Nel Febbraio del 1859, dopo aver rifatto lo "Stiffelio" e aver subito il fiasco del "Simon Boccanegra" (prima versione), va in scena al teatro Apollo di Roma "Un ballo in maschera". Verdi, per la realizzazione di questa opera, per gran parte composta a Napoli, aveva avuto moltissime seccature: noie infinite con la censura e problemi con la stesura del libretto. Eppure, sia stato per l'atmosfera allegra e scanzonata che respirava ogni volta che si recava nella città partenopea, sia per la sicurezza professionale ed economica ormai da tempo consolidata, in quest'opera, verdi sente la necessità di inserire una nota di allegria o, almeno, di spensieratezza: il personaggio del paggio Oscar. Mentre piano piano si dipana il dramma che porterà al tragico epilogo, quasi per spezzare la tensione e far tirare il fiato al pubblico, ecco che arriva questo giovane paggio con la sua imberbe giocosità a strappare un sorriso all'ascoltatore. E' la prima volta che in Verdi (tolto l'esperimento di "un giorno di regno") la voglia di sorridere, se non di ridere apertamente, si fa strada. Oscar, al pari del personaggio comico di Melitone ne "La forza del destino" è proprio la preparazione, cercata e voluta, a quel capolavoro di ilarità malinconica che sarà il "Falstaff" nel quale Verdi, dopo aver sondato il dolore dell'animo umano in tutte le sue sfaccettatura, chiuderà la carriera con una risata liberatoria.
Verdi and Wagner on line
lunedì 11 gennaio 2016
domenica 10 gennaio 2016
Allevi vittima di minacce sui social. Si indaga per sapere chi è stato.
Mesi fa, Giovanni Allevi è stato vittima di alcune minacce sui social network, per la composizione dell'inno della Serie A.
I cyber aggressori sono, per il momento, rimasti anonimi, ma ci sono alcuni sospetti....
I cyber aggressori sono, per il momento, rimasti anonimi, ma ci sono alcuni sospetti....
Wagner incontra Parsifal....a Siena.
Benchè fosse teutonico fino al midollo, Richard Wagner era innamorato perso dell'Italia. Fin dai tempi del matrimonio con Minna, negli anni cinquanta del XIX secolo, fece lunghi viaggi attraverso il nostro paese, attraversandolo varie volte da nord a sud. I suoi viaggi in Italia furono innumerevoli e i suoi soggiorni, spesso molto lunghi, densi di ispirazione anche per le sue opere. A La Spezia, ad esempio, dopo una breve quanto drammatica traversata nell'omonimo golfo con il battello (soffriva il mal di mare), durante un dormiveglia, ebbe l'ispirazione per il preludio de "L'oro del Reno". Tra l'altro (e qui permettetemi una punta di orgoglio campanilistico) lui e Verdi per poco non si incontrarono proprio a Pistoia, la mia città, visto che entrambi vi soggiornarono nell'estate del 1880 a distanza di un mese l'uno dall'altro. E fu proprio in Toscana, visitando il duomo di Siena, che ebbe la visione di come doveva essere la scena del terzo atto del "Parsifal". Rimase letteralmente folgorato da quella costruzione così maestosa e spirituale al tempo stesso, tanto da fargli dire di aver provato: "La più grande emozione che mi abbia mai procurato un edificio." Anche il secondo atto del "Parsifal" ha un'ambientazione di origine italiana; infatti, il giardino delle fanciulle fiore fu ispirato dalla visone dei giardini di Villa Rufolo a Ravello, sulla costiera amalfitana. A ulteriore dimostrazione di quanto egli amasse l'Italia, come sua ultima residenza scelse Venezia, la città in cui decise di stabilirsi definitivamente nel 1882 "Non più per creare ma per morire", come ebbe a dire egli stesso. E fu, infatti, proprio a Venezia che la morte lo colse il 13 Febbraio del 1883.
