Verdi and Wagner on line
lunedì 25 aprile 2016
lunedì 18 aprile 2016
Mozart e il "gomblotto" massonico...
Pare quasi un paradosso il fatto che, nei mesi e nelle settimane appena precedenti la sua morte prematura, Mozart fosse letteralmente oberato di lavoro. L'incarico del requiem avuto dal famoso e misterioso committente vestito di nero, la composizione de "La clemenza di Tito" ( che sembra sia stata portata a termine in soli 15 giorni), il meraviglioso concerto per clarinetto, e poi il Flauto Magico, il suo estremo, irraggiungibile capolavoro. Di quest'opera bella ed enigmatica ne sono state date innumerevoli letture e tutte, a loro modo, abbastanza pertinenti: una fiaba per bambini (perchè no?), una summa della poetica mozartiana nella quale si fondono mirabilmente gli elementi dell'opera buffa e dell'opera seria, una inconsapevole anticipazione dell'opera romantica, un'esperienza mistica, un'opera massonica. Ecco: fermiamoci a questa definizione. Nell'ultima opera di Mozart, gli elementi massonici ci sono tutti, a cominciare dal numero 3: tre accordi ripetuti che aprono l'ouverture e che nell'opera ricorrono spesso, tre dame e i tre fanciulli, le tre prove del silenzio, dell’acqua e del fuoco, le tre porte del tempio ecc. E poi ancora le prove di coraggio, i riti iniziatici e così via. Proprio in virtù di questo, si è favoleggiato che la morte di Mozart, avvenuta due mesi dopo la prima dell'Opera, fosse stata decisa dai vertici della massoneria perchè il compositore si era macchiato di un crimine indicibile: aver resi pubblici, con il Flauto Magico, tutti gli aspetti delle logge massoniche. Tesi ovviamente affascinante ma molto, molto fantasiosa.
sabato 19 marzo 2016
La festa del papà
In moltissime delle opere di Verdi, il rapporto tra padri e figli, riveste una grande importanza; basti pensare a Rigoletto, Simon Boccanegra, Don Carlo e soprattutto a quel famoso Re Lear che non ebbe mai la forza di musicare. Conoscendo la sua biografia e ascoltando soprattutto queste opere, si percepisce spesso come forse, la sua opera incompiuta che gli ha dato più dolore, sia stata proprio quella di fare il buon genitore. Uomo molto sfortunato, il Verdi, da questo punto di vista, avendo potuto soltanto pregustare la gioia dell'amore paterno e coniugale, visto che i due figli avuti da Margherita, morirono entrambi bambini, seguiti a poca distanza anche dalla loro madre. A nessuno di loro, Verdi, ha fatto in tempo a dedicare la sua gloria e i suoi successi. La storia d'amore con Giuseppina, madre anch'essa di due figli illegittimi, impedì per lungo tempo al compositore bussetano di poter sfogare il suo istinto di padre amoroso. Quando ormai entrambi furono giunti ad un'età in cui era fisiologicamente pensare di avere dei bambini, si decisero ad adottare Maria Filomena, figlia di un cugino di Giuseppe Verdi, che divenne a tutti gli effetti (anche notarili) la figlia di Giuseppe e Giuseppina. L'ormai maturo Giuseppe Verdi, ebbe così la soddisfazione, tanto agognata in vita sua, di poter riversare quell'amore paterno che si era tenuto dentro per decenni e che aveva riversato, con profondo rimpianto,proprio in alcune delle sue partiture. A questo proposito, è forse esemplare l'ascolto di "Del lacerato spirito" dal Simon Boccanegra, nel cui legame musica-parole è, a mio avviso, il pianto straziante che deve aver avviluppato verdi ai tempi in cui perse i suoi figli.
Oggi, 19 Marzo, che è la festa del papà, mi piace pensare che lo stesso giorno di tanti anni fa, Maria Filomena gli facesse gli auguri e gli stampasse un bel bacione sulle sue guance ricoperte da quel barbone di uomo rude dal cuore tenero.
mercoledì 16 marzo 2016
Beethoven e la notte in cella...
