Il 1 Febbraio del 1896 andava in scena La Boheme di Giacomo Puccini. Considerata da sempre il suo primo vero capolavoro, nonostante fosse stata inizialmente osteggiata dalla critica, è una delle opere più rappresentate al mondo. Eppure, in fase di stesura del libretto, la lavorazione fu tutt'altro che facile. Confermando la fama di incontentabile acquisita durante la stesura del libretto di Manon Lescaut, a cui avevano lavorato non meno di otto persone, anche a Luigi Illica e Giuseppe Giacosa, i due collaboratori coinvolti in questa nuova creazione, Puccini dette parecchio filo da torcere. Luigi Illica era un drammaturgo di lungo corso che aveva al suo attivo già vari libretti d'opera che doveva prevalentemente occuparsi del taglio drammatico e teatrale dell'opera in corso mentre Giuseppe Giacosa, valente commediografo, doveva poi versificare quanto già approntato da Illica. Tutto questo, al comando del volubile ed incontentabile Puccini il quale, spesso e volentieri, si mostrava entusiasta di una scena e dopo appena un'ora, pretendeva che la stessa scena venisse rifatta di sana pianta, con comprensibile disappunto dei due. Sono infatti ben documentate dai carteggi pucciniani, alcune liti addirittura furibonde tra lui e i librettisti. Gli scontri maggiori furono quelli che coinvolgevano il compositore ed Illica, uomo dal carattere iracondo e sanguigno, nei quali Giacosa, molto più accomodante, sensibile e riflessivo, si trovava spesso a dover ricoprire l'ingrato ruolo di mediatore. Nonostante le forti tensioni a cui i tre furono sottoposti durante i quasi tre anni di gestazione dell'opera, il sodalizio tra Puccini e i due letterati diede vita a tre dei maggiori capolavori della storia del teatro lirico a cavallo tra ottocento e novecento. Dopo La Boheme infatti, la triade avrebbe dato vita anche a Tosca e Madama Butterfly.
Verdi and Wagner on line
sabato 1 febbraio 2020
domenica 19 gennaio 2020
Puccini "taglia" i Maestri Cantori
Rappresentare
Wagner nell'Italia di fine '800 era sempre vista come una sfida
ciclopica. Infatti, a dispetto della musica sempre così travolgente,
la drammaturgia del Wagner maturo fu sempre recepita come un qualcosa
per la quale si poteva nutrire una certa ammirazione reverenziale ma
non certo un apprezzamento cosciente e sincero, a meno che ad
usufruirne fosse un addetto ai lavori. In tutto questo, non aiutavano
certo i tempi lunghi e dilatati che richiedevano tali capolavori. Fu
proprio a tale scopo che, dopo aver acquistato i diritti per l'Italia
delle opere di Wagner su suggerimento dello stesso Verdi,
l'onnipotente Giulio Ricordi decise di inviare a Bayreuth il giovane
Giacomo Puccini perché, durante l'esecuzione de “I maestri
cantori” nella stagione wagneriana del 1889, prendesse nota di
tutto ciò che si poteva epurare dalla partitura di questa
monumentale opera ed adattarla alle tempistiche medie di un'opera
italiana. Appena si sparse la notizia, come era lecito aspettarsi,
furono in molti a dissentire e a protestare: a cominciare da
Catalani, che riteneva un sacrilegio anche solo l'idea di operare dei
tagli su Wagner, e Toscanini che, nove anni dopo, avrebbe
orgogliosamente portato in scena la versione integrale. Ma in cosa
consistono, nei fatti, i tagli operati da Puccini? Affidiamoci ai
numeri: nel
primo atto risultano tagliate circa 50 pagine di spartito su 200; nel
secondo, circa 60 pagine su 180; nel terzo, circa 70 pagine su 260.
Il risultato fu una banale commedia della durata di poco più di due
ore incentrata principalmente sulla storia d'amore tra Walter ed Eva.
Insomma, Wagner se ne sarebbe certamente lagnato (a meno che non
avesse ricevuto lauti compensi in conseguenza di questa operazione).
Va detto però che per il giovane Puccini, reduce dallo scarso
successo dell' Edgar,
avvicinarsi
a questo lavoro fu un'ottima esperienza formativa. In più, in
un'opera dal flusso musicale continuo come “I maestri cantori”,
il taglia e cuci di Puccini fu operato così bene che nessuno che non
conoscesse l'opera a fondo, avrebbe mai notato i rammendi della
partitura. Insomma, se qualche anno dopo il compositore non avesse
avuto il successo che ebbe con Manon Lescaut, avrebbe avuto comunque
un futuro come “censore” delle opere wagneriane da portare in
Italia.
Ad ognuno il suo Beckmesser.
Ad ognuno il suo Beckmesser.
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