La prima del "Parsifal" ebbe luogo a Bayreuth il 26 Luglio del 1882, alla presenza dell'autore, il quale, durante una delle repliche, diresse personalmente il III° atto. Sotto la bacchetta di Hermann Levi, nel ruolo del protagonista, cantò il tenore Hermann Winkelmann, molto apprezzato dallo stesso Wagner, che aveva già interpretato molte delle sue opere e che, a fine carriera, incise alcuni brani da opere di Wagner tra cui un'aria del Lohengrin, nel 1905. E' un'incisione di grande valore storico poichè si ha una delle poche vere occasioni di sentir cantare la musica di Wagner da un tenore al quale lui stesso l'aveva insegnata. Per ascoltarla, premere qui.
La prima del "Parsifal" ebbe luogo a Bayreuth il 26 Luglio del 1882, alla presenza dell'autore, il quale, durante una delle repliche, diresse personalmente il III° atto. Sotto la bacchetta di Hermann Levi, nel ruolo del protagonista, cantò il tenore Hermann Winkelmann, molto apprezzato dallo stesso Wagner, che aveva già interpretato molte delle sue opere e che, a fine carriera, incise alcuni brani da opere di Wagner tra cui un'aria del Lohengrin, nel 1905. E' un'incisione di grande valore storico poichè si ha una delle poche vere occasioni di sentir cantare la musica di Wagner da un tenore al quale lui stesso l'aveva insegnata. Per ascoltarla, premere qui.
sabato 9 gennaio 2016
Puccini, Illica, Giacosa e....La Boheme.
Molti dei compositori che amiamo hanno scritto i loro capolavori grazie, non solo al loro infinito talento musicale, ma anche al fortunato incontro con determinati librettisti con i quali hanno spesso creato dei meravigliosi sodalizi. E' il caso,primo fra tutti, tra Mozart e Da ponte. Ma anche i dittici Bellini-Romani o Verdi-Piave hanno dimostrato quanto fosse importante avere a portata di mano un librettista con il quale essere pienamente in sintonia oppure, in mancanza di questa, librettisti da plasmare a proprio piacimento. Il sodalizio perfetto, per un compositore difficile e pretenzioso come puccini, aveva due nomi: Luigi Illica e Giuseppe Giacosa. Il primo, già librettista di lungo corso, che aveva già versificato libretti per compositori come Catalani e Franchetti ed aveva contribuito anche al libretto di "Manon Lescaut" dello stesso Puccini, Il secondo, autorevole autore di testi teatrali, di cui si ricordano, tra l'altro, "Una partita a scacchi" e "Come le foglie", ma assolutamente digiuno di testi da adattare a libretto. Il primo, carattere fiero, irrascibile ed iracondo. Il secondo, decisamente mite, accomodante ed anche piuttosto remissivo (Puccini lo chiamava scherzosamente Buddha, proprio per la sua indistruttibile flemma, oltre che per la stazza). Le discussioni accesissime tra Puccini ed Illica, durante la lavorazione delle opere, con Giacosa che tentava di ristabilire la calma, sono ormai entrate a far parte della storia ed ogni volta si temeva che questo sodalizio a tre avrebbe potuto rompersi da un momento all'altro. E magari, chissà, forse proprio questo equilibrio precario, giocato tutto su una battaglia di nervi, ha permesso a questo trio così male assortito di generare forse i tre maggiori capolavori dell'arte pucciniana. Dopo "Boheme", infatti, i tre collaborarono ancora nella creazione di "Tosca", andata in scena a Roma nel 1900 e "Madama Butterfly", andata in scena alla Scala con esito disastroso che, poco dopo, si trasformò in un autentico trionfo. Dopo la morte di Giuseppe Giacosa, avvenuta nel 1906, Puccini, non avendo eccessiva fiducia nelle doti di Illica da solo, tentò in ogni modo di ritrovare la perfetta fusione "a tre" con altre coppie di librettisti, senza però ottenere gli esaltanti risultati che aveva avuto con la coppia Illica e Giacosa.
La prima de "La Boheme," diretta da Arturo Toscanini, era andata in scena il 1 Febbraio 1896, diretta da Arturo Toscanini e con Cesira Ferrani nel ruolo di Mimì, Antonio Pini Corsi nel ruolo di Marcello e Evan Gorga nel ruolo di Rodolfo. L'aria "che gelida manina", una delle più famose dell'opera, fu incisa proprio da Gorga nel 1899 e, grazie a questa incisione, si può avere l'impressione di sentire l'eco autentico di quella storica serata ascoltandola cliccando qui.
venerdì 8 gennaio 2016
Bellicapelli compie 25 anni di carriera, e per la festa vorrebbe invitare la creme de la creme...
