Verdi and Wagner on line

venerdì 26 febbraio 2016

Rossini e l'impresario...

      


Una volta raggiunta la grande notorietà (cioè quasi subito), Rossini inizio ad essere conteso dai maggiori impresari dell'epoca. Sicuramente, l'impresario che la faceva da padrone in quei primi decenni del 1800 era Domenico Barbaja. Barbaja era una specie di trafficone che oltre al resto, anticipando i tempi, aveva installato anche delle vere e proprie sale da gioco nell'atrio dei teatri a cui soprintendeva.  Aveva iniziato come cameriere in un caffè di Milano, per il quale aveva inventato una bevanda, il cui successo lo arricchì molto rapidamente: la Barbajata. In poco tempo si ritrovò a gestire il Teatro alla Scala, il San Carlo a Napoli e ben due teatri a Vienna. Fu il primo agente di spettacolo in senso "moderno", visto che ingaggiava i migliori cantanti e compositori dell'epoca, avendone spesso l'esclusiva. Insomma, nel giro di pochi anni accumulò una tale fortuna che fu lui, di tasca sua, a finanziare la ricostruzione del teatro San Carlo che era andato distrutto in un incendio. Proprio in quegli anni, ebbe la fortuna di ritrovarsi l'asso nella manica: Gioacchino Rossini. Compositore dotatissimo, geniale e fantasioso, in pochissimi anni in cui aveva prodotto una media di tre opere all'anno, aveva già elaborato un suo stile personalissimo ed aveva già sperimentato enormi successi. In virtù di questo, aveva perfino elaborato delle tariffe a seconda di quanti crescendo o quanti concertati dovesse avere una sua opera. Insomma, benchè giovane, era tutt'altro che sprovveduto e persino ad un impresario di pelo sullo stomaco come il Barbaja, dette molto filo da torcere. Non solo: riuscì perfino a sedurre la convivente del Barbaja, la cantante Isabella Colbran, che sposò successivamente. E nonostante questo, l'impresario continuò a servirsi, dietro compensi sempre più lauti, dei servigi e delle opere di Rossini.

mercoledì 24 febbraio 2016

Tornare all'antico.


 
 


E' risaputo che Verdi, con il graduale esaurirsi della tradizione del melodramma in Italia (e questo anche per opera sua) e l'altrettanto graduale "imbastardimento" sinfonico della musica vocale italiana, avesse in più occasioni protestato verso quello che lui definiva un vero e proprio imbarbarimento di quella che lui definiva "arte nostrana". Ai suoi occhi, infatti, la smania per la musica dell'avvenire sulla bocca dei nuovi musicisti, l'avvento delle "Società del quartetto" che, a partire dagli anni '70 del 1800 in poi, sorgevano come funghi, l'arrivo della musica tedesca in terra italiana, rischiava seriamente di compromettere, oltre ai suoi affari, una tradizione musicale ormai consolidata fin dai tempi della camerata dei Bardi. Il compositore bussetano, insomma, davanti a questa sorta di "globalizzazione" musicale ante litteram, reagì come una persona che sente crollare il proprio mondo sotto i piedi. Ancora nel 1893, quando ricevette la famosa lettera di contrizione da parte di Hans Von Bulow, ribadiva: "Se le tradizioni tedesche e italiane sono nate per essere diverse, ebbene siano diverse!" Insomma, ognuno a casa sua. E qui successe qualcosa di molto simile a ciò che era accaduto tanto tempo prima al Rossini del Guglielmo Tell: come il pesarese aveva dimostrato di essere capace di scrivere un'opera romantica (lui, così attaccato anche ideologicamente al classicismo!!), per poi chiudersi nel suo silenzio facendo chiaramente intendere che il romanticismo non gli interessava, Verdi, nel 1874, proprio mentre invocava il ritorno della polifonia vocale perchè "è roba nostra"  e in cui lo si accusava di essere ormai un vecchio (a 61 anni!!) attaccato al passato, compose un quartetto per archi, dimostrando inaspettatamente una incedibile dimestichezza anche con un genere che, all'apparenza, sembrava così poco congeniale per lui. E come aveva fatto Rossini, dopo si chiuse nel suo silenzio a Sant'agata. L'Otello sarebbe arrivato 13 anni dopo, quando queste polemiche si erano spente ormai da tempo.

VERDI: STRING QUARTET FOR STRING ORCHESTRA. CONDUCTOR: A. PAPPANO

lunedì 22 febbraio 2016

Menage a trois...

