Verdi and Wagner on line

venerdì 27 gennaio 2017

Don Giovanni: l'overture "per un pelo"..



Oggi, oltre ad essere l'anniversario della morte di Giuseppe Verdi, è anche il compleanno di Wolfgang Amadeus Mozart. Mi sembra giusto, quindi, per festeggiare anche questa lieta ricorrenza, ricordare un aneddoto famosissimo e leggendario: quello dell'overture del Don Giovanni composta di getto poche ore prima del debutto dell'opera a Praga.
Buon compleanno Wolfgang

domenica 22 gennaio 2017

L'opera infinita: Nerone.


                 
                  
                  
Di opera incompiute è piena la storia della musica classica. Basti pensare a "Turandot" o al "Requiem" di Mozart, tanti per citare i due esempoi più famosi. Ma un conto è un'opera rimasta incompiuta, magari per la morte, se non improvvisa, repentina dell'autore. Un conto è un'opera "infinita". L'esempio è proprio il tanto leggendario "Nerone" di Arrigo Boito, la cui gestazione è durata ben 56 anni e che fu messa in scena soltanto nel 1924 completata da Toscanini e Samreglia (essendo l'autore morto nel 1918). Opera iniziata addirittura ai tempi del primo Mefistofele, è sempre stata destinata a soffrire delle insicurezze dell'autore, traumatizzato proprio dall'esperienza negativa del disastroso debutto della sua prima opera, e per questo vittima di mille ripensamenti. Suo, tra l'altro, anche il libretto, che iniziallmente prevedeva addirittura 5 atti anzichè quattro (l'ultimo fu sforbiciato su consiglio di Ricordi). Lo stesso Boito, senza saperlo peggiorò infatti la situazione cercando ossessivamente di documentarsi storicamente fin nei minimi particolari sui personaggi, sull'epoca e sull'ambiente (l'antica Roma) in cui questi dovevano muoversi. Ancora nel 1884, durante la collaborazione per l' Otello, scriveva a Verdi: " «Per mia disgrazia ho studiato troppo la mia epoca (cioè l’epoca del mio argomento) (...) terminerò il Nerone o non lo terminerò ma è certo che non lo abbandonerò mai per un altro lavoro e se non avrò la forza di finirlo non mi lagnerò per questo e passerò la mia vita, né triste né lieta, con quel sogno nel pensiero» Dal canto suo Verdi, cercò spesso di incoraggiarlo a proseguire, senza, però, ottenere grandi risultati.
Ma com'è questo Nerone? Al di la del suo stato di opera sofferta e sfortunata, l'unico difetto che potremmo avergli imputato all'epoca del suo debutto, sarebbe stato semplicemente di essere un'opera un po' fuori tempo. Nata e concepita nel periodo in cui confluivano in italia sia l'egemonia del Verdi maturo sia l'arrivo del terremoto Wagner, è un prodotto nato per essere coevo (e forse anche un passo avanti) ad Aida e Lohengrin e che, invece, a causa del tempo trascorso, si ritrovò a dover fare i conti con il Puccini di Turandot e con il Debussy di Pelleas et Melisende. Detto questo, la mia modesta opinione è che sia una delle opere più belle che mi sia mai capitato di sentire; un'opera di cui mi sono innamorato a priva vista (anzi, a primo udito). Vi è forse uno degli esempi più lampanti di fusione tra azione, poesia e musica e teatro. Azzardo? Forse un'opera che sarebbe piaciuta molto sia a Verdi che a Wagner. E, da un punto di vista musicale, può anche essere definita una "summa" di tutti i passaggi e le trasformazioni che ha attraversato la storia dell'opera lirica. Dentro ci si sentono Monteverdi e Palestrina,  ma anche Verdi e Wagner. I grandi polifonici e i grandi sinfonisti. E con questi ingredienti, Boito riesce a disegnare azioni, pensieri, aspetti psicologici e anche ambienti ed atmosfere, senza per questo scadere nella musica cosiddetta descrittiva. Bastino i primi 10 minuti del 1° atto, per guardarci intorno e ritrovarci davvero sulla via Appia poco prima dell'alba, quando arrivano in lontananza le voci dei pastori che cantano, o il momento dell'incendio dell'Oppidum, nel 4 atto, per ritrovarci avvolti dall'odore acre del fumo e dal rovinoso rumore del circo massimo che ci crolla addosso con il suo spaventoso ed incandescente fragore. E che dire del "Padre nostro" che recita il meraviglioso e fragile personaggio di Rubria mentre albeggia?
Insomma, per chi non la conoscesse, io ne consiglio caldamente l'ascolto e l'approfondimento. Se Mefistofele è ancora in repertorio, Nerone non avrebbe meritato di meno.

sabato 21 gennaio 2017

L'opera funesta....