Anche se scaletta dei pezzi non è ancora definita, certamente ci saranno l'inno "O fortuna" dai "Carmina burana" di Carl Orff, l'altrettanto celebre "Alleluia" di Georg Friedrich Händel e sono al vaglio musiche di Bach, Mozart e Verdi. "Voglio che il pubblico esca stordito di bellezza - aggiunge - le partiture degli autori immortali che eseguiremo hanno un comune denominatore: il sublime.
giovedì 7 gennaio 2016
La goliardica generosità di Rossini....
Sul carattere e sulla vita di Gioacchino Rossini, è stato detto di tutto. E anzi, credo che sia il compositore sul quale, in assoluto, si sono scatenati pettegolezzi di ogni sorta. Pare però che, al di la di tutto, fosse anche una persona estremamente generosa con i suoi colleghi. Prese molto in simpatia, ad esempio, i due nuovi astri nascenti del panorama lirico proprio mentre lui stava per dare addio alle scene: Vincenzo Bellini e Gaetano Donizetti. E mentre il primo, costantemente geloso e invidioso del successo altrui, e vivendo sempre nel terrore che gli altri compositori tramassero alle sue spalle per danneggiarlo ( si, diciamolo senza paura: aveva un po' il complesso della prima donna), aveva rispetto per il solo Rossini, l'altro, persona molto più umana ed affabile, non negava mai il suo aiuto ad altri colleghi che magari erano agli esordi ( si veda ad esempio, la generosità con cui si offrì di mettere in scena e dirigere a Vienna l' Ernani di Verdi e anche lo Stabat Mater dello stesso Rossini). Questo, insomma, per dire che Rossini, anche negli anni dell'età avanzata, in cui veniva visto dagli altri compositori come una specie di guru, non lesinò mai parole di incoraggiamento ed aiuti agli altri colleghi. Ma nonostante questa generosità, non gli faceva difetto la franchezza goliardica e un po' aspra verso quei mediocri musicisti che chiedevano un suo parere sulle loro creazioni (alcuni suoi giudizi sulla musica di Wagner e Berlioz, sono rimasti leggendari). Ed ecco che cosa si sarebbe probabilmente sentito dire un compositore contemporaneo da Giove Rossini.
Macbeth e la dedica a Barezzi...
Dopo il successo del Nabucco, Verdi, comprensibilmente, dopo aver cercato di cavalcare l'onda di quel trionfo, cercò altre vie espressive che andassero al di là del Nabucco e della musica patriottica. Fu così che, nel 1847, di tentare un esperimento con il Macbeth si Shakespeare. E proprio di esperimento di trattò, visto che il suo Macbeth è rimasto quasi un caso unico nella storia della produzione verdiana. Della preparazione di quest'opera, sono arrivate fino a noi, molte delle lettere che Verdi ne scrisse in proposito, e si resta stupiti leggendo che, in un periodo in cui, fino a pochissimi anni prima, vi erano ancora sulle scene Rossini e il bel canto di Bellini, lui chiedesse una cantante con una voce brutta e sgraziata per il ruolo di Lady Macbeth, poiché quel personaggio, in pratica non doveva cantare ma declamare il testo con voce "ben cupa e velata". In quest'opera vi è una sola aria per tenore (Mac Duff), che oltretutto ha una parte marginale. Per il resto sono tutte scene a cui verdi richiedeva soltanto una totale attinenza al dramma e al libretto che il povero e bistrattato Piave, aveva tratto da questa tragedia. Verdi, come disse egli stesso in una lettere, teneva a quest'opera molto più che alle altre, e questo è comprensibile visto che aveva già intrapreso quella strada che lo avrebbe portato ad uno sviluppo delle sue opere verso un taglio prima di tutto teatrale e alla ricerca di un compiuto dal punto di vista non solo musicale ma, appunto, soprattutto drammatico. E forse è proprio perchè a quest'opera teneva così tanto, che decise di dedicarla al suo ex suocero e primo benefattore che aveva creduto in lui: Antonio Barezzi.
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