerava poco più che un capriccioso servitore), ebbe con quest'ultimo rapporti sempre burrascosi. Le licenze per permettere ai Mozart di assentarsi dal luogo di lavoro allo scopo di intraprendere le serie di concerti che li avevano portati in giro per l'europa calarono drasticamente. Mozart venica obbligato ad indossare la livrea dei servitori e a pranzare con loro in cucina. Le sue composizioni sacre dovevano seguire linee stilistiche ben precise senza che nessun margine venisse lasciato all'estro (e che estro!!) del compositore. Nessuna composizione che non fosse liturgica, gli veniva commissionata mentre lui, dopo Idomeneo, moriva dalla voglia di comporre altre opere. Insomma, di ragioni per essere scontento ne aveva una moltitudine e più di una volta si trovò a scontrarsi con l'arcivescovo. E, come se non bastasse, anche il padre Leopold, lo invitava sempre ad abbassare la testa e a conservarsi il posto.
La pazienza dell'arcivescovo fu comunque messa a dura prova a causa del carattere indolente ed insolente di Wolfgang. La rottura definitiva avvenne quando, dopo l'ennesimo litigio con l'arcivescovo, Mozart presentò le sue dimissioni che vennero respinte. Alle proteste di quest'ultimo, l'Arcivescovo ordinò che fosse messo alla porta senza tanti complimenti da uno dei suoi servitori che, preso un po' troppo alla lettera l'ordine del prelato, cacciò fuori Wolfgang dal palazzo assestandogli un sonoro calcio nel sedere. Così ne scrisse all'inorridito Leopold in una lettera:

« Questo dunque è il conte che (stando alla sua ultima lettera) mi ha tanto sinceramente a cuore, questa è dunque la corte dove dovrei servire, una corte in cui uno che intende presentare una supplica per iscritto, invece di essere agevolato nell'inoltrarla, viene trattato in questo modo? [...] Ora non ho più bisogno di mandare nessuna supplica, essendo la cosa ormai chiusa. Su tutta questa faccenda non voglio più scrivere nulla ed anche se ora l'arcivescovo mi pagasse 1.200 fiorini, dopo un trattamento simile proprio non andrei da lui. Quanto sarebbe stato facile convincermi! Ma con le buone maniere, senza arroganza e senza villania. Al conte Arco ho fatto sapere che non ho più nulla da dirgli, dopo quella prima volta in cui mi ha aggredito in quel modo, trattandomi come un farabutto, cosa che non ha alcun diritto di fare. [...] Che gliene importa se voglio avere il mio congedo? E se è davvero tanto ben intenzionato nei miei confronti, cerchi allora di convincermi con dei motivi fondati, oppure lasci che le cose seguano il loro corso. Ma non si azzardi a chiamarmi zotico e furfante e non mi metta alla porta con un calcio nel culo; ma dimenticavo che forse l'ha fatto per ordine di Sua grazia. »

         

venerdì 10 febbraio 2017

Schubert e Beethoven: un incontro disastroso.




                     
E' sempre emozionante pensare all'incontro, fortuito o meno, di due grandi musicisti: basti pensare agli incontri che ha avuto Rossini con Wagner o con Beethoven, oppure all'incontro e all'amicizia tra Mozart e Haydn. Ebbene, nella Vienna di inizio '800, una delle emozioni più forti che poteva provare un musicista o aspirante tale, era quella di poter incontrare, appunto, Ludwig Van Beethoven. Non molto lontano dalla dimora di quest'ultimo, abitava un musicista che avrebbe fatto molto parlare di se le future generazioni: tale Franz Schubert. Persona timida, schiva ed estremamente insicura, ancora poco conosciuta in città e fuori, stravedeva per il titanico Beethoven. E' rimasto famoso l'episodio secondo cui, dopo aver scorso la partitura dell'ouverture dell' Egmont, preso dall'esaltazione, avrebbe composto quasi di getto la sua ouverture in fa magg.  Abitando entrambi nella stessa Vienna, per Schubert non doveva nemmeno esser troppo difficile incontrare Beethoven, se non fosse stato per la sua eccessiva timidezza. Varie volte si era recato davanti all'abitazione di quest'ultimo ma, all'ultimo momento, aveva sempre rinunciato a bussare alla sua porta. L'accasione propizia si verificò quando Schubert decise di dedicare espressamente a Beethoven le sue "variazioni a 4 mani per pianoforte op. 10". Incoraggiato da un amico, si avviò verso la dimora del "titano" ma, arrivato alla meta, fu di nuovo preso dagli scrupoli. Fu l'amico a bussare alla porta del compositore, e l'incontro ebbe luogo. Incontro molto deludente, purtroppo. Il sordo Beethoven poteva comunicare solo attraverso i suoi famosi quaderni di conversazione e quando toccò a Schubert esprimersi attraverso quei fogli di carta, la sua mano cominciò a tremare dall'emozione fino a bloccarsi. Insomma, un dialogo tra un muto e un sordo! Come se non bastasse, a distruggere la già compromessa autoconsiderazione del giovane compositore, Beethoven, dopo aver scorso la partitura che Schubert gli aveva dedicato, gli fece (pare molto gentilmente, tra l'altro) un appunto su un'inesattezza armonica, specificando però che si trattava soltanto di un peccatuccio veniale. Tanto bastò al povero Schuibert, una volta congedatosi dall'abitazione del titano, a scoppiare in un pianto dirotto e a ripetere che non era degno di comparire altre volte al cospetto del gigante. Mantenne la parola: Schubert e Beethoven non si rividero più. E di questo incontro, resta l'eco di quel pianto dirotto. Lo stesso pianto dirotto che, qualche anno dopo, videro alcuni testimoni segnare il suo viso quando, con una candela in mano, seguii il corteo funebre di Ludwig Van Beethoven

lunedì 6 febbraio 2017

Vincenzo Bellini: il tombeur de femmes...