               

E' ormai un fatto arcinoto (e anche un luogo comune enormemente diffuso) che nell'ambiente del teatro, la superstizione regni sovrana. A cominciare dalla messa al bando del colore viola, ritenuto quasi sempre foriero di imprevisti e disastri sul palco, anche il teatro musicale ha le sue belle "pecore nere". "La forza del destino" è una di queste. E' diffusa credenza, infatti, che quest'opera abbia sempre esercitato influenze malefiche ogni volta che veniva anche solo pensata. Di certo, il titolo non promette bene eh.
Io che sono piuttosto scettico, non ho invece paura a parlarne ( se però magari tra 48 ore non mi avrete ancora riletto, chiamate il 118. Non si sa mai).
Quest'opera è il secondo vero e proprio giro di boa della produzione verdiana (il primo è quello della Luisa Miller); è l'opera che mischia sapientemente in un unico calderone quello che è il Verdi considerato più popolare ( i detrattori lo definirebbero volgare) e il Verdi più ricercato, più "alto".
La sinfonia, già dalle prime note, trasmette inquietitudine con quel senso di inesorabile dato dall'orchestra.  Inutile ripetere la trama, visto che quasi tutti la conoscono. Mi preme piuttosto soffermarmi, senza dilungarmi troppo, sul''inizio del secondo atto (che considero emblematico), al cospetto di quella enorme tavolata di pellegrini e straccioni dove si mangia e si beve in coro in cui vi è proprio il Verdi tanto villipeso della musica popolare. Musica da convitto, insomma.  Dopo pochi minuti, l'apparire di Frate Melitone ci da una buona anticipazione, anche se "in nuce", di quello che sarà il Verdi del Falstaff, molti anni dopo. Il classsico personaggio, se non proprio buffo, di colore per stemperare la tensione che si accumula lungo tutto il dramma. A lui, subito dopo, fanno da contrasto ( e qui si vede il grande talento del Verdi drammaturgo) l'aria "Madre pietosa vergine" cantata da Leonora, con la sua toccante umanità di donna prigioniera di tante sciagure, e il dialogo concitato con lo ieratico padre guardiano e la scena della vestizione, dove Verdi tocca vette inimmaginabili con "La vergine degli angeli" di cui diceva Pizzetti che sarebbero bastati questi pochi minuti a fare de "La forza del destino" un capolavoro.

L'opera fu scritta per il teatro Imperiale di San Pietroburgo e, fedele alla nomea che avrebbe acquisito in seguito, dette più di qualche grattacapo al maestro bussetano. La prima andò bene, ma ci furono alcune contestazioni anche se rivolte più a lui che non all'opera. Il finale, in cui Alvaro da dell'imbecille al frate, fu giudicato ai limiti del blasfemo e Verdi si trovò costretto a cambiare il finale.
Se l'opera sia davvero foriera di sventure non saprei dirlo, però va riconosciuto che alcune coincidenze ci sono: l'ictus che prese il povero piave mentre stava riscrivendo il finale e che lo bloccò incosciente in un letto per ben 8 anni, la morte sul palco del Metropolitan del baritono Leonard Warren mentre cantava "Urna fatal" e....insomma, per chi volesse approfondire, ci sono varie fonti che può consultare.
Magari, faccia prima gli scongiuri.
Non si sa mai.

giovedì 19 gennaio 2017

Il Trovatore: l'opera che ha come protagonista "il trauma psicologico!"

