Verdi and Wagner on line

domenica 15 gennaio 2017

Da "Jago" a "Otello"...



         

Non tutti lo sanno, ma la penultima opera di Verdi, quell' Otello che avrebbe segnato l'apoteosi dell'arte drammatica della sua parabola artistica, non avrebbe dovuto chiamarsi Otello ma...Jago.
La storia della gestazione dell'opera è abbastanza nota: dopo aver accettato la collaborazione di Arrigo Boito, di cui inizialmente non si fidava, per la revisione del Simon Boccanegra, il suo editore Giulio Ricordi, cercò di convincere lo stesso Verdi a scrivere una nuova opera da Shakespeare proprio avvalendosi dell'arte poetica del Boito. Verdi fu dapprima piuttosto riluttante, ma alla fine riuscì quanto meno a farsi convincere a vedere la traccia che Boito gli aveva preparato. Verdi non nascose fin da subito che il vero protagonista dell'opera, in quanto "burattinaio" di tutto ciò che in essa avveniva, era Jago e non Otello. E per lungo tempo, visto che il maestro si accinse solo alcuni anni dopo alla composizione, il tito rimase quello. Poi, un giorno, cambiò idea. Avrà certamente ripensato alla bellezza dell'Otello di Rossini e al successo che aveva ottenuto tanti anni prima. Conoscendone il suo carattere fiero ed orgoglioso, non è difficile immaginarne l'espressione corrucciata mentre nella lettera con la quale annunciava a Boito di aver iniziato a scrivere le prime note (ordinandogli il più stretto segreto, che quest'ultimo tradì subito annunciando la notizia a Ricordi) diceva: "Intanto cominciamo a chiamare quest'opera con il suo vero nome: Otello! Si, mi ha capito bene! Otello, come quella di Rossini! Preferisco sentirmi dire di essere rimasto schiacciato dal confronto col gigante piuttosto che sentirmi dire che l'ho intitolata Jago proprio per sfuggire a questo confronto!!"
Come poi è andata, lo sappiamo tutti. Il successo di quell'opera fu immenso e a nessuno venne neanche lontanamente il pensiero di confrontare le due composizioni, tanto diverse erano tra loro.
Con buona pace di Shakespeare, Rossini e, se dio vuole, anche di Verdi.

martedì 10 gennaio 2017

Quel giorno al monte di pietà.




























Siamo ormai abituati a pensare a Wagner come a quello sempre in bolletta e a Verdi come a quello parsimonioso e benestante. In generale fu così, ma anche per Verdi ci furono momenti molto difficili dal punto di vista economico. Fu nei primissimi anni della sua carriera, quando, da poco, si era trasferito a Milano insieme a Margherita Barezzi, la sua prima moglie e figlia del suo benefattore Antonio. Si era intorno al 1838 e i coniugi Verdi avevano preso in affitto un piccolo appartamento nella città meneghina. Verdi stava lavorando alacremente alla sua prima opera, quell'Oberto conte di San Bonifacio ormai quasi dimenticato e che gli era stato commissionato dall'impresario Merelli su suggerimento del soprano Giuseppina Strepponi. Nell'attesa che l'opera fosse completata e messa in scena, le cose però non andavano bene; mancavano i soldi per l'affitto e Verdi, che in quel periodo non godeva nemmeno di buona salute, non se la sentiva di chiedere ancora soldi al suocero, che già ne aveva investiti tanti ancora senza risultato. A togliere la famiglia dai problemi, fu proprio Margherita che, raccolti quei pochi gioielli che possedeva, li portò al monte di pietà senza pensarci due volte, riuscendo così ad ottenere quanto necessario per il pagamento dell'affitto arretrato. E qui, credo che la "Ghitta" (così venica chiamata affettuosamente in famiglia) meriti davvero un pensiero e tanta stima. Se di lei non esiste quasi nessun documento e spesso molti biografi tendono a liquidarla quasi come una figura sbiadita e ininfluente nella vita di Verdi, va anche detto che questa storia dimostri non solo quanto amore aveva per il suo Giuseppe, ma anche quanto sia stata importante ed incoraggiante la sua presenza in quei primi anni di carriera artistica per il marito. Chissà come sarebbe stata la vità di Verdi se fossero rimasti a lungo insieme...
Margherita piantò le radici, insieme al padre, del successo planetario di Verdi, ma non fece a tempo a vederlo perchè morì giovane. Nella cripta della casa di riposo fondata da Verdi, vicino ai corpi di Giuseppe e Giuseppina, c'è una piccola urna che contiene una sua ciocca di capelli, alcune piccole cose appartenute ai loro due figli morti poco dopo la nascita, e quei gioielli recuperati dopo la sua morte. E' tutto in una piccola urna sulla quale Verdi fece scrivere "Ricordi della kia povera famiglia".

lunedì 2 gennaio 2017

Aida: soddisfatti o rimborsati.