        


Biondo, dal volto quasi angelico, bello in maniera quasi criminale, affascinante e passionale; ma allo stesso tempo cinico, spietato, arrivista, crudele, ipocrita ed opportunista! Va detto: Vincenzo Bellini, con le donne, fu anche questo. Incarnò, forse quasi quanto Wagner, la doppia personalità di chi, da una parte era costantemente attratto dalla sensualità femminile e facile all'innamoramento e alla sbandata amorosa, e dall'altra parte un uomo freddo e scostante che fu capace di spezzare tantissimi cuori. Tutti tratti del suo carattere che, ascoltando le sue partiture, emergono benissimo. La prima forte cotta di cui si ha notizia fu per Maddalena Fumaroli, una bella ragazza napoletana alla quale impartiva lezioni di canto. Lui diciottenne e lei sedicienne. A quanto pare fu amore a prima vista! I due cominciarono a frequentarsi, ma il padre di lei, incurante del fatto che il giovane musicista aveva già esordito a teatro con "Adelson e Salvini" ricevendo ottimi giudizi dalla critica e perfino da quel Donizetti che sarebbe stato tanto inviso proprio allo stesso Bellini, lo mise alla porta dicendogli chiaro che sua figlia non avrebbe mai sposato un "suonatore di cembalo". Due anni dopo, Bellini otterrà il suo primo grande successo a Milano con "Il Pirata", facendo tornare il padre di Maddalena sui suoi passi. Maddalena gli scriverà allora che adesso, con il permesso del padre possono sposarsi, ma è troppo tardi. A quelle lettere, Bellini risponderà freddamente ( e dopo molti mesi) con una lettera poco più che telegrafica: "Mia cara. A Milano ho preso una decisione molto importante per la mia vita. L'unica mia sposa sarà la musica." 

Nel frattempo, Bellini aveva cominciato a frequentare Giuditta Turina (coetanea di Maddalena) fidanzata ufficialmente con un facoltoso commerciante, incurante, preso com'era dai suoi affari, drella evidente e quasi sfacciata relazione della sua compagna col focoso musicista. Ma più che per amore, oltre all'attrazione erotica, c'era un'altra ragione per cui il "Cigno di Catania" si era legato sentimentalmente a questa donna: "Questo amore mi salverà da qualche matrimonio non felice..." scriveva in una lettera. Insomma, meglio avere una relazione con una donna già impegnata (e oltretutto economicamente benestante) che con una donna libera che altro non aspetta la proposta di matrimonio. Sembra quasi di sentir parlare Alberto Sordi quando, alla domanda sul perchè non si fosse mai sposato rispondeva invariabilmente: "E che so' matto? Che me metto in casa un'estranea??"

Durante la relazione con Giuditta Turina, Bellini incontrò un'altra Giuditta: la Grisi. Di quattro anni più giovane di lui, fu la cantante per la quale scrisse il ruolo di Romeo ne "I capuleti e i Montecchi". La loro frequentazione divente molto assidua e, quando la Turina venne a sapere della tresca, piantò a Bellini delle vere e proprie scenate alle quali lui reagì da vittima e negando tutto: colpa dei soliti invidiosi con le loro malelingue.

Fu la stessa cosa con la terza Giuditta: Giuditta Pasta. Fu la sua prima Amina ne "La sonnambula" e la sua prima "Norma", la sera del leggendario debutto in cui l'opera venne tremendamente fischiata. Se, da un punto di vista artistico, in Giuditta Pasta, Bellini aveva trovato la cantante ideale per le sue opere, dall'altra trovò anche una piacevola compagna "di alcova". Ovviamente, di matrimonio, manco a parlarne. " Io sono così:"-scriveva ad un amico- "Amo solo la donna che non progetto di sposare". Anche Giuditta Pasta sarebbe stata presto rimpiazzata, ma questa volta sarebbe stato proprio lui a piangere lacrime amare per amore.
Ma questa è un'altra storia che vi racconterò un'altra volta.

domenica 5 febbraio 2017

Il papà della SIAE? Giuseppe Verdi




L'annosa questione del diritto d'autore, ha le sue origini lontanissime nel tempo. Addirittura nell'antica grecia.  Ma prima che questa venisse regolamentata, sono passati secoli ed addirittura millenni. Un passo importante fu quando Gutemberg, nel 1455, inventò la stampa a caratteri mobili, che in un sol colpo velocizzava la riproduzione di un qualunque manoscritto aumentando esponenzialmente il numero delle stampe e mandando in pensione i copisti "a mano"; in quel frangente, per la prima volta, si pose il problema del diritto d'autore in senso moderno. Per arrivare, però, ad una forma riconosciuta ed "istituzionalizzata" di questo importante riconoscimento (che poi si sarebbe chiamato SIAE), si dovette aspettare il 1882, quando, insieme ad altri artisti, musicisti e letterati ( da Lumbroso a Carducci, da Boito a Verga), un certo Giuseppe Verdi ( e chi altri?) formò la Società Italiana Autori Editori. Fu tale associazione che, trasformandosi ed evolvendosi nel tempo ( e non sempre in meglio) è sempre stata la corce e delizia per ogni autore. Si è calcolato che, grazie alla creazione di questa società di tutela, uno come Mozart, nell'era dei cd, della televisione e dei download di musica on line e con le suonerie dei telefonini, solo con i proventi della "Piccola serenata notturna in sol magg." potrebbe guadagnare tranquillamente e senza far nulla ben 600 euro ogni ora.
Se solo ci avessero pensato prima!

Le biografie "online" dei compositori...