Era una mattina del Settembre del 1820 quando l'attenzione di due agenti della polizia viennese venne catturata da uno strano uomo, malvestito e sciatto, il cui comportamento apparve quanto meno sospetto. Questo individuo camminava come un ubriaco, straparlava e borbottava frasi che solo lui sembrava capire, spiava le famiglie dalle finestre al piano terreno. Il suo abbigliamento trasandato e l'aspetto arruffato fecero il resto. I poliziotti gli si avvicinarono per chiedergli chi fosse e cosa stesse facendo: " Io sono Beethoven" gli rispose questi con uno scatto d'ira. Ecco, adesso immaginate la vostra reazione nel vedere un tipo simile, vestito come un barbone, aggirarsi per le strade della vostra città e, dopo avergli domandato chi è, sentirsi rispondere: " Io sono Berlusconi!". Non vi mettereste a ridere increduli? Ecco. Fu questa la comprensibile reazione che ebbero le guardie. Il nome di Beethoven era famoso in tutto il paese e anche oltre ma, a differenza di adesso, non c'erano quei mezzi di diffusione di massa grazie ai quali, anche dall'altra parte del mondo, l'immagine di una persona nota è alla portata di tutti. Ragion per cui le due guardie, senza farsi altre domande, arrestarono per vagabondaggio questo strano individuo. Il povero Beethoven passò una notte in guardiola a ripetere inutilmente di essere il grande compositore di Bonn. La situazione si sbloccò perchè le guardie, insospettite dall'insistenza dell'arrestato nel dichiarare di essere Beethoven, mandarono a chiamare un famoso direttore che risiedeva a Vienna, il quale, appena lo vide dietro le sbarre, esclamò: " Ma quello è Beethoven!!" Il risultato fu che il musicista fu subito scarcerato con tante scuse e fatto riaccompagnare in carrozza. E fin qui, l'aneddoto che ha anche un che di comico. La realtà nella quale viveva Beethoven era però molto meno comica. La sua è la classica storia dell'artista la cui vita viene costantemente divorata proprio dalla sua stessa genialità. Un uomo come Beethoven, che aveva avuto un'infanzia infelice, isolato dalla sordità e completamente assorbito da quella dimensione extraterrestre dalla quale scaturivano i suoi assoluti capolavori, era quasi impossibile che si concedesse vita facile e che potesse sentirsi a suo agio nelle prosaiche vesti dell' "uomo qualunque".
mercoledì 9 marzo 2016
La prima (mancata) del Tristano....
Edward Hanslik, famosissimo critico musicale del 1800, a proposito del preludio del "Tristano e Isotta", si espresse più o meno in questi termini: "Il preludio può ricordare il Martirio di San Bartolomeo, visto che da l'impressione di assistere allo spettacolo di un uomo a cui viene tolta la pelle molto lentamente." Si può essere o meno d'accordo su quello che dice, ma sicuramente la storia di quest'opera, per certi versi, assomiglia ad una lenta agonia. Intanto, le ragioni che spinsero Wagner alla sua composizione furono dettate anche dallo stato agonizzante din cui versava la composizione del "Ring", che infatti venne interrotta per molti anni. Agonizzante era anche lo stato sentimentale di Wagner, travolto dalla passione clandestina per Mathilde Wesendonk che dovette interrompere e dalla quale dovette fuggire per molteplici ragioni ( la gelosia dei rispettivi consorti e gli onnipresenti debiti), e profondamente agonizzante fu anche la sua stessa messa in scena, tanto che tra la fine della composizione e il debutto vero e proprio passarono ben 6 anni. Wagner aveva tentato di farla rappresentare a Vienna con l'aiuto di Hans Von Bulow (altro re Marke, al pari di Otto Wesendonk, al quale Tristano-Wagner avrebbe sottratto la promessa sposa Isotta-Cosima) ma dovette rinunciare per la difficoltà della messa in scena. Eppure, a sentire lo stesso Wagner, Tristano davrebbe dovuto essere un dramma facile da eseguire e da cantare; talmente facile che fu solo con l'avvento dell'amicizia tra lui e il Re di Baviera che il Tristano poté essere messo in scena a Monaco. E' interessante notare come l'immedesimazione di Wagner nella sua opera sia stata totale e, a mio avviso, se è il capolavoro che è, lo è perchè Il compositore si è creato intorno (nella sua concezione romantica, ovviamente) lo stesso clima di adulterio: la direzione della premiere è di nuovo affidata a Von Bulow, quando il rapporto adulterino tra sua moglie e Wagner è ormai palese, e la stessa Cosima, anni dopo, avrà modo di dire riferendosi a Mathilde Wesendonk: "Povera Mathilde. Se sapesse cosa c'è dentro il Tristano, fuggirebbe in preda allo spavento!" La difficoltà di questa opera così nuova, diversa e "disturbante" per l'epoca, divenne palese il giorno stesso del debutto a Monaco. Malvina Schnorr, interprete di Isotta, stremata dalle prove e dalla parte così difficile, perse improvvisamente la voce e la rappresentazione dovette essere posticipata ( l'ennesima agonia con cui dovette fare i conti quest'opera). Ma non è finita. Nonostante il grande successo ottenuto dal Tristano, Ludwig Schnorr, il bravissimo ed intelligente tenore che sosteneva la parte del protagonista maschile, morì improvvisamente a 29 anni dopo poco più di un mese dal debutto lasciando Wagner esterrefatto. E per molti anni ci fu chi sostenne che ad ucciderlo era stato lo sforzo immane di interpretare l'impervia parte di Tristano.