         
         
         



Ai più, il nome Prospero Bertani, non dirà sicuramente nulla. Eppure, la sua piccola vicenda umana arriva quasi ad assomigliare da lontano a quella del coraggioso Davide contro Golia. Soprattutto se si pensa che il Golia in questione ha il nome e, soprattutto, il caratterino di un certo Giuseppe Verdi.
Il 2 Maggio del 1872, Bertani parte in treno da Reggio Emilia, città nella quale abita, alla volta di Parma, per assistere al debutto parmense di "Aida" di Giuseppe Verdi. L'opera non gli piace ma, dubbioso sul fatto che possa essergli sfugggito qualcosa, due giorni dopo ci riprova: stesso tragitto, stesso teatro, stesso spettacolo. Niente da fare. Aida proprio non gli piace. Prospero è convinto di aver gettato alle ortiche un sacco di soldi ma non si scoraggia; prese in mano carta e penna, scrive direttamente a verdi, con tono risoluto, chiedendogli l'intero rimborso delle due giornate perse che comprendono, oltre ai viaggi in treno e al prezzo del biglietto, anche una cena nel ristorante della stazione. Vale la pena riportare il testo, se non altro per provare ad immaginare la faccia che avà fatto Verdi dopo averlo letto:
 «Reggio Emilia, 7 maggio 1872. Sig. Verdi  gentilissimo, Il giorno due del c. m. mi recavo a Parma chiamatovi dall’opera rumorosa, l’Aida; mezz'ora prima che si alzasse la tela, io ero nella mia sedia N. 120, la prevenzione era grande per parte mia. Ammirai la messa in scena, sentii con piacere quei grandi artisti e cercai di non perdere nulla. In fine dell’opera domandai a me stesso se mi trovavo contento e ne ebbi un responso negativo. Ritornai a Reggio e stando nella carrozza ferroviaria stetti a sentire i giudizi che se ne facevano: quasi tutti erano d’accordo nel dire che era una grande opera. In allora mi venne il ticchio di novellamente udirla ed il giorno 4 ripartii per la volta di Parma, feci il diavolo per entrare senza aver bisogno del posto riservato, ma la calca essendo immensa, mi convenne di gettare L. 5 e sentii la replica con comodità; dopo convenni così: che è un opera in cui non si trova alcun pezzo che strappi l'entusiasmo, che vi elettrizzi, e che senza quel grande apparato[…] non si potrebbe durare sino alla fine e che quando avrà fatto due o tre teatri finirà per essere posta nei polverosi archivi. Ora, caro Verdi, non potete idearvi come mi trovo malcontento di avere speso, in due volte, L. 32; ammesso anche la circostanza aggravante che sono figlio di famiglia e questi denari a guisa di orribili spettri vengono a disturbare la mia pace. E' a voi che mi rivolgo risolutamente onde vogliate rimettermi tale somma e voi dovete restituirmela tosto. Ecco il conto: Ferrovia andata L. 2,60; Ferrovia ritorno L. 3,30; Ingresso teatri L. 2,60; Cena scellerata alla stazione L. 2,00; Fanno L.15,90. Bis L.15,90. Totale L. 31.80. Da un tale dispiacere io penso che voi vorrete levarmi, ed in questa speranza vi saluto di cuore. BERTANI. Indirizzo: Bertani Prospero, via S. Domenico n. 5.»
Non si sa bene cosa abbia fatto colpo su Verdi, di questa lettera. Forse deve aver apprezzato la temerarietà di questo baldo giovane, visto che acconsente a restituirgli "quasi" tutto l'importo richiesto. Passino i due viaggi in treno e passino i due ingressi a teatro, ma la cena assolutamente no!!! Poteva cenare a casa sua. Inoltre, onde evitare future questioni, Verdi pone anche una condizione: "Ben inteso che rilascierà una ricevuta della somma, ed anche una piccola obbligazione, con la quale prometta di non andare a sentire mie opere nuove per evitare a lui il pericolo di altri spettri ed a me la burletta di pagargli un altro viaggio».

Non è dato sapere se il giovane Bertani, sia andato a sentire anche le opere successive del maestro di Busseto ma, se così fosse, c'è da augurarsi che gli siano piaciute, altro non fosse che altri "orribili spettri" possanoi aver disturbato la sua pace.
E soprattutto quella di Verdi.


lunedì 18 aprile 2016

Mozart e il "gomblotto" massonico...



Pare quasi un paradosso il fatto che, nei mesi e nelle settimane appena precedenti la sua morte prematura, Mozart fosse letteralmente oberato di lavoro. L'incarico del requiem avuto dal famoso e misterioso committente vestito di nero, la composizione de "La clemenza di Tito" ( che sembra sia stata portata a termine in soli 15 giorni), il meraviglioso concerto per clarinetto, e poi il Flauto Magico, il suo estremo, irraggiungibile capolavoro. Di quest'opera bella ed enigmatica ne sono state date innumerevoli letture e tutte, a loro modo, abbastanza pertinenti: una fiaba per bambini (perchè no?), una summa della poetica mozartiana nella quale si fondono mirabilmente gli elementi dell'opera buffa e dell'opera seria, una inconsapevole anticipazione dell'opera romantica, un'esperienza mistica, un'opera massonica. Ecco: fermiamoci a questa definizione.  Nell'ultima opera di Mozart, gli elementi massonici ci sono tutti, a cominciare dal numero 3: tre accordi ripetuti che aprono l'ouverture e che nell'opera ricorrono spesso, tre dame e i tre fanciulli, le tre prove del silenzio, dell’acqua e del fuoco, le tre porte del tempio ecc. E poi ancora le prove di coraggio, i riti iniziatici e così via. Proprio in virtù di questo, si è favoleggiato che la morte di Mozart, avvenuta due mesi dopo la prima dell'Opera, fosse stata decisa dai vertici della massoneria perchè il compositore si era macchiato di un crimine indicibile: aver resi pubblici, con il Flauto Magico, tutti gli aspetti delle logge massoniche. Tesi ovviamente affascinante ma molto, molto fantasiosa.

Le biografie "online" dei compositori...