                  
                  

Il 19 Gennaio 1853, al teatro Argentina di Roma, andava in scena per la prima volta, "Il trovatore" di Giuseppe Verdi. E' un' opera strana, non tanto per il suo contenuto quanto per il posto che occupa nella cronologia delle opere verdiane. Dopo aver fatto un enorme balzo in avanti con Rigoletto, in cui tenta per la prima volta, riuscendoci meravigliosamente, di creare un' unione senza soluzione di continuità tra i vari pezzi chiusi del dramma, Verdi, con il Trovatore, compie invece un sostanzioso passo indietro tornando a forme del tutto tradizionali (senza contare che durante le prove di quest'opera, compone La Traviata, che è quanto di piu' distante si possa immaginare da Il Trovatore).
E allora perchè Il Trovatore è un capolavoro? Semplicemente perchè le note, l'orchestrazione, la melodia e il colore, si attaccano ad ogni azione, ogni parola, ogni personaggio e ad ogni risvolto psicologico. La trama, già di per se, sarebbe degna di uno dei primi film horror di Pupi Avati, tra morti per veleno, streghe ( o presunte tali) torturate, bambini arrostiti e teste mozzate. E per ognuna di queste situazioni e dei personaggi che la vivono, non c'è aria, cabaletta o concertato che non faccia rabbrividire per la sua totale attinenza al dramma. "Zumpappà" alla Verdi? Si, certo! Ma è uno zumpappà raccapricciante nel descrivere situazioni raccapriccianti. E perfino dove la musica verrebbe quasi osteggiata dai mediocrissimi versi del Bardare (subentrato dopo la morte di Cammarano), c'è la musica a donargli verità e verosimiglianza.
Soffermiamoci sul personaggio megio riuscito: Azucena! Come ogni protagonista che si rispetti, entra solo nel secondo atto, ma "Stride la vampa" ne da già un ritratto psichico completo. Ossessionata dal trauma di aver visto la madre orribilmente torturata e bruciata sul rogo (il perchè lo sappiamo da Ferrando all'inizio dell'opera, altro capolavoro di atmosfera "dark"), non fa che ripetere, sussurrando a se stessa come un mantra l'invocazione che le lanciò la madre prima di morire, "mi vendica", anche quando la musica in quel momento parla d'altro, estraniandosi come fa chiunque si trovi a combattere in ogni momento con i fantasmi del passato. Un trauma, né più né meno. Lo stesso trauma che, aggiunto alla sua sete di vendetta, le ha fatto compiere un gesto aberrante: rapisce il figlio del conte che aveva mandato a morire sua madre, per bruciarlo vivo a sua volta. Il racconto parte, è vero, con il consueto Zumpappà alla Verdi, che però assume da subito contorni sinistri, come a preludere a qualcosa di indicibilmente terribile, e viene abbandonato proprio quando, da narrazione, la vicenda si fa ricordo vivo nella mente ossessionata di Azucena e si trasforma in un vero e proprio attacco isterico quando la zingara rivela che, preda del delirio di vendetta, aveva buttato nel fuoco non il figlio del conte, ma il suo!! E' musica, è orchestra che hanno letteralmente la bava alla bocca e la bile in gola. Ed è proprio Manrico, che assiste al racconto, ad essere inconsapevolmente quel figlio del conte che doveva essere ucciso dalla Zingara e che invece, proprio lei, ha poi tirato su come se fosse figlio suo. E infatti, quando Azucena riprende il suo controllo mentale e rientra nel ruolo di madre (se pur adottiva e, sicuramente, non scevra da sensi di colpa), la musica e il canto ce la rivelano dolce, affettuosa e premurosa.
Su quest'opera ci sarebbero altre mille cose da dire ma preferisco concludere riallacciandomi al discorso fatto in apertura: la sua collocazione cronologica dopo il Rigoletto e prima de La Traviata.
Sono tre opere che vengono composte tra il 1851 e il 1853 (tre opere in due anni!!). Rigoletto viene composto in un periodo difficile per Verdi e la Strepponi. E' il periodo in cui abitano a Busseto, malvisti e criticati dalla gente di questo piccolo paese per la loro unione non regolare. E' un periodo di forte tensione emotiva, repressa, mal celata. La stessa, forse, che ha il povero gobbo quando deve fare il buffone controvoglia ma è disperasto, o quando dopo la sua esplosione di rabbia contro quei cortigiani vil razza dannata che gli hanno rapito la figlia, è costretto quasi a raccomandarsi tra le lacrime come un mendicante. Ecco. Dopo questa rabbia trattenuta, imbozzolata, la bigotta società che li considera come concubini, ha bisogno di una grande lezione lezione di stile e di signorilità: La Traviata. Ma per far questo ci vuole animo sgombro e sereno. La tensione accumulata va prima convogliata e scaricata. Ecco il perchè de Il Trovatore e della sua collocazione. Il Trovatore è quel fiume in piena di energie negative che Verdi ha accumulato e di cui si deve liberare!
Fatto questo, Il Trovatore è l'opera liberatoria prima di affrontare nel modo gusto e pacato la grande tragedia umana di Violetta e Alfredo.

mercoledì 18 gennaio 2017

Come Mozart fregò il papa....







