Rappresentare
Wagner nell'Italia di fine '800 era sempre vista come una sfida
ciclopica. Infatti, a dispetto della musica sempre così travolgente,
la drammaturgia del Wagner maturo fu sempre recepita come un qualcosa
per la quale si poteva nutrire una certa ammirazione reverenziale ma
non certo un apprezzamento cosciente e sincero, a meno che ad
usufruirne fosse un addetto ai lavori. In tutto questo, non aiutavano
certo i tempi lunghi e dilatati che richiedevano tali capolavori. Fu
proprio a tale scopo che, dopo aver acquistato i diritti per l'Italia
delle opere di Wagner su suggerimento dello stesso Verdi,
l'onnipotente Giulio Ricordi decise di inviare a Bayreuth il giovane
Giacomo Puccini perché, durante l'esecuzione de “I maestri
cantori” nella stagione wagneriana del 1889, prendesse nota di
tutto ciò che si poteva epurare dalla partitura di questa
monumentale opera ed adattarla alle tempistiche medie di un'opera
italiana. Appena si sparse la notizia, come era lecito aspettarsi,
furono in molti a dissentire e a protestare: a cominciare da
Catalani, che riteneva un sacrilegio anche solo l'idea di operare dei
tagli su Wagner, e Toscanini che, nove anni dopo, avrebbe
orgogliosamente portato in scena la versione integrale. Ma in cosa
consistono, nei fatti, i tagli operati da Puccini? Affidiamoci ai
numeri: nel
primo atto risultano tagliate circa 50 pagine di spartito su 200; nel
secondo, circa 60 pagine su 180; nel terzo, circa 70 pagine su 260.
Il risultato fu una banale commedia della durata di poco più di due
ore incentrata principalmente sulla storia d'amore tra Walter ed Eva.
Insomma, Wagner se ne sarebbe certamente lagnato (a meno che non
avesse ricevuto lauti compensi in conseguenza di questa operazione).
Va detto però che per il giovane Puccini, reduce dallo scarso
successo dell' Edgar,
avvicinarsi
a questo lavoro fu un'ottima esperienza formativa. In più, in
un'opera dal flusso musicale continuo come “I maestri cantori”,
il taglia e cuci di Puccini fu operato così bene che nessuno che non
conoscesse l'opera a fondo, avrebbe mai notato i rammendi della
partitura. Insomma, se qualche anno dopo il compositore non avesse
avuto il successo che ebbe con Manon Lescaut, avrebbe avuto comunque
un futuro come “censore” delle opere wagneriane da portare in
Italia.
Ad ognuno il suo Beckmesser.
Ad ognuno il suo Beckmesser.