martedì 8 marzo 2016
domenica 6 marzo 2016
6 Marzo 1853: La Traviata
Il 6 Marzo 1853 andava in scena per la prima volta al Teatro la Fenice di Venezia, "La Traviata" , considerata l'ultima delle tre opere facenti parte della cosiddetta "trilogia popolare". Di suo, quest'opera, ha proprio dell'incredibile, e per vari motivi. Il primo è sicuramente per l'argomento trattato: mettere in buona luce una mantenuta nella società ipocrita e bigotta dell'epoca fu di per se una scelta temeraria. Il secondo motivo sta nell'opera che la precede; il Trovatore è un ritorno alle origini dell'opera popolare romantica con i suoi scatti animaleschi, le sue pire che bruciano, le sue passioni ardenti fatte di nervi, lacrime e sangue, le sue atmosfere cupe e notturne. E poi le sue cabalette piene di foga esplosiva, risultato quasi sempre di azioni e pensieri nati dall'istinto e quasi mai dal raziocinio. Ebbene, proprio durante le prove de Il Trovatore, Verdi compone gran parte de La Traviata, un'opera che non potrebbe essere più diversa; tanto l'altra è selvatica, tanto questa è "cittadina", tanto nell'altra le reazioni sono violente, tanto in questa sono contenute. Persino Alfredo, nell'esplosione d'ira nella sala da gioco, segue le regole della buona borghesia. La traviata è insomma un'opera "da salotto", dove ogni contrasto si risolve ( o si tenta) con la conversazione e non con la spada. In soldoni, proprio durante le prove del "Trovatore", verdi ne compose, se non l'antitesi, quanto meno l'antidoto. Come se fossero state due opere diverse di due compositori diversi.
E forse è questa, insieme ad altre, una delle ragioni del suo insuccesso alla prima. Si, perchè La Traviata, al suo debutto, fece un fiasco clamoroso. A questo insuccesso, concorsero anche ragioni più evidenti: intanto Fanny Salvini Donatelli, la cantante che interpretava Violetta fu giudicata estremamente fuori ruolo, non tanto per la sua interpretazione vocale, quanto per il suo aspetto florido e corpulento, che mal si adattava ad una giovane donna minata dalla tisi. Ma soprattutto, il pubblico si trovò spaesato nel vedersi demolire tutto il granitico perbenismo nel quale sguazzava e del quale si nutriva, poichè in quest'opera i ruoli vengono palesemente rovesciati: in scena ci sono i vizi privati della gente per bene e le pubbliche virtù di una puttana. E il tutto con l'aggiunta di una contemporaneità imbarazzante: l'azione infatti, lontana le mille miglia da elmi, corazze e abiti medievali, si svolge nella contemporanea quotidianità in cui vive il pubblico che vi assiste. E a poco era servito lo stratagemma della censura Veneziana di far indossare abiti seicenteschi ai protagonisti
(e Verdi ne fu giustamente contrariato). Chi era li, si riconobbe comunque nel contesto dell'opera. Molti critici, ne La Traviata, hanno comunque voluto intravedere anche lo specchio della storia con la Strepponi. Non sta a me dire se fosse vero o meno, ma di certo c'è che quest'opera fu un forte schiaffo anche a quella mentalità provinciale che, pochissimo tempo prima, a Busseto, aveva dato così tante pene a lui e a Giuseppina. E credo che di questo, Verdi fosse consapevole.
La contemporaneità di questa mantenuta parigina ( tratta da una storia vera trasformata in piece teatrale da Dumas j.r.) fu talmente avanti da anticipare inconsapevolmente, dal punto di vista concettuale, il fenomeno del Verismo che sarebbe arrivato più di trent'anni dopo. E forse fu questa l'unica cosa di cui Verdi, non fu consapevole.
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