Fino al 1870, in Vaticano, era prassi che il giorno del Mercoledì delle ceneri (che coincideva e ancora coincide con l'inizio della quaresima) venisse eseguito il famoso "Miserere" di Gregorio Allegri, composto per coro a cappella intorno al 1630. Di questa composizione il Vaticano vantava una specie di esclusiva. Erano infatti proibite nella maniera più assoluta sia l'esecuzionee  sia l'uscita della partitura dal confine dello stato pontificio, allo scopo di evitarne a qualunque costo la trascrizione. Chi contravveniva a queste regole, veniva punito con la scomunica immediata da parte del papa. Wolfgang Amadeus Mozart e il padre Leopold, ebbero l'occasione di assistere a questa esecuzione nel 1770. La composizione piacque talmente tanto al giovane compositore (aveva allora 14 anni) che, non avendo la possibilità di copiarla, la trascrisse tranquillamente a memoria dopo averla ascoltata quella sola volta. L'impresa restò famosa e consentì ai Mozart di ritornare in patria con in mano la trascrizione precisa di questa composizione, e senza nessuna conseguenza, visto che trascrivendola a memoria, non era stato, di fatto, commesso nessun reato contro il divieto voluto dalla santa sede. L'impresa divenne così leggendaria che il racconto di questo prodigio (testimoniato dalle lettere di Leopold alla moglie) si è propagato per tutto il 1800 fino ai giorni nostri. Felix Mendelssohn, in particolare, rimase molto colpito quando venne a conoscenza di questa vicenda e decise di emularla. Anche lui, trovandosi a Roma, andò ad ascoltare questo miserere e lo trascrisse perfettamente a memoria dopo un solo ascolto.

Adesso, con la tecnologia dei nostri giorni, basta accendere un pc o inserire un cd per poterlo ascoltare, ma immaginatevi all'epoca, quando, per ascoltare musica, o la si suonava in casa oppure la si andava a sentire ai concerti e all'opera. E chi non la sapeva leggere, ovviamente non la poteva nemmeno suonare. E allora immaginiamoci per un attimo di vivere in quell'epoca. Anzi, nella prima metà del 1800, di aver sentito parlare della sua bellezza ma di non aver avuto l'occasione di ascoltarla. Chi mai avrebbe potuto almeno tentare di descrivercela? Ci pensò il solito "romanissimo de Roma" Vincenzo Gioacchino Belli, alla cui esecuzione assistette più volte, e che in proposito ci ha lasciato un gustosissimo sonetto:

   Tutti l'ingresi de Piazza de Spaggna
Nun hanno antro che ddì ssi cche ppiascere
È de sentì a Ssan Pietro er miserere
Che ggnisun istrumento l'accompaggna.


    Defatti, cazzo!, in ne la gran Bertaggna
E in nell'antre cappelle furistiere
Chi ssa ddì ccom'a Rroma in ste tre ssere
Miserere mei Deo sicunnum maggna?


    Oggi sur maggna sce sò stati un'ora;
E ccantata accusì, ssangue dell'ua!,
Quer maggna è una parola che innamora.


    Prima l'ha ddetta un musico, poi dua,
Poi tre, ppoi quattro; e ttutt'er coro allora
J'ha ddato ggiù: mmisericordiam tua.

lunedì 16 gennaio 2017

Verdi vs Wagner in chat (parte seconda)



                 
                 
                 
                 
               
                 

domenica 15 gennaio 2017

Da "Jago" a "Otello"...