    
    
    


Teresa Stolz, una brava cantante Boema. Fu lei che cantò da protagonista ne La forza del destino, nel Don Carlo e anche alla prima di Aida alla Scala. Sul rapporto tra Verdi e la Stolz e sua sua presunta ambiguità, sono stati versati fiumi di inchiostro. Secondo alcuni, i due, al pari di Riccardo e Amelia, siano stati trascinati da un'indomabile passione reciproca, mentre secondo altri, si è trattato soltanto di profonda stima e amicizia. Di sicuro c'è il fatto che la relazione tra Mariani e la Stolz si interruppe proprio nel periodo che va dal Don Carlo all'Aida milanese (Verdi gli aveva offerto di dirigere la prima in Egitto ma lui si era rifiutato). A rafforzare l'ipotesi che non solo di amicizia tra artisti ma di ben altro, vi sono anche varie lettere di Giuseppina (tra le quali ne spicca una veramente drammatica scritta ma mai spedita al marito) in cui è percepibile l'amarezza e la disillusione di questa donna che si sente umiliata e tradita. Ma essendo la Strepponi molto più intelligente e scaltra del Mariani, riuscì a ricomporre la stabilità del suo rapporto con Verdi proprio impostando il suo rapporto con la Stolz su una sincera amicizia. Mariani, molto meno scaltro e più impulsivo, si lagnò con chiunque volesse ascoltarlo che Verdi gli aveva portato via la donna e, quasi per una sorta di ripicca, decise di organizzare il debutto assoluto del Lohengrin di Wagner, considerato il nemico n.1 del compositore bussetano; ma questa è un'altra storia.
Nonostante tutte le illazioni sul conto di questa presunta relazione tra Verdi e Teresa stolz, nessuno degli studiosi è riuscito a portare una prova schiacciante, ne di colpevolezza e né di innocenza.

La questione, insomma, è rimasta aperta e non sarà certo questo blog a riuscire a fare chiarezza. Di sicuro c'è un'indizio molto importante che, se non dimostra che tra loro ci fu davvero una relazione di tipo passionale, indica che molto probabilmente, in quel periodo, Verdi fu vittima di un'autentica tempesta ormonale: questo indizio è proprio l'Aida. In nessun'altra opera di Verdi, fino a quel momento, si erano mai respirati un erotismo e una sensualità così evidenti come, ad esempio, nella prima scena del secondo atto (Chi mai fra gli inni e i plausi erge alla gloria il vol, al par di un dio terribile fulgente al par del sol?....); e che dire del terzo atto, dove Aida ( e soprattutto la musica che la avvolge) ricorre a tutte le armi seduttive di cui può servirsi una donna per raggiungere uno scopo ("Là... tra foreste vergini,di fiori profumate in estasi beate la terra scorderem..."). Insomma, mai come in quest'opera, accanto ai conflitti interiori, alle grandi scene di massa e alle fanfare guerriere, la sensualità aveva raggiunto livelli così evidentemente "sfacciati". Qualunque sia stato il rapporto tra lui e Teresa, è certo che quest'opera fu scritta da un uomo che, sebbene quasi cinquantenne, conosceva ancora come le sue tasche l'arte della seduzione femminile.

domenica 21 febbraio 2016

Il barbiere di Siviglia: the day after....

Ricollegando questo post a quello di ieri sulla prima de "Il Barbiere di Siviglia" di Rossini, rappresentato esattamente 200 anni fa, ecco le reazioni al solenne fiasco dell'opera il giorno dopo il debutto....

   

sabato 20 febbraio 2016

20 Febbraio 1816: la prima de "Il barbiere di Siviglia"

   
 