         

Non tutti lo sanno, ma la penultima opera di Verdi, quell' Otello che avrebbe segnato l'apoteosi dell'arte drammatica della sua parabola artistica, non avrebbe dovuto chiamarsi Otello ma...Jago.
La storia della gestazione dell'opera è abbastanza nota: dopo aver accettato la collaborazione di Arrigo Boito, di cui inizialmente non si fidava, per la revisione del Simon Boccanegra, il suo editore Giulio Ricordi, cercò di convincere lo stesso Verdi a scrivere una nuova opera da Shakespeare proprio avvalendosi dell'arte poetica del Boito. Verdi fu dapprima piuttosto riluttante, ma alla fine riuscì quanto meno a farsi convincere a vedere la traccia che Boito gli aveva preparato. Verdi non nascose fin da subito che il vero protagonista dell'opera, in quanto "burattinaio" di tutto ciò che in essa avveniva, era Jago e non Otello. E per lungo tempo, visto che il maestro si accinse solo alcuni anni dopo alla composizione, il tito rimase quello. Poi, un giorno, cambiò idea. Avrà certamente ripensato alla bellezza dell'Otello di Rossini e al successo che aveva ottenuto tanti anni prima. Conoscendone il suo carattere fiero ed orgoglioso, non è difficile immaginarne l'espressione corrucciata mentre nella lettera con la quale annunciava a Boito di aver iniziato a scrivere le prime note (ordinandogli il più stretto segreto, che quest'ultimo tradì subito annunciando la notizia a Ricordi) diceva: "Intanto cominciamo a chiamare quest'opera con il suo vero nome: Otello! Si, mi ha capito bene! Otello, come quella di Rossini! Preferisco sentirmi dire di essere rimasto schiacciato dal confronto col gigante piuttosto che sentirmi dire che l'ho intitolata Jago proprio per sfuggire a questo confronto!!"
Come poi è andata, lo sappiamo tutti. Il successo di quell'opera fu immenso e a nessuno venne neanche lontanamente il pensiero di confrontare le due composizioni, tanto diverse erano tra loro.
Con buona pace di Shakespeare, Rossini e, se dio vuole, anche di Verdi.

martedì 10 gennaio 2017

Quel giorno al monte di pietà.




























Siamo ormai abituati a pensare a Wagner come a quello sempre in bolletta e a Verdi come a quello parsimonioso e benestante. In generale fu così, ma anche per Verdi ci furono momenti molto difficili dal punto di vista economico. Fu nei primissimi anni della sua carriera, quando, da poco, si era trasferito a Milano insieme a Margherita Barezzi, la sua prima moglie e figlia del suo benefattore Antonio. Si era intorno al 1838 e i coniugi Verdi avevano preso in affitto un piccolo appartamento nella città meneghina. Verdi stava lavorando alacremente alla sua prima opera, quell'Oberto conte di San Bonifacio ormai quasi dimenticato e che gli era stato commissionato dall'impresario Merelli su suggerimento del soprano Giuseppina Strepponi. Nell'attesa che l'opera fosse completata e messa in scena, le cose però non andavano bene; mancavano i soldi per l'affitto e Verdi, che in quel periodo non godeva nemmeno di buona salute, non se la sentiva di chiedere ancora soldi al suocero, che già ne aveva investiti tanti ancora senza risultato. A togliere la famiglia dai problemi, fu proprio Margherita che, raccolti quei pochi gioielli che possedeva, li portò al monte di pietà senza pensarci due volte, riuscendo così ad ottenere quanto necessario per il pagamento dell'affitto arretrato. E qui, credo che la "Ghitta" (così venica chiamata affettuosamente in famiglia) meriti davvero un pensiero e tanta stima. Se di lei non esiste quasi nessun documento e spesso molti biografi tendono a liquidarla quasi come una figura sbiadita e ininfluente nella vita di Verdi, va anche detto che questa storia dimostri non solo quanto amore aveva per il suo Giuseppe, ma anche quanto sia stata importante ed incoraggiante la sua presenza in quei primi anni di carriera artistica per il marito. Chissà come sarebbe stata la vità di Verdi se fossero rimasti a lungo insieme...
Margherita piantò le radici, insieme al padre, del successo planetario di Verdi, ma non fece a tempo a vederlo perchè morì giovane. Nella cripta della casa di riposo fondata da Verdi, vicino ai corpi di Giuseppe e Giuseppina, c'è una piccola urna che contiene una sua ciocca di capelli, alcune piccole cose appartenute ai loro due figli morti poco dopo la nascita, e quei gioielli recuperati dopo la sua morte. E' tutto in una piccola urna sulla quale Verdi fece scrivere "Ricordi della kia povera famiglia".

lunedì 2 gennaio 2017

Aida: soddisfatti o rimborsati.

         
         
         



Ai più, il nome Prospero Bertani, non dirà sicuramente nulla. Eppure, la sua piccola vicenda umana arriva quasi ad assomigliare da lontano a quella del coraggioso Davide contro Golia. Soprattutto se si pensa che il Golia in questione ha il nome e, soprattutto, il caratterino di un certo Giuseppe Verdi.
Il 2 Maggio del 1872, Bertani parte in treno da Reggio Emilia, città nella quale abita, alla volta di Parma, per assistere al debutto parmense di "Aida" di Giuseppe Verdi. L'opera non gli piace ma, dubbioso sul fatto che possa essergli sfugggito qualcosa, due giorni dopo ci riprova: stesso tragitto, stesso teatro, stesso spettacolo. Niente da fare. Aida proprio non gli piace. Prospero è convinto di aver gettato alle ortiche un sacco di soldi ma non si scoraggia; prese in mano carta e penna, scrive direttamente a verdi, con tono risoluto, chiedendogli l'intero rimborso delle due giornate perse che comprendono, oltre ai viaggi in treno e al prezzo del biglietto, anche una cena nel ristorante della stazione. Vale la pena riportare il testo, se non altro per provare ad immaginare la faccia che avà fatto Verdi dopo averlo letto:
 «Reggio Emilia, 7 maggio 1872. Sig. Verdi  gentilissimo, Il giorno due del c. m. mi recavo a Parma chiamatovi dall’opera rumorosa, l’Aida; mezz'ora prima che si alzasse la tela, io ero nella mia sedia N. 120, la prevenzione era grande per parte mia. Ammirai la messa in scena, sentii con piacere quei grandi artisti e cercai di non perdere nulla. In fine dell’opera domandai a me stesso se mi trovavo contento e ne ebbi un responso negativo. Ritornai a Reggio e stando nella carrozza ferroviaria stetti a sentire i giudizi che se ne facevano: quasi tutti erano d’accordo nel dire che era una grande opera. In allora mi venne il ticchio di novellamente udirla ed il giorno 4 ripartii per la volta di Parma, feci il diavolo per entrare senza aver bisogno del posto riservato, ma la calca essendo immensa, mi convenne di gettare L. 5 e sentii la replica con comodità; dopo convenni così: che è un opera in cui non si trova alcun pezzo che strappi l'entusiasmo, che vi elettrizzi, e che senza quel grande apparato[…] non si potrebbe durare sino alla fine e che quando avrà fatto due o tre teatri finirà per essere posta nei polverosi archivi. Ora, caro Verdi, non potete idearvi come mi trovo malcontento di avere speso, in due volte, L. 32; ammesso anche la circostanza aggravante che sono figlio di famiglia e questi denari a guisa di orribili spettri vengono a disturbare la mia pace. E' a voi che mi rivolgo risolutamente onde vogliate rimettermi tale somma e voi dovete restituirmela tosto. Ecco il conto: Ferrovia andata L. 2,60; Ferrovia ritorno L. 3,30; Ingresso teatri L. 2,60; Cena scellerata alla stazione L. 2,00; Fanno L.15,90. Bis L.15,90. Totale L. 31.80. Da un tale dispiacere io penso che voi vorrete levarmi, ed in questa speranza vi saluto di cuore. BERTANI. Indirizzo: Bertani Prospero, via S. Domenico n. 5.»
Non si sa bene cosa abbia fatto colpo su Verdi, di questa lettera. Forse deve aver apprezzato la temerarietà di questo baldo giovane, visto che acconsente a restituirgli "quasi" tutto l'importo richiesto. Passino i due viaggi in treno e passino i due ingressi a teatro, ma la cena assolutamente no!!! Poteva cenare a casa sua. Inoltre, onde evitare future questioni, Verdi pone anche una condizione: "Ben inteso che rilascierà una ricevuta della somma, ed anche una piccola obbligazione, con la quale prometta di non andare a sentire mie opere nuove per evitare a lui il pericolo di altri spettri ed a me la burletta di pagargli un altro viaggio».

Non è dato sapere se il giovane Bertani, sia andato a sentire anche le opere successive del maestro di Busseto ma, se così fosse, c'è da augurarsi che gli siano piaciute, altro non fosse che altri "orribili spettri" possanoi aver disturbato la sua pace.
E soprattutto quella di Verdi.


Le biografie "online" dei compositori...