Il 20 Febbraio 1816, in quel di Roma, al Teatro Argentina, andava in scena per la prima volta "Il Barbiere di Siviglia", immortale capolavoro di Gioacchino Rossini. Come talvolta è accaduto nella storia del teatro lirico, la prima di questo capolavoro riconosciuto universalmente, ebbe un'accoglienza disastrosa. Eppure non fu la prima ne l'ultima volta che un'opera che avrebbe conquistato ben presto l'immortalità, al suo debutto sembrava destinata a non andare oltre quella sera; basti pensare a cosa sarebbe successo con La Traviata, Madama Butterfly e tante altre. Semmai ciò che fa del debutto del Barbiere rossiniano un caso anomalo, fu il perchè l'opera cadde con tanto fragore. Il soggetto di beaumarchais, era stato musicato già da moltissimi altri compositori e l'ultimo al quale aveva fruttato grande successo era stato Giovanni Paisiello, che all'epoca, pur minato da enormi problemi di salute, era ancora vivo (sarebbe morto di li a tre mesi). Paisiello era ancora saldamente ancorato alla tradizione melodica neoclassica e aveva sempre mal digerito le novità e i fragori portati dalle orchestrazioni rossiniane. A questo va aggiunta una gelosia dei successi altrui che gli rodeva continuamente il fegato. Fatto sta che il fatto che proprio Rossini avesse musicato lo stesso soggetto che lui stesso aveva musicato nel 1782, non andava giu ne a lui e ne ai suoi sostenitori, nonostante lo stesso Rossini, a margine del libretto, avesse tentato di rassicurare cisca il suo massimo rispetto per l'omonima creazione del Paisiello. Quel che è certo, è che questa comunicazione non bastò, visto che la sera della prima, una claque bene organizzata proprio dai sostenitori di quest'ultimo, trasformarono la serata in una specie di rissa da stadio, facendo rischiare agli esecutori anche conseguenze molto gravi per la loro salute: l'opera fu rumorosamente fischiata fin dalla prima nota, qualcuno si era premurato di allentare una tavola del palco e uno dei cantanti si ferì in malo modo, qualcun'altro buttò sul palco un gatto che si mise a scorrazzare miagolando per tutta la scena mentre il povero Rossini, dal clavicembalo, tentava di tenere insieme il tutto meglio che poteva.
Roma all'epoca non era certo una grande città ed è assai improbabile che già nelle ore precedenti a questo debutto, non corresse insistente la voce di questo tentativo di boicottaggio ed è quindi altrettanto improbabile che qualcuna di queste voci non fossero giunte all'orecchio di Rossini, pur magari non aspettandosi conseguenze così estreme. Aveva composto l'opera di fretta ( come esigevano i contratti di allora) in pochissime settimane al punto di doversi autoimprestare la sinfonia di apertura dell'opera. Nonostante questo era sicurissimo di aver fatto un ottimo lavoro. Quello che non molti sanno è che, proprio nei giorni immediatamente precedenti alla prima, forse per esorcizzare quelle brutte voci che gli erano arrivate all'orecchio, magari per scaricare la tensione, aveva creato una delle sue ricette più famose: l'Insalata Rossini, che pare fosse molto piaciuta al cardinale Ercole Consalvi.
Non è dato sapere se questa saporita pietanza sia servita o meno per rendergli il boccone del fiasco preordinato un po' meno amaro. Sta di fatto che, già a partire dalla replica del giorno dopo, l'opera ottenne un tale trionfo che l'impresario del teatro corse a casa di Rossini, che aveva rifiutato di presenziare per paura di un altro fiasco, e lo trovò seduto al tavolino a gustarsi la sua insalata.

giovedì 18 febbraio 2016

Mozart, Salieri e la cantata a quattro mani scoperta dopo 200 anni.



Per oltre due secoli, anche grazie alla tragedia di Puskin e al film Amadeus, la leggenda per cui Mozart fosse stato avvelenato dall'invidioso e mediocre Antonio Salieri, compositore di corte a Vienna, ha fatto costanti proseliti. Nel XIX secolo, addirittura, si dava questa diceria per certa. L'argomento era stato toccato ancora nel 1860 da Wagner e Rossini, durante il loro incontro a Parigi. Rossini, che aveva conosciuto Salieri a Vienna (che non pare gli fosse eccessivamente simpatico), si dichiarò totalmente scettico circa la storia secondo cui sarebbe stato Salieri il responsabile della morte del genio salisburghese. Di certo c'è che, durante la loro coesistenza alla corte di Vienna, fu certo il Salieri ad avere maggior fortuna come compositore, il che andrebbe contro l'ipotesi dell'omicidio. Se poi ci si aggiunge che Salieri fu uno dei pochissimi a partecipare alle esequie di Mozart, la cosa sembra ancora più improbabile.
Adesso è addirittura saltata fuori da un archivio una composizione scritta in tandem da Salieri e Mozart, su testo di Lorenzo Da Ponte. Insomma una vera e propria "chicca" che dovrebbe smentire una volta per tutte le illazioni sul Salieri assassino e, addirittura, dimostrerebbe che i rapporti tra Salieri a Mozart non dovevano essere così ostili, e comunque non al punto di non farli lavorare insieme. Come sia nata l'idea di questa composizione a due ( oltretutto su testo del mitico Da Ponte), non è dato di sapere. Ma ci si può fare un'idea di come siano andate le cose.

     
      

mercoledì 17 febbraio 2016

Wagner e quel dono al Re di Baviera...



     



Quando per Wagner arrivò la svolta che tanto desiderava per mezzo dell'ammirazione fanatica da parte del diciottenne re di Baviera Ludwig II, pensò che finalmente fosse arrivato quel principe mecenate dai mezzi illimitati che tanto aveva vagheggiato. Ebbe ragione. Il re, totalmente infatuato dalle opere del compositore sassone e soggiogato dalla sua forte personalità, non riuscì mai a negargli niente, compreso il perdono per le tante delusioni di cui fu responsabile il compositore. Ne fu un esempio proprio il ritratto di se stesso che il compositore volle offrire in dono all'augusto protettore. Il dono sarebbe stato estremamente gradito se poi lo stesso Wagner non avesse mandato il conto della realizzazione del dipinto proprio al re. E questo fu solo l'inizio di quel rapporto a senso unico che costò al re innumerevoli amarezze e alle casse del regno di Baviera innumerevoli perdite economiche dilapidate proprio da Wagner.

Le biografie "online" dei compositori...